sabato 21 marzo 2026

La Provvidenza stoica.


Per gli Stoici la divinità è sollecita nei confronti degli uomini. La provnoia inerisce all’essenza divina come il bianco alla neve. La natura provvidente non fa nulla senza uno scopo. Ogni cosa è concatenata con un’altra e ha una sua destinazione. Né manca lo scopo della bellezza. Il pavone è stato creato dalla natura per la bellezza della sua coda. Le forme di vita inferiori esistono in funzione di quelle superiori. L’uomo è l’usufruttuario di tutte le cose.

Sofocle nel I Stasimo dell’Antigone vede questo predominio dell’uomo sulla natura in modo problematico.

L’antica grecità non pensava che il mondo fosse stato creato per l’uomo. Si trova invece nell’Antico Testamento.

Zenone portò questa idea dalla propria cultura semitica.

Crisippo scrisse che le cimici provvedono a che non dormiamo troppo. La debolezza del corpo ci spinge a sviluppare il logos. Malattie e grandinate non sono in origine (prohgoumevnw") nei piani della provvidenza ma sono fenomeni concomitanti (kat j ejpakolouvqhn). -Oggi si direbbe collaterali-La luce non c’è senza le tenebre, né il bene senza il male. Il male è un’emanazione del libero arbitrio. I mali fisici mettono alla prova e temprano la forza morale dell’uomo. Del resto noi non possiamo sempre pretendere di leggere nelle intenzioni di Dio. Terremoti sono punizioni e purificazioni: dobbiamo sempre pensare al tutto e alla sua grandezza, allora la critica meschina sarà ridotta al silenzio.

Seneca Epist. 95, 49: gli dèi operano solo il bene.

La causa del  fare del bene è la loro natura: “Quae causa est dis bene faciendi? Natura. Errat si quis illos putat nocere nolle: non possunt 

 Panezio scrisse il Peri; pronoiva".

 

La Heimarmene

La Provvidenza si rivela come eiJmarmevnh ( hJ eiJmarmevnh (moi'ra) destino p. p. da meivromai, ricevo la mia parte- mevro"-ou"- tov- (lat. mereo e mereor, merito).

Tutto ha una causa e gli Stoici rimproveravano agli Epicurei in particolare il clinamen incausato. C’è una catena di cause, un ininterrotto nesso causale.

Con un’etimologia inammissibile gli Stoici interpretarono eiJmarmevnh come eiJrmo;" aijtiw'n, series causarum, concatenazione di cause (cfr. ei[rw, annodo). Il caso non esiste.  Tutto è causato, nulla è casuale.

La tuvch è invero un’ aijtiva a[dhlo" ajnqrwpivnw/ logismw'/, una causa non evidente al ragionamento umano. La ragione umana dunque non arriva dappertutto (Pohlenz, La Stoà, p. 201)

 

Tutto ciò che accade, accade necessariamente.

Nelle Troiane di Euripide Ecuba  si rivolge a Zeus , chiunque tu sia[1], difficile da conoscere, sia necessità di natura (ajnavgkh fuvseo~, v. 886), sia intelligenza dei mortali (nou`~ brotw`n).

Si vede l’Euripide eterno cercatore non dogmatico

Gli avversari replicavano che questo determinismo rigido condanna l’uomo all’inazione  (p. 204)

Se è prederminato che il malato guarirà non è inutile curarsi perché è prestabilito pure che la guarigione dipende dalla cura.

Omero usa ei[marto quando un uomo prende coscienza della parte assegnatagli. Nel’Iliade XXI, 281 Achille assalito dal fiume Scamandro teme che sia stato scritto, era destino ei[marto, che lui l’eroe dovesse morire annegato come un ragazzo porcaio (wJ" pai'da suforbovn) travolto da un torrente 

L’Eteocle di Eschilo accetta il proprio destino e lo impiega per la salvezza della patria (Sept. 281, 264).

Pesaro 21 marzo 2026 ore 11, 42 giovanni ghiselli

p. s

Questa sera dalle 19 presenterò Seneca e la filosofia stoica nell’Hotel Alexander di Pesaro (Viale Trieste). Garantisco un percorso preparato e commentato bene.

 

 

 

 

 



[1] Cfr. Eschilo, Agamennone 160. E’ il canto del pavqei mavqo~ (v. 177)


Ifigenia XLIII. la casa di Pesaro seconda parte. I nonni Margherita Scattolari e Carlo Martelli, detto Carlino


Devo comunque essere grato alla mamma e alle zie: da quando non abito più a Pesaro, dove venivo  limitato in tutto da loro, queste donne mi hanno fornito i mezzi per vivere una vita da studente, poi da studioso, dedito allo studio appunto, all’amore, al sole e alla bicicletta. Un poco mi hanno beneficato per espiare i maltrattamenti inflitti al padre loro cui fisicamente assomiglio, e ancora di più per consentirmi di prendere la laurea con lode e fare un poco di carriera.

Non ne ho fatta tanta nell’istituzione, ma a loro è bastato e anche a me.

Come educatore comunque sono stato bravo a quanto dicono i tanti allievi che ho avuto e ho ancora. Con questo blog mi avvicino a due milioni.

Li raggiungerò molto presto.

Dunque per Natale andavo a trovarle. Mia madre diceva che  Rina e Giulia- da lei soprannominate  “ le sorelle Materassi” per il loro nepotismo-quando vedevano me era come se vedessero il sole.

Il Natale, come sapete, era il dies Natalis solis invicti, sicché il 24  dicembre apparivo alle zie e il 25 le illuminavo. La zia Giulia dopo la pensione e la morte del marito era tornata a Pesaro.

Conquistata la mia emancipazione dalla lunga servitù domestica pesarese, non solo ero grato ma volevo molto bene ai miei consanguinei. L’ambiente conflittuale nel quale avevo passato l’infanzia e l’adolescenza non mi ha consentito il mollescere, diventare mollis-malakov~, ossia il rammollirmi nel torpore, quel veternus dove tanti ragazzi si ottundono in situazioni dai problemi occultati e irrisolti.

La durezza delle virago di casa- soprattutto la zia Rina detta “la badessa” dalla madre e “ la sbirra” dal padre, e pure mia madre non scherzava-  mi ha preparato alle battaglie che avrei dovuto affrontare per diventare e rimanere me stesso. Il dolore mi ha reso buono, la deformità e lo squallore dove ero precipitato ventenne mi ha spinto alla ricerca della bellezza. Ero stato messo in croce, come il figlio di Dio da suo padre, perché risuscitassi migliore di prima: più generoso, più bravo e più bello.

 Come anche Giobbe: dio mette in croce quelli che ama di più.

L’unico che sorrideva in casa era il nonno Carlo Martelli che ho recuperato del tutto al mio affetto. In casa era  criticato siccome aveva venduto il palazzo quattrocentesco della sua famiglia di Sansepolcro a Gherardo Buitoni per 200 mila lire che non investì nel 1944 e gli servirono per pagarsi il funerale una cinquantina di anni più tardi.

Questo palazzo  conserva comunque il cognome del nonno  nella piantina che si trova nella pinacoteca pierfrancescana del Borgo nel cui cimitero ora riposano in pace i resti mortali dei nonni, della mamma delle zie, e dei Martelli più antichi.

Sono stato più volte a trovarli, a  pregare e  prendere auspici su questa tomba che per me è un’ara. Ogni volta scavalcando l’Appennino con la bicicletta. Anche questo devo ai miei cari. Credo che l’ultimo viaggio mi riporterà tra loro. Questo però non potrò farlo in bicicletta.

