martedì 31 marzo 2026

Ifigenia LXVII. La superstizione della partenogenesi. Dedicato alle ragazze madri.


 

Dopo cena scesi di nuovo sulla sponda dell’Avisio, poi salìi fino alla Malga Panna di Sorte. Quindi tornai per la stessa strada  all’incontrario: feci la salita dell’andata in discesa e la discesa in salita; infine andai a letto, pago di questo moto necessario alla salute e alla conservazione della decenza  somatica.  

Ricordai la prima notte passata a Moena una trentina di anni addietro. Allora  non mi addormentai fino all’alba siccome mi mancava la mamma . Abbracciavo la suo posto il cuscino, lo accarezzavo, lo baciavo, giuravo che non avrei amato mai altra donna che lei, che mai mi sarei sposato.

Una promessa mantenuta questa delle nozze neglette.

Le chiedevo perché mi avesse allontanato da sé  affidandomi alle due sorelle più anziane, le zie Rina e Giulia che durante il viaggio in treno da Pesaro a Bologna, poi con un altro treno fino a  Ora, quindi nel trenino che arrivava a  Predazzo, e in conclusione nella corriera fino a Moena, mi avevano spinto a fare il segno della croce ogni volta che vedevano anche lontani una chiesa o un cimitero di campagna. Decine di volte. Per giunta mi avevano rinchiuso in diversi golf dicendo che a Fontanefredde trecento metri sopra Ora iniziava l’inverno con le sue brume tremende. Ero imbozzolato come una crisalide e non ero per niente sicuro che mi sarei trasformato in un’angelica farfalla.

Quella notte lontana  del 1948, la prima di Moena dunque, avevo la testa rattristata da mille pensieri.

Non  ero sereno nemmeno la notte fra il 13 e il 14 aprile del 1979 a trentaquattro anni suonati. A Bologna mi aspettava una donna giovane, bella e disponibile assai, un risultato atteso, agognato e conseguito, una borsa di studio da studente egregio, meritevole di premi anche cospicui,  un successo non da poco. A venti anni nel tempo della depressione che mi aveva reso pazzo e deforme[1] sarebbe stata follia sperare di afferrare un giorno il trofeo costituito da Ifigenia.

Eppure non trovavo il coraggio di gioirne.

Quella sera di aprile dopo quasi tre lustri ero depresso e pazzo di nuovo, sia pure in maniera diversa. Tendevo di nuovo al ribasso.

“Una vergine voglio, per amare senza angoscia!” pensavo, “una che non faccia sesso nemmeno con me”.

Sia chiaro che mi vergogno molto confessando questo demenziale orrore. Cerco di scusarmi e giustificarmi adducendo il lavaggio del cervello subìto in famiglia, in parrocchia, a scuola, perfino giocando per strada con i  bambini coetanei, gli “squizzi”, come ci chiamavano i ragazzi più grandi del vicinato. Un bigottot perbenista  volevano fare di me quando avevo appena sei anni.

Mi vergogno ma devo chiarire questo antefatto ai miei lettori perché vedano una delle cause dell’ingiustizia, della prepotenza di tanti maschi verso tutte le femmine umane. La storia della verginità di Maria ha segnato, ha ferito le menti dei giovani della mia generazione e non solo. Il sesso secondo l’ orrenda superstizione della “vergine madre” doveva essere la cosa più sporca del mondo, se  fatto da una donna. I maschi invece si vantavano di pagare le prostitute da strada. Tale modo di pensare è stato  una peste mentale odiosissima e deleteria.

Vero è che con le tre finlandesi di Debrecen non mi ero posto questo problema ed ero stato felice per tre mesi. Una che era incinta di un altro, e ciò non- ostante venne a letto con me, la amai più di tutte, senza riserve, e la considero ancora la migliore che abbia incontrato nella mia vita mortale.

Come mai? Perché era una donna intelligente, sincera, dotata dello stile più egregio: quello del bello con semplicità. Elena era bella e fine.  Era autentica, non era fittizia. Era libera mentalmente e mi ha insegnato a diventarlo.

Per giunta più avanti avrei avuto una relazione triste con una vergine menzognera.

 Arrivato intorno ai quaranta anni ho capito che quel pregiudizio odioso inculcatomi da un’educazione cattiva, nefanda, mi faceva spostare sulla mancanza della verginità i difetti reali della donna: quelli della sincerità, della generosità, della cultura, dello stile.

