La settimana successiva K
aspettava una nuova chiamata ma l’invito
non viene. Allora torna nello stesso posto di domenica. Incontra la lavandaia
che gli dice: “oggi non c’è seduta. E lui: “perché non dovrebbe esserci?
E’ l’assurdo innalzato a
sistema.
Il nonsense
Nel Satyricon. il disorientato
Encolpio domanda all'anicula :"mater, numquid scis ubi ego
habitem?" mamma, sai dirmi dove abito?
e la vecchia delectata est illa urbanitate
tam stulta et: quidni sciam? inquit
consurrexitque et coepit me praecedere. divinam ego putabam (7)
Questa domanda assurda può accostarsi
a quanto chiede uno degli occupati del De brevitate vitae
di Seneca. Costoro sono dei maniaci impegnati in attività che,
secondo l'autore, sono quanto meno futili e vane. Ebbene, riguardo a uno di
questi, un delicatus, per giunta, un raffinato, il filosofo riferisce di avere sentito "cum ex
balneo inter manus elatus et in sella positus esset, dixisse interrogando ' iam
sedeo'?" (12, 7), che sollevato a braccia dal bagno e posto su una
sedia sembra abbia fatto questa domanda: "sono già seduto?".
Seneca sottolinea l'irrazionalità di
certi personaggi, Petronio fa risaltare
piuttosto l'incongruenza che è fondamentale per l'umorismo anticipando
addirittura alcuni aspetti del nonsense di Edward Lear
(1812-1888) che con i limericks del suo A Book of Nonsense (del 1846) eleverà
a sistema l'enunciazione dell'incongruo. "Il nonsense dei limericks è un
territorio fuori legge della letteratura, una piccola catastrofe del cosiddetto
razionale", sostiene Ottavio Fatica. Carlo Izzo
invece suggerisce che il " nonsense avanti lettera…è una costante nelle
opere della letteratura inglese più lontane dall'influsso delle letterature
continentali" e ne indica un esempio in "almeno una tra le
filastrocche delle streghe" del Macbeth,
quella che fa: "una moglie di marinaio aveva nel grembiale delle castagne,
e masticava, masticava, masticava. "Dammi qua" feci io. "Vai via
strega !" grida quella carogna rimpinzata. Il marito è andato ad Aleppo,
capitano della Tigre. Ma io farò vela per colà imbarcata in uno staccio. And like a rat
without a tail-I'll do, I'll do and I'll do" (I, 3), come un topo
senza coda io farò e farò e farò".
Oltre
che al nonsense del resto questa scarsa logica delle streghe può
ascriversi a una certa primitività che comporta un uso ossessivo della paratassi.
Questo è tipico dei demoni della
mitologia inferiore: nelle Eumenidi di Eschilo, quando le
Erinni non ancora placate si svegliano con
mugolìi e gemiti, la corifèa le
aizza contro il matricida gridando:" labe; labe; labe; labev : fravzou", prendilo
prendilo prendilo prendilo; stai attenta!"(v. 130).
K biasima
la lavandaia che si era fatta abbracciare dal ragazzo quando lei dice di essere la moglie dell'usciere, ma
questa donna aggiunge che il marito lo permette perché quel giovane è uno studente e si prevede che un giorno
potrà comandare. Questo corrisponde a tutto il resto, dice K. La donna lo elogia per il discorso che ha
fatto anche se non ha potuto sentirlo bene perché era stesa a terra con
l'amante.
L’assurdo e il tragico confinano con il comico.
K chiede di
vedere i libri sulla tavola del giudice e nota una figura indecente fatta male:
un uomo e una donna nudi su un divano si volgevano l'uno verso l'altro ma solo
faticosamente" Il libro era intitolato Le
tribolazioni di Grete inflitte da Hans suo marito.
"Dovrei
farmi giudicare da questa gente?" La donna comincia a corteggiarlo: "Lei
ha dei begli occhi scuri, li ho notati appena è entrato".