 

A Pesaro c’è  un altro palazzo non più nostro ma con un cognome nostro: il palazzo Scattolari di via Petrucci dove nacque nel 1882 la nonna Margherita che invece seppe conservare i poderi ereditati. Da lei ho preso l’amore per la terra e il mio essere parco.

 

Nella tragedia Eracle di Euripide, Megara rivendica la magione di famiglia: “ figli, seguite il piede disgraziato della madre al palazzo paterno: ou| th'" oujsiva"-a[lloi kratou'si, to; d j o[nom j    e[sq j hJmw'n e[ti ( 337-338), del quale altri hanno la proprietà, ma il nome è ancora nostro”.

 

Le zie, maestre fasciste e clericali non si sono mai curate di questi stemmi , mentre io, comunista, ne sono sempre stato interessato. Ancora  più che della parentela della mamma di mia nonna Margherita, una Carancini di Recanati che sposò Rodolfo Antici un nipote di Adelaide, la mamma di Leopardi.

Il “Palazzo bello”, le prime parole dello Zibaldone di Leopardi, è stato dei Carancini mi ha detto mia sorella Margherita che ha fatto una ricerca nei documenti anagrafici del comune di Recanati.

 

 

Il nonno Carlo, del tutto improvvido rispetto al denaro e alla roba, è morto povero, tuttavia era un uomo che sorrideva alla vita e ha svolto  la funzione della madre del puer alla fine della IV Bucolica di Virgilio: “incipe, parve puer, risu conoscere matrem (60)

(…)

Incipe, parve puer: cui non risere parentes,

nec Deus hunc mensa, Dea nec degnata cubili est  (62-63), comincia bambino fin da piccolo, a conoscere la madre dal sorriso, comincia  fin da piccolo: quello cui non sorrisero i genitori, né un dio ha giudicato degno della sua mensa, né una dea del suo letto. 

Sono molto grato a Carlino.

 

 Sono molto riconoscente anche alle poche signorine e alle tante signore che mi hanno considerato degno del loro letto. Ho cominciato tardi, nel 1968, anno di mia salvazione, ma ho seguitato a lungo e se mi riuscirà continuerò. Ricordo in particolare le due Elene. Già il loro nome è sacro. Baciare le loro arterie femorali era un rito pieno di devozione. Sentivo la benedizione di tutti gli dèi, i santi e gli eroi mentre lo facevo.

Il nonno mi ha lasciato molto più del denaro che non aveva: oltre il ricordo dei suoi sorrisi da vecchio povero, ho ereditato da lui l’amore mai esausto,  seppure spesso contraccambiato, per le donne, per il sole e per la bicicletta.

Terminato questo capitolo voglio pregare il nonno che nei cieli sta e interceda perché mi tornino le forze che avevo prima della frattura femorale.

 

Bologna 21  marzo 2026 ore 9, 0a.

giovanni ghiselli

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Ifigenia XLII. la casa di Pesaro. Prima parte.


Il 24 dicembre andai a Pesaro. La casa dove ho abitato dal 1946 al 1963 può essere paragonata al Tartaro dei poeti greci e latini piuttosto che ai campi Elisi. Negli anni Cinquanta con me e mia sorella ci abitavano stabilmente i nostri nonni materni e  due delle loro figliole diffidando ciascuno degli altri, di se stesso e dell’intero genere umano. I più anziani, la nonna Margherita e il nonno Carlo  detto Carlino, litigavano quasi sempre e venivano spesso trattati con scarso riguardo dalle figlie presenti: la più attempata e la più giovane delle cinque messe al mondo. Avevano avuto anche un maschio come sesto, Luigi detto Gigi, che però come ogni uomo che mettesse piede in casa nostra era poco considerato. Da noi vigeva un matriarcato tirannico. Fin dalle elementari avevo capito che per salvarmi, per non essere schiacciato come uno scarafaggio dovevo primeggiare a scuola. La zia Rina che in casa nostra comandava su tutti con piglio autoritario e sprezzante aveva fatto la maestra all’estero durante il fascismo e continuava a insegnare nelle elementari Carducci di Pesaro dove ero scolaro, e quando veniva a sapere dai colleghi che suo nipote era il più bravo ne era contenta e mi gratificava di elogi. Tra tutti i miei consanguinei è stata quella che mi ha influenzato di più probabilmente perché avevo preso da lei più che dagli altri.

Era stata bella e aveva avuto diverse relazioni con parecchi uomini ma non si era mai sposata. Quando le domandai perché non lo avesse fatto, rispose: “perché mi sarei ritrovata a fare la serva di un uomo”.

La ammirai. In questo l’ho sempre avuta come modello e pure nell’importanza che dava alla “scola” come diceva lei con la sua bella parlata aretina.

La vittima bersagliata da tutti era suo padre  Carlino: il povero vecchio ogni giorno durante i pasti veniva trattato con scarso rispetto dalla moglie, poi dalle figlie che imitavano la madre, una donna piena di risentimento  contro il marito perché lui nel 1900 aveva sottratto lei diciottenne- all’epoca minorénne come pronunciava lei nata e cresciuta a Pesaro- a una cospicua famiglia di proprietari terrieri. Il padre della nonna mia, Guglielmo Scattolari  possedeva più di 500 ettari tra Montegridolfo, Tavullia e il Tavollo.

Comunque la fanciulla  aveva seguito Carlino a Sansepolcro, poi aveva messo al mondo  sei figli come sua madre, sicché a me sono sono arrivati non più di  18 ettari del bisnonno. Non ho mai voluto vendere nemmeno un metro di questa terra a un costruttore di Montegridolfo che me la chiedeva offrendomi tanti soldi. A me  la terra piace molto più del denaro.

Vivo da povero e ne sono fiero.  

La nonna Margherita aveva tenuto stretta la roba e maltrattava il marito che da tale connubio mal calcolato non aveva tratto vantaggi bensì umiliazioni. Per giunta era gelosa perché il nonno da giovane era stato un donnaiolo e la moglie credeva che pure da vecchio si desse da fare recandosi a ghermire ogni notte la fantesca che dimorava da noi, la povera Pina. Ogni tanto la nonna maltrattava la presunta amante del marito e quando le domandavo perché lo facesse, rispondeva: “domandalo a lei o al tuo nonnaccio. Quei due lo sanno”.

Questo è l’ambiente dove sono cresciuto in assenza di padre. La madre mia l’aveva lasciato tornando nella casa dei suoi genitori  e portandomi con sé. Avevo un anno e cinque mesi.

Da queste vicende derivano le mie malattie spirituali e pure  l’accanimento nel volere rifarmi, cioè recuperare l’Amore, la Bontà e l’Intelligenza  che mi erano stati negati quando vivevo in quella bolgia, prima senza aiuto, poi  con il conforto delle gare ciclistiche vinte sulla strada Panoramica e degli ottimi risultati scolastici nelle elementari Carducci, nelle medie Lucio Accio e nel Liceo ginnasio Terenzio Mamiani.

Dopo la maturità partìi per Bologna dove rimasi a studiare Lettere antiche.

Durai fatica a intessere una vita adatta alle mie capacità ma infine vi sono riuscito. Una vita cosiddetta normale non sapevo che cosa fosse, e, a dire il vero, non mi attirava, anzi mi ripugnava: ho sempre cercato di vivere una vita speciale.