 

La mattina seguente chiedevo lumi al Piz Meda. Ma la sua roccia in forma di faccia umana taceva. Allora provai a guardare una rupe bicipite del Catinaccio: una la cui forma mi aveva fatto sempre pensare a una madre con il figlio piccino in braccio. Mi tornò in mente il dogma della Vergine madre. Mi avvelenava ancora, non l’avevo già rifiutato.

 

“Una vergine voglio: per amarla senza riserve” continuavo a  pensare, da perfetto imbecille pretificato. A trentaquattro anni suonati non era arrivato a una considerazione razionale dei fatti naturali  naturae species ratioque”.

Lo studio  di Lucrezio  mi aveva erudito ma non ancora educato: il sapere non era diventato sapienza. Avverrà solo qualche anno più tardi riguardo alla verginità: quando conobbi una vergine mendace, furace, rapace e incapace.

 

Allora non capivo che gli aspetti non amabili  di Ifigenia non stavano nel suo imene bensì nell’egoismo, nell’esibizionismo, nella scarsa disciplina mentale.

 

Vagai inquieto per le vie del paese rimuginando pensieri confusi, cercando una chiarezza e un equilibrio tra questi. Di Ifigenia apprezzavo molto le belle membra e la volontà di imparare. Non era poco pensandoci bene.

Ma la depressione sceglie il male nel miscuglio dei fatti.

 

Poco prima delle sei, il sole richiamò la mia attenzione aprendosi un ampio varco tra le nuvole. Era già prossimo alla soglia del talamo. Entro qualche minuto vi sarebbe entrato chiudendo l’uscio e lasciandomi fuori, desolato del tutto.

Si trovava molto vicino al dorso del Sass da Ciamp e ne faceva ardere gli abeti come brace che sprizza scintille incandescenti. Quindi, toccata la schiena del monte, sembrava girare vorticosamente come una sega circolare e pareva polverizzare la poca neve rimasta, tagliuzzare le piante, frantumare le rocce sgretolandole in un pulviscolo rosso.

Da Someda osservavo il primo fra tutti gli dei adorandolo, e gli rivolsi una preghiera ad alta voce: “Con il tuo fuoco catartico, Signore, Mente dell’Universo, brucia i bubboni della mia mente schiava, malata, ammorbata dai furfanti bigotti, rapaci profanatori del tuo volto santo. Rendimi puro e capace di amare un’altra donna pura di cuore come era  Elena Augusta”.

Un anziano con la moglie passavano vicino a me che pregavo inginocchiato e l’uomo disse alla donna: “che vergogna! così giovane e già ubriaco a quest’ora!”.

 

Quel “giovane” mi fece bene e anche l’”ubriaco” perché mi sentivo pieno  di spirito santo come gli Apostoli nel giorno della Pentecoste: et repleti sunt omnes Spiritu sancto” mentre venivano presi per brilli: “musto pleni sunt isti” (Atti degli Apostoli, 2, 4 e 13).

 

Mi girai e sorrisi al vecchio uomo con gratitudine per l’ottimo segno vocale che, senza sapere, mi aveva lanciato. Capì tutto e ricambiò il saluto.

Poco dopo passò di lì una capretta. La parte posteriore decenter undabat [2] come quella di certe signorine, magari vergini.

  Elena la ragazza incinta non ancheggiava punto, nemmeno Päivi la ragazza madre che non volle parorire, né Kaisa la madre adultera e studiosa di glottologia.

A loro saranno perdonati molti peccati poiché hanno amato molto.  

 

Avvertenza: il blog contiene due note.

 

Bologna 31 marzo  2026 ore 19  6 minuti, giovanni ghiselli

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[1] Vedi il primo capitolo del mio Tre amori a Debrecen disponibile per il prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna.

[2] Cfr Apuleio, Metamorfosi,  decenter undabat (II, 8)  ancheggiava in modo appropriato.


L'ignoranza genera violenza.

Un titolo nel quotidiano “la Repubblica” di oggi a pagina 13-

Da Breivik a Turetta

Il pantheon dei neonazi

“Elimino esseri minori”.

Non so chi siano Breivik a Turetta e non sono motivato a fare una ricerca. Si potevano mettere nomi di capi di Stato e avremmo capito immediatamente.

Presentati come esseri minori sono stati per mesi i Palestinesi e chi provava a difenderli, come Francesca Albanese per esempio.