K pensò che fosse corrotta come tutto lì
intorno. La donna gli promette aiuto con
il giudice che le fa la corte: le ha regalato belle calze di seta. Arriva poi
lo studente che è piccolo e con le gambe storte, ma la lavandaia deve andare
con lui. Comunque promette a K che tornerà e potrà fare di lei quello che
vuole. K pensa che la donna sia sincera e che gli possa essere utile, e
immagina pure che potrebbe spezzare tutto intero il meccanismo della legge se avesse
fiducia.
Il
mostriciattolo come lo chiama la donna è andata a prenderla per portarla dal
giudice istruttore. I due se ne vanno, e K sente di avere subìto la prima
sconfitta. Ma pensa pure che poteva non andare in quel posto dove ha visto che
l'interno di quel macchinario giudiziario era ripugnante quanto l'esterno. Vide
che il ragazzo portava la donna in un solaio dove difficilmente poteva abitare
il giudice. Ma in un cartello lesse: scala di accesso alla cancelleria. Forse
il denaro veniva rubato dagli impiegati: per questo gli uffici erano miserrimi.
Pensò che la sua vita era migliore di quella del giudice.
Arriva il marito della lavandaia, l'usciere,
che dice di essere costretto a subire tutto per non perdere il posto. La donna
ha le sue colpe. K entra in un solaio e vede degli imputati, suoi
"colleghi". Fa domande a uno che lo teme e non risponde. K allora gli
prende un braccio e quello si mette a gridare come se l'avessero afferrato con
due tenaglie incandescenti. K ha paura di perdersi nel labirinto e vuole
andarsene accompagnato dall'usciere.
Il labirinto significa un
andirivieni faticoso e senza progresso e addirittura spaventoso, come quello
tipico degli incubi.
I labirinti
Sono quelli che Eliot
in Gerontion, assumendo una visione cosmica del labirinto, chiama
i corridoi artificiosi della Storia:" Think now/History has many
cunning passages, contrived corridors./And issues, deceives us with
whispering ambitions, Guides us by vanities " (vv. 34-37), pensa ora, la Storia ha molti anditi
ingannevoli, corridoi artificiosi e varchi, ci inganna con sussurranti
ambizioni, ci guida con cose vane.
Nel Satyricon gli scholastici
Encolpio e Ascilto tentano di scappare dal banchetto, ma, terrorizzati dal cane
di guardia, cadono nella piscina. Vengono tratti in salvo dal portiere che,
però, non permette loro di uscire. Segue la riflessione di Encolpio:"quid
faciamus homines miserrimi et novi generis labyrintho inclusi, quibus lavari
iam coeperant votum esse? " (73), cosa possiamo fare uomini disgraziatissimi
e rinchiusi in un labirinto di nuovo tipo, per i quali lavarsi già cominciava
ad essere un miracolo ?
Il labirinto significa assenza di
progresso e il lavarsi come votum sembra alludere a una purificazione
sempre più desiderabile e difficile
K si sente
male per l'aria irrespirabile. Una ragazza aprì un finestrino per aiutarlo ma
entrò una nube di fuliggine (p. 107).
Interviene
un altro personaggio, l'informatore, l'unico ben vestito perché deve fare una
buona impressione. Però tende a ridere e dà fastidio. Risate offensive. K si
avvia sorretto dalla ragazza e dall'informatore. A K sembrava di avere il mal
di mare. Si sentiva come su una nave in una tempesta.
Cfr. le metafore nautiche come povliς (…) a[gan-h[dh saleuvei dell’Edipo
re di Sofocle
"la città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo/già ondeggia e non
è più capace di sollevare il capo /dai gorghi del fluttuare insanguinato (vv. 22-24).
Accompagnano K all'uscita dove si riprende ma l'informatore e la ragazza non
sopportavano l'aria relativamente fresca che veniva dalla scala. Erano stati
troppo a lungo nella caverna. La ragazza
sarebbe precipitata se K non avesse chiuso rapidamente la porta 110.
Cfr. La caverna platonica
Vediamo dunque questo mito
(VII libro della Repubblica)
Socrate
parla a Glaucone e gli dice: considera gli uomini rinchiusi in una specie di
abitazione sotterranea, cavernosa, a grotta (ejn katageivw/ oijkhvsei sphlaiwvdei, 514). L’ingresso è aperto alla
luce ma poi scendendo si trovano uomini che sono prigionieri fin da fanciulli, incatenati nel collo e
nelle gambe in modo che possano guardare solo verso il fondo della caverna.