La pena di cui mi ero investito per anni è la più grave di tutte: non con l’enorme macigno che pende dal cielo sul capo, non con gli avvoltoi che penetrati nel petto divorano le viscere, non con il terrore del cane tricipite dal ringhio metallico, né delle fetide Arpie, delle Erinni odiose che rinfacciano tutte le colpe con ira recrudescente, non con l’orrore del Flegetonte tartareo che rumoreggia travolgendo anche le rupi nella sua rapina, non con l’attesa di questi tormenti pagano il fio quanti prendono a calci l’altare santo della Giustizia, ma con l’insaziabile fame e l’inestinguibile sete di amore

Discite iustitiam moniti et non  temnere divos[1].

Le  sofferenze  patite personalmente e viste soffrire, talora anche inflitte ad altri, mi hanno insegnato la solidarietà con i sofferenti della terra.

Mio nonno Carlino era un uomo buono, e pure bello da giovane, eppure maltrattato da vecchio. Anche da me che imitavo le prepotenze di chi comandava e me ne vergogno ancora.

 Ero bravo a scuola ma non capivo. Imparavo tutto con facilità senza comprendere.  

Ora capisco e credo, ne  sono anzi certo, che il nonno Carlo mi ha perdonato. Se non sono del tutto cattivo lo devo al suo esempio. Ho preso da lui l’amore per le donne, il sole e il talento ciclistico. E’ stato il lascito più bello.

Oggi sono grato a tutti “li maggior miei”

  La zia Giulia,  negli anni compresi  tra il 1948 e il 1959, in agosto mi portava a Moena e mi imponeva la disciplina di cui avevo bisogno.

Anche lei aveva fatto la maestra all’estero e dava importanza alla scuola.  Dopo il fascismo insegnava a Roma.

Mi influenzò anche questa  zia, però meno della Rina siccome la frequentavo solo in estate, poi era sposata e senza amanti.

Non era una vita fatta per me quella del fidanzato poi sposo. L’ha vissuta e la  vive ancora mia sorella e dice di esserne contenta. Non ha preso dal ghenos di nostra madre. Troppo strano per lei.

E’ proprio vero quanto scrive Thomas Mann: Figli e nipoti guardano padri e nonni per ammirare, e ammirano per imparare  e perfezionare quello che in loro è già predisposto dall’ereditarietà”(La montagna incantata, secondo capitolo). Ciascuno di noi prende qualche apetto del fisico e del carattere da uno o da un altro dei  consanguinei, e se trova qualcosa che gli piace  riconoscendovi alcunché di se stesso sviluppa tali lasciti traendo un’identità da questo mosaico di tessere che giunge dentro di noi da un percorso lungo tanti millenni.

 

Pesaro 21 marzo 2026  ore 8, 30 giovanni ghiselli

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Oggi dalle ore 19 terrò una conferenza nell’Hotel Alexander di Pesaro su Seneca e lo Stoicismo.

 

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[1] Virgilio, Eneide, VI, 620, imparate la Giustizia una volta avvisati e a non disprezzare gli dèi.


venerdì 20 marzo 2026

Kafka Il processo. Capitolo V Il bastonatore e i bastonati.


Argomento

Un mondo di bastonati e bastonatori. Il ripostiglio: altro luogo del tempo della completa peccaminosità.

 

Un giorno in banca K sente dei lamenti venire da un ripostiglio. Spalancò la porta e vide tre uomini. Uno disse che loro due apettavano di essere bastonati poiché lui si era lagnato di loro con il giudice istruttore. Erano Franz e Willelm, mentre il terzo stringeva in mano una verga per bastonarli. Willelm si scusò dicendo che quei due avevano preso la sua  biancheria poiché vengono pagati male. "Se non ci aveste denunciati saremmo stati promossi a bastonatori". Il bastonatore era abbronzato come un marinaio e aveva un viso fresco e indomito.

Un mondo di bastonati e bastonatori dunque.

Il bastonatore dice che quei due esagerano: Willelm è grasso perché mangia sempre la colazione degli imputati. Un uomo con tale pancia non diventerà mai un bastonatore.

Quindi bastona Willelm fino a farlo spasimare e gli ordina di spogliarsi. K promette dei soldi al truce bastonatore se li lascia andare, ma l'aguzzino teme di essere denunciato e bastonato. K dice che non sono loro i colpevoli ma l'organizzazione e gli alti funzionari.

Il bastonatore replica: sono incaricato di bastonare e dunque bastono.

L'eterno conformista servo del padrone.

K dice che lo avrebbe aiutato a bastonare un giudice superiore non quei due custodi. Franz chiede che venga bastonato solo Willelm.

Quindi gridò in modo disumano.

K lo spinge perché smetta di gridare e Franz cade tramortito sul pavimento dove prende altre botte. K esce, chiude la porta e ai fattorini sopraggiunti disse che era solo un cane che abbaiava nel cortile.

 K pensò che se Franz non avesse gridato, avrebbe potuto aiutarlo. Ma non poteva lasciare che i fattorini lo sapessero. Era comunque dispiaciuto per la spinta data a Franz. Dallo sgabuzzino di notte non si sentiva più niente. Potevano essere stati ammazzati di botte. Va a riaprire il bugigattolo e vede il bastonatore con la verga e i due che lo invocano. Allora va a dire ai fattorini di sgomberare il ripostiglio poiché si affonda nella spazzatura.

Kafka è ossessionato dai presentimenti di disumanità. Osserva nell'uomo il regresso verso la bestia. La reazione dell'autore sta nella scrittura, nella denuncia, anche di sé stesso. Scrive a Felice: "Al di fuori della scrittura io sono assolutamente nulla" (3, 1, 1913)

Pesaro 20 marzo 2026 ore 20, 16 giovanni ghiselli

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Ifigenia XLI All’amica celeste Antonia.


 

Il 23 dicembre del ’78 dunque, siccome Luciana era a Venezia dove studiava architettura, andai a trovare soltanto Antonia.

Dopo le accoglienze oneste e liete, le dissi subito che amavo una collega giovane e bella assai. Una che irrobustiva la mia persona: l’intelligenza, la fantasia e pure il corpo.

Insomma Apollo, il dio della luce e della bellezza, che ero andato a pregare nell’Ellade perché mi facesse partecipe delle sue doti, mi aveva esaudito.

Durante quel viaggio ciclistico estivo avevo mandato diverse cartoline provocatorie all’amica cristiana professando la mia devozione  agli dèi della Grecia a partire da Febo, quello a me più congeniale.

Anche quando insegnavo a Carmignano volevo distinguermi dal credo religioso e politico di tanti colleghi di quella scuola diretta da un preside bigotto e refrattario agli spiriti nuovi dei quali mi ero entusiasmato durante l’ultimo anno passato a Bologna dando l’ esame residuo di glottologia e frequentando le assemblèe del movimento studentesco, partecipando ai cortei e facendo miei tanti slogan.

Furono mesi quelli della primavera del ’68 in cui la gioventù delle Università di buona parte del mondo ebbe fiducia in se stessa e nel proprio avvenire. Molti di quei giovani hanno abiurato. Io non sono un apostata e credo ancora in ciò che propugnavo allora: giustizia, uguaglianza, libertà e pace. Comunismo aristocratico lo chiamo. Sul tipo di quello platonico.