Se ci sono esseri minori, questi devono essere aiutati a uscire dalla condizione di inferiorità in cui si trovano. Io del resto credo che persone davvero minori sono quelle che maltrattano, non i maltrattati. Esseri minori sono i profittatori e gli indifferenti. Questi vanno rieducati.

A proposito di quel disgraziato adolescente che meditava una strage lo Starez Zosima di Dostoevskij si sarebbe inginocchiato avanti a lui impietosito dalla sua infelicità sconfinata.

A pagina 12 c’è quest’altro titolo

Il ragazzo che voleva una strage

“Li uccido come alla Columbine”

Ho ricordato questo per significare che questa moda della violenza persiste e dilaga a causa dell’ignoranza, del fatto che non si leggono più i buoni libri , quelli che insegnano la solidarietà e l’amore.

 Il cattivo esempio viene dalle guerre, i massacri di Stato mostrati e raccontati  ogni giorno come cose ben fatte  da una parte o dall’altra o  da entrambe. Gli esempi di solidarietà vengono spesso presentati come eversivi, e lo sono rispetto a un mondo dove prevale la violenza. Penso alla spedizione umanitaria della flottiglia. Assistiamo sempre più spesso a ciance vuote proferite da persone presentate come grandi luminari e bacalari. La gente raggirata ci casca e non si studia più, non ci si impone più alcuna disciplina, alcun dovere, a partire dal rispetto del prossimo.

Bologna 31 marzo 2026 ore 18, 29 giovanni ghiselli

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Una trasmissione televisiva sul delitto di Garlasco: il prevalere della prepotenza.


Ieri sera si è vista su Rai 3 una polemica vergognosa sul caso Garlasco. Sono stati gridati insulti tra quanti sostenevano la colpevolezza di Stasi e gli innocentisti. Questi avevano l’appoggio del conduttore. Gli innocentisti erano colpevolisti nei confronti di Sempio. Se Stasi è stato un capro espiatorio, Sempio è il secondo tragos.

Un avvocato e un generale si sono insultati a vicenda per diversi minuti con accuse reciproche di maleducazione, incompetenza e altro.

Nessun rispetto per la povera ragazza assassinata. Gli stasiani gridavano più forte e sono arrivati a dire che le immagini pornografiche trovate nel computer di Stasi non possono avere turbato la vittima; uno di loro ha perfino affermato che 15 secondi non bastano a vedere niente. La tesi di questi è che la sentenza di condanna non è fondata sui fatti.

Replico che non siamo tutti uguali e che certe fotografie trovate nel computer di un fidanzato o di una fidanzata possono disturbare anche molto delle persone giovani, una ragazza innamorata in particolare, e possono spingere a reagire provocando altre reazioni. Non so se è andata così ma non si può escludere.

Invece di affermare pacatamente una tesi, si urlava insultando quelli della tesi opposta. Solo l’avvocato della famiglia Poggi ha parlato con educazione ma non era nello studio. Queste trasmissioni vengono programmate per raggirare i cervelli e insegnare che la prepotenza prevale.

Chi gridava e insultava di più aveva l’ultima parola e sembrava avere ragione.

Mi ha disgustato ma ho avuto la conferma di quanto scrivo da mesi: la prepotenza è presentata favorevolmente, mentre l’educazione, la riservatezza, la sensibilità vengono derise, o colpevolizzate o addirittura negate. La vittima Chiara Poggi è stata vilipesa in vari momenti.

Bologna 31 marzo 2026

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Ifigenia LXVI. Il Sass da Ciamp. Sorte e Someda. I due tramonti al giorno.


Con ricordi personali, storici, politici e letterari: dalle Baccanti di Euripide, a Dostoevskij, a Svevo, a Platone.

 

Entrato nel paese dove abitai bambino e fanciullo nei mesi di agosto degli anni Cinquanta, attraversai il primo ponte sull’Avisio e andai a occupare la camera prenotata nell’Hotel La Campagnola dove avrei dormito, studiato  i libri portati con me, e cenato la sera. Di giorno preferivo mangiare un panino in uno dei rifugi delle piste del Lusia dove andavo per abbronzarmi e sciare.  Lo stipendio paululo comportava un desinare molto frugale. Già lo skipass era un lusso sproporzionato alle mie finanze. Non c’erano fondi per lussi né per un parassiti di alcuna sorta.