Dietro di loro c’è un muro, poi dietro ancora una strada. Su questa strada
passano uomini che hanno sulle spalle arnesi di ogni genere che sporgono oltre
il muro: statue, animali di pietra e di legno
(zw`/a livqinav
te kai; xuvlina).
Ancora
dietro questi c’è la luce di un fuoco alto e lontano fw`````" puro;" a[nwqen kai; povrrwqen (514b).
I
prigionieri vedono solo le ombre delle cose riflesse dal fuoco sulla parete di
fondo.
Costoro credono che quelle
ombre (skiav") siano la realtà (to; ajlhqev").
Se uno di loro venisse
slegato e costretto ad alzarsi e a guardare la luce del fuoco e gli oggetti,
rimarrebbe abbagliato e riterrebbe le ombre più vere degli oggetti.
Se poi venisse portato fuori pieno di
riluttanza non riuscirebbe a vedere niente. Ma poi un poco alla volta si
abituerebbe a individuare prima le ombre, quindi i riflessi nell’acqua, infine
gli oggetti stessi, poi il cielo notturno, la luna e le stelle. Infine il sole.
E capirebbe che il sole il quale produce le stagioni e gli anni, e sovrintende
a tutto quanto c’è nel mondo visibile (pavnta ejpitropeuvwn ta; ejn
tw'/ oJrwmevnw/ ) è anche la
causa di tutto quanto gli occhi vedono.
A questo punto si ricorderà
dei compagni di schiavitù e li commisererà.
E penserebbe quello che dice
Achille a Odisseo nell’Ade (Odissea
XI, 489).
Se tornasse nella caverna,
gli occhi gli si riempirebbero di tenebra.
Gli ottenebrati direbbero che
l’ottenebrato è lui e se cercasse li liberarli per farli uscire, lo
ammazzerebbero.
Questo mito, spiega Socrate,
significa che il mondo dove viviamo è una prigione e il sole è quel fuoco e noi
vediamo solo ombre.
Secondo alcuni autori noi stessi siamo ombre
Pindaro
chiama l'uomo "sogno di ombra" (skia'" o[nar/a[nqrwpo"", Pitica
VIII, vv. 95-96).
Nell'Aiace di Sofocle
Odisseo esprime la convinzione che l'ombra sia la quintessenza dell'uomo e
manifesta la compassione del poeta per tutte le creature umane cadute sulle
spine della vita:"oJrw'
ga;r hJma'" oujde;n o[nta" a[llo plh;n--ei[dwl j o{soiper zw'men h]
kouvfhn skiavn",
io infatti vedo che non siamo se non immagini quanti viviamo, o muta ombra (Aiace, vv.125-126).
Pulvis
et umbra sumus, “polvere e ombra siamo”, secondo Orazio (Odi, 4.7.16).
Amleto dice che l’uomo è quintessenza di polvere. «Alexander died, Alexander was buried, Alexander returned into dust»,
“Alessandro morì, Alessandro fu sepolto, Alessandro ridivenne polvere” (Shakespeare,
Amleto, V, 1).
Alessandro
era un uomo, ossia «quintessence of dust»,
“quintessenza di polvere” ( Amleto,
II, 2).
Shakespeare nel Macbeth (V, 5) fa dire al
protagonista prossimo alla fine: «Life is
but a walking shadow; a poor player, / That struts and frets his hour upon the
stage, / And then is heard no more: it is a tale / Told by an idiot, full of
sound and fury, / Signifyng nothing», “la vita è solo un’ombra che cammina;
un povero attore che si pavoneggia e si agita sulla scena nella sua ora e poi
non se ne parla più: è la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e
di furia, che non significa nulla”.
In La terra desolata di T. S. Eliot leggiamo (v. 30): «I will show you fear in a handful of dust», “in un pugno di
polvere vi mostrerò la paura”.
Bologna 19
marzo 2026 ore 11, 37 giovanni ghiselli
p. s.
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partendo per Pesaro dove terrò una conferenza su Seneca sabato 21 dalle 19, e
domenica 22 voterò, quindi tornerò a Bologna.