Quando arrivai a Carmignano la prima volta era  la sera del 28 ottobre  1969 e  il monte Grappa era già bianco di neve come il Soratte dell’ Ode di Orazio.

Pensai che nemmeno la bicicletta dovevo tradire e promisi che in giugno avrei  pedalato  su per i 30 chilometri abbondanti di quella salita.

Lo feci con vigorosa gioia. Bei tempi per questo. L’oggi è più bello per altri motivi.

 

Ma torniamo al dicembre del 1978.

Ricordavo che Antonia aveva sempre cercato di redimermi dal mio libertinaggio dicendomi: “si ravveda, si penta, metta la testa a posto: si trovi una buona compagna e la sposi. Si penta e cambi vita: è l’ultimo momento”.

“No, no, ch’io non mi pento”, rispondevo a tono citando a mia volta le parole di Da Ponte per la musica di Mozart dove sento la presenza di Dio.

 

Questo era un nostro duetto non del tutto faceto né proprio serio.

 

Quel pomeriggio del 23 dicembre però l’amica Antonia non voleva scherzare: era preoccupata del fatto che io fossi tanto innamorato di una donna sposata. Mi piaceva sentirle parlare il suo bel dialetto veneto, tra il padovano e il vicentino.

La pregai di farlo. Sicché cominciò: “mi conosso un vecioto” e si interruppe. Allora domandai: “sicché?” 

“El fa come éo” rispose, fa come lei.

“Che cosa vuole dire Antonia?” insistetti fingendo di non capire,

Mi spiegò che questo uomo mezzo vecchio ci provava con tutte finché i mariti delle corteggiate, alcune  forse già adultere, si coalizzarono, lo bastonarono e lo gettarono in un fosso. Non ne morì ma ci mancò poco.

Fu salvato dagli operosi medici dell’ospedale di Cittadella.

Antonia dunque temeva che potessi fare la fine del seduttore professionista ucciso da Eufileto, il marito tradito e assassino difeso da Lisia per il delitto d’onore.

Le feci presente che il marito di Ifigenia nemmeno sapeva chi fossi  e  che comunque la mia ultima relazione era irreprensibile perché noi ci amavamo e rendevamo migliori a vicenda: Ifigenia mi ribattezzava nelle onde fresche della sua gioventù mentre io la impregnavo dello spirito mio coltivato e cosciente.

L’amica si rassicurò soltanto un anno più tardi, quando portai Ifigenia a Carmignano per fargliela conoscere e l’amica giudicò la mia amante “bella con semplicità e intelligente”.

Nel frattempo aveva lasciato il marito. Intanto però il nostro amore si avviava al tramonto.

Mentre di notte tornavo a Bologna sull’autostrada,  tonda era la luna.

La pregai chiamandola  Selene, Artemide, Diana, Trivia, Helena, Ifigenia: una sola forma di molti nomi, come la magna mater di Prometeo: pollw'n ojnomavtwn morfh; miva[1].

 

 

Avevo le lacrime agli occhi perché mi sentivo di nuovo partecipe della vita di questo universo bello, ordinato da un Dio buono, demiurgo e artista.

Chiesi a quella bianca, rotonda, femminea creatura di conservarmi ancora per tanti dei suoi eterni giri celesti l’amore di Ifigenia e la facoltà di muovermi ancora in buona salute sulle  strade del meraviglioso capolavoro  che è il  mondo ora rischiarato da lei, ora illuminato dal suo splendente fratello.

Ero felice come non ero più stato dopo Helena Augusta diversi anni prima e lo dovevo a Ifigenia.

 

Avvertenza il blog contiene due note e il  greco non traslitterato.

 

Pesaro  20 marzo  2026 ore 18, 02 giovanni ghiselli

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Quanti all’alba? Meno di 5000 mila. Dovrei farcela entro marzo. Se Dio vorrà.

 

 

 



[1] Eschilo, Prometeo incatenato, v. 210,


Ifigenia XL. L’allieva e amica Luciana.


Tra le allieve della prima media tutte vivaci e carine, ce n’era una speciale.  La notai per la sua creattività nelle scrivere, per l’originalità e l’indipendenza delle sue osservazioni, per la vivacità con cui mi faceva delle domande e l’interesse mostrato nell’ascoltarmi. Insomma era una bambina dotata di autonomia mentale e caratteriale: mi assomigliava. Con il volgere delle stagioni saremmo diventati amici. Lo siamo ancora. L’ho invogliata a valorizzare la sua intelligenza e gli altri talenti suoi. Luciana a sua volta durante il triennio in cui l’ho aiutata a crescere mi ha fatto capire quanto di buono potessi dare agli allievi in termini di umanità.

All’epoca la mia cultura era solo scolastica, cioè embrionale.

A Carmignano di Brenta dove vissi cinque anni della mia prima gioventù adulta ero apprendista del mio lavoro e di me stesso; allora presi coscienza di tante attitudini mie: prima di tutte quella del maestro  capace di suscitare energie mentali e morali nei giovani. Mi accorsi che con i ragazzi mi trovavo bene e pure loro con me: ci si educava a vicenda.

Carmignano di Brenta mi piace perché assomiglia ai miei venticinque anni quando ci arrivai spaesato dopo avere lasciato la mamma, le zie e i nonni materni a Pesaro[1]. Ero trasecolato come  Breus nella boscaglia e trasognato come l’avvocato tubercoloso della Signorina Felicita.

 Le varie volte che  sono tornato a Carmignano dopo il trasferimento a Bologna, ho ritrovato nel  paese, nel paesaggio, nel suo fiume, nei suoi profumi, le dolci malinconie, e anche le forti emozioni di allora, quando vivevo ogni evento nell’attesa di beni più grandi, e quegli anni come preludio e presagio delle  cose egregie  che avrei dovuto compiere una volta tornato a Bologna. Il novembre scorso ho  compiuto gli ottantuno: la vita trascorsa mi ha allontanato da quella condizione di giovanotto trapiantato e spaurito, ma vivo, curioso, animato da vaghe e grandi speranze. Quando  ricordo gli anni di Carmignano, ritrovo nella miniera del cuore i sentimenti di allora, la meraviglia  lo stupore e l’interesse davanti a  ogni persona nuova che mi induceva a osservarla,  interrogarla, capirla per ingrandire e migliorare la mia umanità.

Alcuni dei ragazzini miei allievi  di allora, quelli del mio debutto oramai settantenni, mi ringraziano ancora per quanto di buono hanno ricevuto da me: oggi so di avere avuto da loro molto più di quanto abbia dato.

 Ci siamo scambiati munera  doni e compiti preziosi, funzionali alla crescita, ricchi di reciprocità.

 

Avvertenza: il blog contiene una nota

 

Pesaro 20 marzo 2026 ore 17, 42 giovanni ghiselli

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[1] Racconto il mio arrrivo nella scuola media di Carmignano e il mio debutto da tirocinante nel romanzo già pubblicato Tre amori a Debrecen. Potete averlo in prestito dalla biblioteca Ginzburg di Bologna. Non compratelo dunque,.


Ifigenia XXXIX. Carmignano di Brenta. L’amica più cara: Antonia.


 

Quindi vennero le vacanze di Natale mai gradite perché durante le feste della casa e della famiglia chi è strutturalmente solo come me, si ritrova più solo che mai, e sempre più solo con il passare degli anni.

 

Cesare Pavese scrisse: “Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?” (Lavorare stanca, 8). 

Quindi: “

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno

in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara

che l’inutilità”  (Lo steddazzu, 10-12).

 

A 42 anni questo poeta si uccise. A venti anche io ero pensoso di finire presto, o ribattezzare la mia vita, nell’acqua del porto di Pesaro, gravoso e inutile peso alla terra com’ero. Poi mi sono ricreduto valorizzando tutto me stesso: perfino la  mia solitudine cronica, interrotta del resto e impreziosita da diverse avventure. Ora rispondo a Pavese: sì ne è valsa la pena essere solo. Ho potuto indagare me stesso, diventare quel poco o molto che sono, studiare, educare, frequentare soltanto chi mi piaceva.

 

Durante i giorni di Natale e Santo Stefano andavo a Pesaro dalle mie zie  e dalla nonna che erano le più anziane e sole tra le mie consanguinèe.

La mamma per le vacanze andava dal marito, mio padre.

Lo facevo per gratitudine dell’aiuto che mi davano e per la pietas erga popinquos. Il 23 dicembre invece, da quando vivevo a Bologna, facevo la visita del solstizio invernale alla vicepreside della scuola media dove avevo insegnato, Antonia Sommacal, che era diventata la più cara delle mie amiche e mi aveva aiutato durante il mio apprendistato professionale e umano. Fino al 2004 sono andato a trovarla tutti gli anni due volte all’anno: per i solstizi. Manca quello invernale del 2005 perché in autunno Antonia è diventata un’amica celeste.

 E’ una magnifica persona che mi ha aiutato e incoraggiato a essere come sono.

Non è facile per chi è troppo diverso e strano, guardato con sospetto da molti.

Ricordo una frase tra le più belle che abbia mai sentito sul mio conto. Quando le dissi che per Natale andavo sempre dalle zie che erano sole e molto anziane, Antonia mi fece: “lei avrà fortuna Gianni, perché è una persona buona”. E’ il complimento più grande che abbia mai ricevuto e mi ha ripagato della malevolenza che non poche volte mi hanno manifestato i nemici e i falsi amici.

Simile del resto all’encomio che mi fece Kaisa, l’amante studiosa di glotoologia: “ ti ho amato perché ho sempre avuto paura di tutti ma non ne ho mai avuta di te”.

A Carmignano del resto dopo il trasferimento a Bologna  tornavo volentieri quelle due volte ogni anno per rivedere i luoghi divenuti poetici dove arrivai venticinquenne per iniziare il mio lavoro e vi rimasi fino a quasi trentanni imparando a  fare la parte dell’uomo adulto, a cavarmela senza rinnegare né smentire la mia identità, a non seguire i luoghi comuni che nella profonda provincia veneta erano molto diffusi e quasi obbligatorî. Dopo la morte di Antonia ogni tanto vado ancora a Carmignano per raccogliere qualche fiore che vedo tra l’erba e metterlo sopra la sua tomba mandandole un bacio. Il venerdì di Pasqua generalmente quindi proseguo per la Val Sugana fino a Moena dove ho altro miti da coltivare e altri morti da ricordare devotamente.

La  benevolenza di questa amica mi ha aiutato davvero ad avere la buona sorte che mi auspicò e previde quando ero giovane molto. Ci si dava del lei, stranamente. Mi faceva da maestra e da mamma.

Ora però le dico e ripeto spesso: che tu sia benedetta Antonia carissima, gunhv t  j ajrivsth tw'n uJf j hjlivw/ makrw'/"( Alcesti, v.-151), di gran lunga la migliore tra le donne sotto il sole. Sei stata la mia migliore amica.

 Nessuna delle mie amanti mi ha aiutato con maggiore intelligenza, onestà e generosità.

Pesaro 21 marzo 2026 ore 16, 46 giovanni ghiselli

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Il cellulare quale abominoso ordigno. Induce a omicidi stradali.


 

Il telefonino è un abominoso ordigno e strumento di morte quando viene osservato da chi conduce un mezzo pubblico o privato. Chi  guida un’automobile, o un autobus o un tram, mentre guarda il cellulare e causa la morte di una o più persone va equiparato a un assassino e punito come tale. Lo scrivo anche per avere rischiato la vita più volte in tali frangenti.

Pesaro 20 marzo 2026 ore 12, 21 giovanni ghiselli

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Kafka, Il processo. Capitolo IV. Sulla soglia. Le signorine Bürnster e Montag.


Tutto si svolge sulla soglia o accanto alla finestra dove si vivono momenti di crisi. La via della fuga da una vita “normale”  deve essere sempre  a disposizione

A  Kafka, come a Dostoevkij, interessa il tempo dai segni misteriosi e inquietanti, mentre i due scrittori non  sono interessati a quello biografico, insignificante delle persone “normali”.

 

K voleva parlare con la Bürstner una coinquilina che lo evitava. Lui aspettava sempre i passaggi di lei che però lo schivava. Le scrisse anche, ma non ebbe risposta. Una mattina, spiando dal buco della serratura della propria stanza, vide che la Montag, una tedesca che insegnava francese, traslocava dalla camera dove abitava in quella della Bürstner.

La Montag era debole, scialba e un po' zoppicante. Ciabattava tra le due stanze trasferendo la sua roba.

 La Grubach portò la colazione a K e gli spiegò che la Montag andava a vivere con


Ifigenia XXXVIII “Faccia il nostro grande attore, grande attrice ancora te!”. Mancanza di delicatezza.



Nei primi tempi della relazione amorosa con Ifigenia, l’angoscioso pregiudizio della necessaria verginità della mia donna inculcatomi in famiglia, a scuola e in parrocchia aveva trovato un efficace contrasto nell’immenso piacere che la radiosa ragazza mi dava e nel pensiero razionale, nella constatazione che una femmina siffatta non era venuta con me per ripiego dopo essere stata scartata dal suo seduttore iniquo, bensì mi aveva preferito al marito e a tanti altri con decisione propria.

 

In questo periodo  furono piuttosto i difetti di educazione, sensibilità, delicatezza della ragazza a mettermi addosso le ugge  più gravi.

 

Faccio un paio di esempi

Una mattina di mezzo inverno, quando piccoli uccelli quasi assiderati spargevano flebili versi che preannunciavano auspici non buoni, mentre rattrappiti dal gelo pure noi,  stavamo entrando nel solito bar dell’intervallo tra le ore di scuola, Ifigenia disse: “ verrà a recitare al Duse  il grande attore di cui ti ho parlato: voglio andare nel suo camerino per fargli delle proposte”.

“Quali?” domandai incuriosito e allarmato.

“Quelle lascive che ho avuto in mente di fargli fin da ragazzina quando lo vedevo in televisione e lo ammiravo, poi lo sognavo”.

Mi rabbuiai e dissi “Sicché ho sbagliato a lasciare le  altre amanti per stare solo con te ” .

Capì e si corresse: “volevo dire che gliele farei se non fossi legata con te”.

“Puoi scioglierti da me quando vuoi” dissi con il tono del disgusto non dissimulato.

La frase volgare e violenta oramai era stata scagliata come un dardo velenoso e mi aveva ferito. Il vulnus volgeva all’ulcus, la ferita alla piaga con tanto di pus. Mi piegai su me stesso, offeso, senza dire parola. Poi cercai di mandare giù il rospo.

 

Pochi giorni dopo andammo al Duse a vedere quell’ attore nei panni di Otello. Sentivo la gelosia che rodeva dentro di me come un tarlo maligno. Leggendo la storia fino alla catastrofe finale vedrete che ne avevo motivo.

“La cosa più segretamente temuta accade sempre”.

Finito il dramma tra gli applausi del pubblico Ifigenia si allontanò con un suo allievo  assai bello . Disse che andavano a omaggiare Otello. Probabilmente era nelle sue intenzioni ingelosirmi: per farmi soffrire e sottomettermi. Rimasto solo pensavo questo e sentivo dolore .

“Meglio perderla che trovarla una così”, mi dissi. “Se va a fare le porcherie nel camerino dell ’istrione, dopo avere civettato con il ragazzo e ancheggiato indecentemente per ringalluzzire quel mezzo rudere e  fornicare con entrambi , sarà solo un bene: “Faccia il nostro grande attore grande attrice pure te”. Ero stralunato come Masetto[1].

I  mostri delle mie angosce avevano ripreso a tormentarmi.

Del resto c’ era un terzo elemento che mi portava a non sopportare i difetti delle persone che frequentavo. L’amore della solitudine e il distacco dagli altri erano attitudini già radicate nel mio carattere e nel mio vissuto, al punto che soltanto una donna giovane, bella e vivace come Ifigenia, educata, fine e formosa come Helena, colta, carina e spiritosa come Kaisa, studiosa  significativa e incinta di me come Päivi, avrebbe potuto indurmi a una relazione più lunga di una vacanza.

L’amore delle tre finlandesi mi aveva insegnato  che non avevo bisogno di verginità né di ricchezza ma di una compagna non stupida, non volgare, non ignorante, non perfida.

Ma pure con queste mi bastavano tre ore al giorno e avanzavano anche.

Passate queste, nel paradiso di Debrecen andavo a cercare gli amici o mi beavo delle passeggiate in solitudine osservando e riflettendo. Parlare era  il mio lavoro e farlo dalla mattina alla sera, soprattutto in una lingua appresa tardi, mi stremava.

Sebbene le donne mi piacciano molto, tuttora quando ne vedo una giovane e bella mi chiedo: “sì è una meraviglia scesa dal cielo in terra a miracol mostrare, ma te la prenderesti in casa?”

“Giammai” mi rispondo sempre senza esitare.

Lo giuravo quando uscivo stremato e mortificato, dalla casa di Pesaro. Mi avevano terrorizzato le consanguinee perentorie, imperiose e in combutta con ogni forma di potere volto a sottomettere chicchessia: dal padre, a me bambino senza padre presente, al gatto di casa.

Del resto Ifigenia era giovane molto e avrei dovuto indirizzarla a una maggiore delicatezza. In fondo mi aveva cercato anche per questo. Io la educavo solo scolasticamente, quando lei aveva bisogno di sapienza umana- anqrwpivnh sofiva-  oltre che di sapere libresco. Ma allora ne avevo poca anche io.

Dopo un quarto d’ora la professoressa e l’allievo tornarono ai loro posti.

 Non feci domande. Però sentivo che molte cose non funzionavano già in quel tempo ancora piuttosto bello. Stava iniziando il declino e sapevo per esperienza che nell’amore questo è irreversibile, irreparabile.

 

Avvertenza: il blog contiene una nota e il greco non traslitterato.

 

Pesaro  20 marzo   2026 ore 8, 59

giovanni ghiselli

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[1] Cfr. Don Giovanni, Da Ponte, Mozart, I, 21


giovedì 19 marzo 2026

Ifigenia XXXVII. Problemi tormentosi finché comprendiamo che non ci riguardano. Verginità, patrimonio e matrimonio.


 

Apollonio Rodio ci avverte:  “noi stirpe infelice degli uomini non possiamo entrare nella gioia con piede intero o{lw/ podiv (Argonautiche, IV, 1166) e l’amaro dolore-pikrh; ajnivh (1167) sempre si insinua in mezzo ai momenti del nostro piacere.

Questi versi mi avevano colpito quando li lessi siccome mi sembravano scritti proprio per me.

 

Ifigenia era bella, non era stupida e voleva vivere la nostra storia con gioia; io viceversa, passate le ore dell’euforia sessuale, se scrutavo al di là del piacere goduto e  cercavo di antivedere la felicità e il bene di entrambi, ero  incline a sottilizzare e arzigogolare finché  scorgevo problemi, ostacoli  cioè veri e propri, tali che ci avrebbero fuorviati verso situazioni difficili, forse anche dolorose. In certi momenti mi appariva senso vietato quello diretto al benessere permanente; temevo che la via da percorrere metodicamente per giungere a una gioia stabile e sicura fosse minata.

Di fatto le mine erano dentro di me e allora non avevo la forza mentale né  culturale né morale necessaria  per disinnescarle.

Gli ordigni più micidiali da me interiorizzati erano due cattive educazioni subite: quella clericale che allora criminalizzava il sesso quale porcheria peccaminosa, la più sporca, maximum scelus, e quella borghese ostile al  proletariato considerato feccia del mondo.

Ifigenia era una proletaria non dotata appunto e tale condizione la rendeva poco gradita alla mia famiglia: “bella sì -disse la madre mia come la vide- bella davvero, però non ha un soldo”.

Io all’epoca dipendevo ancora non poco da lei, dalle zie e dalla nonna, soprattutto mentalmente ma non solo.

 

Per quanto riguarda l’altra educazione cattiva, quella clericale, la ragazza non era vergine, non era la Madonna, nemmeno la santificata Maria Goretti di Corinaldo era, e  quando  portai Ifigenia a Pesaro le donne di casa non l’accolsero con il rispetto che avrebbe dovuto avere per la mia compagna. A chi chiedeva chi fosse, la zia Giulia rispondeva che era

 “una cara amica di Gianni”. Una benevolenza equivoca: invero significava che  noi due non ci saremmo mai messi nella grazia di Dio e nemmeno nella loro. Questa storia della necessaria verginità della fidanzata è stato un problema, un ostacolo all’amore, alla libera scelta della persona più adatta e congeniale per molti ragazzi della mia generazione. Le ragazze che aspiravano alle nozze ne tenevano conto anche loro. Era una penitenza preventiva per tutti i giovani.

A me dava l’angoscia. Mi capitava di sognare un’orribile Erinni che in preda al fanatismo dell’odio gridava: “Lurido sangue di donna dall’imene squarciato una volta caduto a terra ne insozza le zolle, le inaridisce, deturpa l’onore dell’uomo che l’ha sposata. Non c’è valore che possa redimere la donna traviata: né prezzo in denaro, né multa di roba può riscattare l’immonda, cancellare la macchia indelebile.

La tua ganza è solo carne squarciata da un altro  con tuo disonore perenne, con tua sempiterna infamia e pena mortale. Per giunta non è possidente di poderi con vigne, olive, granai, muggiti di buoi, porcili e pozzi, né di mobili antichi, quadri, appartamenti  affittati: niente

di niente ”.

Ora so che il patrimonio vero è quello della bellezza della mente e del corpo.

Mi sentìi dire perfino che se avessi sposato una ragazza con la quale avessi già fatto l’amore, pure se fossi stato soltanto io il drudo di quella svergognata, sarei stato “il cornuto di me stesso”.

“Becchi” secondo quanto si diceva in casa mia erano tutti gli uomini che sposavano la donna non illibata.

 

Mi svegliavo affranto, sudato. Lottavo con la forza della ragione alleata alla gioia dei sensi ma i demoni che pretendevano verginità e  denaro spuntavano quasi tutte le notti e talora anche di giorno a ribadire il loro catechismo infernale.

Se fossi stato meno immaturo avrei capito quello che compresi dopo altre esperienze amorose: che il matrimonio non è cosa per me, né con una proletaria né con un’ereditiera, né con una dissoluta né con una vergine.

Ho provato con ciascun tipo e non ho funzonato mai a lungo con nessuna.

Tante volte ci poniamo problemi che non sono i nostri, eppure ci tormentano fino a quando non abbiamo capito che non ci riguardano.

Helena Augusta che era fidanzata e incinta di uno che avrebbe sposato due mesi dopo la conclusione tra noi  è stata la più onesta con me tra le altre decine di amanti pulzelle o maritate, e, grazie a lei, ora comprendo-a[rti manqavnw-. Forse non è troppo tardi.

 

Bologna  19  marzo 2026 ore 19, 26  giovanni ghiselli

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Sono a Pesaro. La guerra continua e mi affligge. Ricavo però una strana consolazione dallo scrivere: ricordo i fatti antichi biasimando i miei errori,  osservo i presenti per commentarli e denunciare i crimini degli uccisori di bambine, bambini, donne e uomini inermi. Questa moda della violenza diffusa dovunque deve essere maledetta.

 

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Kafka. Il processo. Capitolo III Nella sala delle udienze deserta. La lavandaia e lo studente. Labirinti.


 

La settimana successiva K aspettava una nuova chiamata ma  l’invito non viene. Allora torna nello stesso posto di domenica. Incontra la lavandaia che gli dice: “oggi non c’è seduta. E lui: “perché non dovrebbe esserci?

E’ l’assurdo innalzato a sistema.

 

Il nonsense

Nel Satyricon.  il disorientato Encolpio domanda all'anicula :"mater, numquid scis ubi ego habitem?" mamma, sai dirmi dove abito?  e la vecchia delectata est illa urbanitate tam stulta et:  quidni sciam? inquit consurrexitque et coepit me praecedere. divinam ego putabam (7)

 

Questa domanda assurda può accostarsi a quanto chiede uno degli occupati del De brevitate vitae[1] di Seneca. Costoro sono dei maniaci impegnati in attività che, secondo l'autore, sono quanto meno futili e vane. Ebbene, riguardo a uno di questi, un delicatus, per giunta, un raffinato, il filosofo  riferisce di avere sentito "cum ex balneo inter manus elatus et in sella positus esset, dixisse interrogando ' iam sedeo'?" (12, 7), che sollevato a braccia dal bagno e posto su una sedia sembra abbia fatto questa domanda: "sono già seduto?".

Seneca sottolinea l'irrazionalità di certi personaggi, Petronio fa risaltare  piuttosto l'incongruenza che è fondamentale per l'umorismo[2] anticipando addirittura alcuni aspetti del nonsense di Edward Lear (1812-1888) che con i limericks[3] del suo A Book of Nonsense (del 1846) eleverà a sistema l'enunciazione dell'incongruo. "Il nonsense dei limericks è un territorio fuori legge della letteratura, una piccola catastrofe del cosiddetto razionale", sostiene Ottavio Fatica[4]. Carlo Izzo invece suggerisce che il " nonsense avanti lettera…è una costante nelle opere della letteratura inglese più lontane dall'influsso delle letterature continentali" e ne indica un esempio in "almeno una tra le filastrocche delle streghe" del Macbeth, quella che fa: "una moglie di marinaio aveva nel grembiale delle castagne, e masticava, masticava, masticava. "Dammi qua" feci io. "Vai via strega !" grida quella carogna rimpinzata. Il marito è andato ad Aleppo, capitano della Tigre. Ma io farò vela per colà imbarcata in uno staccio. And like a rat without a tail-I'll do, I'll do and I'll do" (I, 3), come un topo senza coda io farò e farò e farò".

 Oltre che al nonsense del resto questa scarsa logica delle streghe può ascriversi a una certa primitività che comporta un uso ossessivo della paratassi.

Questo è tipico dei demoni della mitologia inferiore: nelle Eumenidi di Eschilo, quando   le Erinni non ancora placate si svegliano con  mugolìi e  gemiti, la corifèa le aizza contro il matricida gridando:" labe; labe; labe; labev : fravzou", prendilo prendilo prendilo prendilo; stai attenta!"(v. 130).

 

K biasima la lavandaia che si era fatta abbracciare dal ragazzo quando  lei dice di essere la moglie dell'usciere, ma questa donna aggiunge che il marito lo permette perché quel giovane  è uno studente e si prevede che un giorno potrà comandare. Questo corrisponde a tutto il resto, dice K.  La donna lo elogia per il discorso che ha fatto anche se non ha potuto sentirlo bene perché era stesa a terra con l'amante.

 

L’assurdo e il tragico confinano con il comico.

 

K chiede di vedere i libri sulla tavola del giudice e nota una figura indecente fatta male: un uomo e una donna nudi su un divano si volgevano l'uno verso l'altro ma solo faticosamente" Il libro era intitolato Le tribolazioni di Grete inflitte da Hans suo marito.

"Dovrei farmi giudicare da questa gente?" La donna comincia a corteggiarlo: "Lei ha dei begli occhi scuri, li ho notati appena è entrato".

 K pensò che fosse corrotta come tutto lì intorno.  La donna gli promette aiuto con il giudice che le fa la corte: le ha regalato belle calze di seta. Arriva poi lo studente che è piccolo e con le gambe storte, ma la lavandaia deve andare con lui. Comunque promette a K che tornerà e potrà fare di lei quello che vuole. K pensa che la donna sia sincera e che gli possa essere utile, e immagina pure che potrebbe spezzare tutto intero il meccanismo della legge se avesse fiducia.

Il mostriciattolo come lo chiama la donna è andata a prenderla per portarla dal giudice istruttore. I due se ne vanno, e K sente di avere subìto la prima sconfitta. Ma pensa pure che poteva non andare in quel posto dove ha visto che l'interno di quel macchinario giudiziario era ripugnante quanto l'esterno. Vide che il ragazzo portava la donna in un solaio dove difficilmente poteva abitare il giudice. Ma in un cartello lesse: scala di accesso alla cancelleria. Forse il denaro veniva rubato dagli impiegati: per questo gli uffici erano miserrimi. Pensò che la sua vita era migliore di quella del giudice.

 Arriva il marito della lavandaia, l'usciere, che dice di essere costretto a subire tutto per non perdere il posto. La donna ha le sue colpe. K entra in un solaio e vede degli imputati, suoi "colleghi". Fa domande a uno che lo teme e non risponde. K allora gli prende un braccio e quello si mette a gridare come se l'avessero afferrato con due tenaglie incandescenti. K ha paura di perdersi nel labirinto e vuole andarsene accompagnato dall'usciere.

Il labirinto significa un andirivieni faticoso e senza progresso e addirittura spaventoso, come quello tipico degli incubi.

 

I labirinti

Sono quelli che Eliot in Gerontion, assumendo una visione cosmica del labirinto, chiama i corridoi artificiosi della Storia:" Think now/History has many cunning passages, contrived corridors./And issues, deceives us with whispering ambitions, Guides us by vanities " (vv. 34-37), pensa ora, la Storia ha molti anditi ingannevoli, corridoi artificiosi e varchi, ci inganna con sussurranti ambizioni, ci guida con cose vane.    

 

Nel Satyricon gli scholastici Encolpio e Ascilto tentano di scappare dal banchetto, ma, terrorizzati dal cane di guardia, cadono nella piscina. Vengono tratti in salvo dal portiere che, però, non permette loro di uscire. Segue la riflessione di Encolpio:"quid faciamus homines miserrimi et novi generis labyrintho inclusi, quibus lavari iam coeperant votum esse? " (73), cosa possiamo fare uomini disgraziatissimi e rinchiusi in un labirinto di nuovo tipo, per i quali lavarsi già cominciava ad essere un miracolo ?

Il labirinto significa assenza di progresso e il lavarsi come votum sembra alludere a una purificazione sempre più desiderabile e difficile

 

K si sente male per l'aria irrespirabile. Una ragazza aprì un finestrino per aiutarlo ma entrò una nube di fuliggine (p. 107).

Interviene un altro personaggio, l'informatore, l'unico ben vestito perché deve fare una buona impressione. Però tende a ridere e dà fastidio. Risate offensive. K si avvia sorretto dalla ragazza e dall'informatore. A K sembrava di avere il mal di mare. Si sentiva come su una nave in una tempesta.

 

Cfr. le metafore nautiche come povliς (…) a[gan-h[dh  saleuvei dell’Edipo re di Sofocle

"la città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo/già ondeggia e non è più capace di sollevare il capo /dai gorghi del fluttuare insanguinato (vv. 22-24).

 

 Accompagnano K all'uscita dove  si riprende ma l'informatore e la ragazza non sopportavano l'aria relativamente fresca che veniva dalla scala. Erano stati troppo a lungo nella caverna. La ragazza sarebbe precipitata se K non avesse chiuso rapidamente la porta 110.

 

 

Cfr. La caverna platonica

Vediamo dunque questo mito (VII libro della Repubblica)

Socrate parla a Glaucone e gli dice: considera gli uomini rinchiusi in una specie di abitazione sotterranea, cavernosa, a grotta (ejn katageivw/ oijkhvsei sphlaiwvdei, 514). L’ingresso è aperto alla luce ma poi scendendo si trovano  uomini  che sono prigionieri  fin da fanciulli, incatenati nel collo e nelle gambe in modo che possano guardare solo verso il fondo della caverna. Dietro di loro c’è un muro, poi dietro ancora una strada. Su questa strada passano uomini che hanno sulle spalle arnesi di ogni genere che sporgono oltre il muro: statue, animali di pietra e di legno  (zw`/a livqinav te kai; xuvlina).

Ancora dietro questi c’è la luce di un fuoco alto e lontano fw`````" puro;" a[nwqen kai; povrrwqen (514b).

I prigionieri vedono solo le ombre delle cose riflesse dal fuoco sulla parete di fondo.

Costoro credono che quelle ombre (skiav") siano la realtà (to; ajlhqev").

Se uno di loro venisse slegato e costretto ad alzarsi e a guardare la luce del fuoco e gli oggetti, rimarrebbe abbagliato e riterrebbe le ombre più vere degli oggetti.

Se poi venisse portato fuori pieno di riluttanza non riuscirebbe a vedere niente. Ma poi un poco alla volta si abituerebbe a individuare prima le ombre, quindi i riflessi nell’acqua, infine gli oggetti stessi, poi il cielo notturno, la luna e le stelle. Infine il sole. E capirebbe che il sole il quale produce le stagioni e gli anni, e sovrintende a tutto quanto c’è nel mondo visibile  (pavnta ejpitropeuvwn ta; ejn tw'/  oJrwmevnw/ )  è anche la causa di tutto quanto gli occhi vedono.

A questo punto si ricorderà dei compagni di schiavitù e li commisererà.

E penserebbe quello che dice Achille a Odisseo nell’Ade (Odissea XI, 489).

Se tornasse nella caverna, gli occhi gli si riempirebbero di tenebra.

Gli ottenebrati direbbero che l’ottenebrato è lui e se cercasse li liberarli per farli uscire, lo ammazzerebbero.

Questo mito, spiega Socrate, significa che il mondo dove viviamo è una prigione e il sole è quel fuoco e noi vediamo solo ombre.

 

Secondo alcuni autori noi stessi siamo ombre

 

Pindaro chiama l'uomo "sogno di ombra" (skia'" o[nar/a[nqrwpo"", Pitica VIII, vv. 95-96).

 

Nell'Aiace di Sofocle Odisseo esprime la convinzione che l'ombra sia la quintessenza dell'uomo e manifesta la compassione del poeta per tutte le creature umane cadute sulle spine della vita:"oJrw' ga;r hJma'" oujde;n o[nta" a[llo plh;n--ei[dwl j o{soiper zw'men h] kouvfhn skiavn", io infatti vedo che non siamo se non immagini quanti viviamo, o muta ombra (Aiace, vv.125-126).

 

Pulvis et umbra sumus, “polvere e ombra siamo”, secondo Orazio (Odi, 4.7.16). Amleto dice che l’uomo è quintessenza di polvere. «Alexander died, Alexander was buried, Alexander returned into dust», “Alessandro morì, Alessandro fu se­polto, Alessandro ridivenne polvere” (Shakespeare, Amleto, V, 1).

Alessandro era un uomo, ossia «quintessence of dust», “quintessenza di polvere” ( Amleto, II, 2).

 Shakespeare nel Macbeth (V, 5) fa dire al protagonista prossimo alla fine: «Life is but a walking shadow; a poor player, / That struts and frets his hour upon the stage, / And then is heard no more: it is a tale / Told by an idiot, full of sound and fury, / Signifyng nothing», “la vita è solo un’ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita sulla scena nella sua ora e poi non se ne parla più: è la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di furia, che non significa nulla”.

In La terra desolata di T. S. Eliot leggiamo (v. 30): «I will show you fear in a handful of dust», “in un pugno di polvere vi mostrerò la paura”.

 

 

 

 

Bologna 19 marzo 2026 ore 11, 37 giovanni ghiselli

 

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Quanti all'alba? 5714.

 

Sto partendo per Pesaro dove terrò una conferenza su Seneca sabato 21 dalle 19, e domenica 22 voterò, quindi tornerò a Bologna.  

 

 



[1] Del 49 d. C. circa.

[2] Un'interessante definizione del punto di partenza dellumorismo si trova ne Il lupo della steppa di H. Hesse:"Ebbene, ogni superiore umorismo incomincia col non prendere sul serio la propria persona" (p. 231).

[3] "Così comunemente si chiama la forma strofica usata dal Lear. Sembra derivi da un coro, in quel metro, nel quale figurava il nome della città irlandese di Limerick. Un "limerick" si compone di cinque versi (aabba), dei quali gli "a" sono tripodie e i "b" dipodie anapestiche. I "limericks" sono popolarissimi, e ne esiste un'incalcolabile quantità di anonimi". Do un paio di esempi di limerick, tratti dall'antologia del caro maestro C. Izzo:"C'era un vecchio sannita-disgustato della vita:-gli cantarono una ballata,-lo cibarono d'insalata,-e guarirono quel vecchio sannita". "C'era un vecchio dal mento barbuto-che disse:"l'ho sempre temuto!-Due gufi e un pollastrello,-quattro allodole e un fringuello-han fatto il nido nel mio mento barbuto" Storia della letteratura inglese, 2, p. 594 n. 1; 595 n. 2 e n. 3.

[4] Curatore della recente (2002) pubblicazione Einaudi.