Dopo avere sistemato la roba nell’albergo situato sulla terza rampa della strada in salita che arriva al passo San Pellegrino, mi mossi per tornare al centro di Moena: volevo rivedere con calma il paese e riconoscere i luoghi frequentati in passato, magari anche qualche ragazzo di allora non tanto invecchiato da essere irriconoscibile o addirittura inguardabile:  temevo  di ravvisare la mia decadenza nella senilità precoce e vituperosa di qualche giovane vissuto in ristrettezze ancora più anguste delle mie.

Aveva cessato di piovere e tra le nuvole già un po’ diradate stava trovando qualche breve pertugio la luce del sole ormai vicino del resto al dorso villoso del Sass da Ciamp: un monte alto meno di 2000 metri e perciò tutto boscoso tranne nella piccola estremità rocciosa rivolta verso Nord. Quando ero bambino e vedevo tante più cose con l’immaginazione che con gli occhi  già miopi, se fissavo quel monte dal sottostante prato di Sorte, nella sua sagoma vedevo un cane tutto peloso tranne che nel naso teso a fiutare il vento settentrionale; anzi, quando ebbi preso un poco di confidenza con  i monti di Moena, al Sass da Ciamp che verso le cinque di pomeriggio in agosto mi nascondeva precocemente la santa faccia di luce  che ho sempre adorato, chiedevo di accucciarsi per lasciarmi ancora vedere il volto radioso della mia guida e pure Mente dell’universo. Ma quel monte dall’aspetto canino non  mi dava retta, e allora, per rivedere il sole dovevo correre verso le pendici occidentali della valle, attraversare il secondo ponte  sull’Avisio, quindi salire, sempre di corsa, su  per la strada di Someda  da dove potevo assistere a un secondo tramonto pieno di benedizioni lanciate dagli ultimi sprazzi di luce.

Sulle cime più alte quel bagliore residuo indugiava fino alle sette prendendo toni diversi. Quando l’apice delle guglie iniziava a rosseggiare immaginavo che l’amico divino, per il dispetto di andare a dormire troppo presto, scagliasse i lamponi dei boschi a spiaccicarsi contro le rocce del Catinaccio  tingendole di sugo purpureo, simile al sangue.

 

 

Il pomeriggio del 13 aprile 1979 dunque, arrivato a 34 anni e cinque mesi, camminavo per Moena ricordando il passato per capire il presente.

Sul ponte che collega le due piazze centrali divise dall’Avisio transitavano ragazzi italiani e stranieri. Ricordai che Ifigenia, volendo significarmi di essere una donna evoluta e libera, mi aveva detto che l’estate precedente aveva amoreggiato a Riccione con un paio di stranieri appunto, quando il marito non c’era. Pensai che l’estate seguente avrebbe ripetuto,  rinnovato e rinverdito quel baccanale corrotto[1].

 Questa volta l’eterno marito di tipo dostoevskiano sarei stato se mai, raggirato, l’avessi sposata. Sulla fronte mi sarebbe spuntato “il bel noto ornamento”[2] che avrebbe spinto la mia testa a una sorta di beccheggio: su e giù per scacciare i brutti pensieri.

Poi però mi correggevo: “ma quale marito? Chi la sposa quella? Nemmeno se mi puntano una pistola alla tempia. Se non vuole più stare con me, vada pure con chi ne ha voglia. Anche con un battaglione di negri, come diceva comicamente Fulvio, maestro e amico. Pronunciava nègri come fanno a Parma, città civilissima, dalla parlata però piuttosto barbarica. Nègri, sétte, vètro dicono loro.

“ Ammogliarmi mai, però condividere un’amante  con un altro uomo può essere una fortuna, come afferma lo Zeno di Svevo: la responsabilità è minore, la noia pure”, mi consolavo avvalendomi del mio solito abito letterario.

Mi venne in mente un film dove un uomo brutto assai entrava in un bar con un donnone.

Questa dopo un po’ si metteva a civettare con un orientale. Il deforme che l’aveva accompagnata disse a un altro: “speriamo che si innamori del giapponese!”

“Perché speri questo?” fece l’altro con aria stupita.

“Così  finalmente si toglie dai piedi”  rispose l’uomo invenusto, perfino losco.

“In effetti se una se ne va con un altro- pensavo-  vuol dire che non sta volentieri con me e se rimanesse accanto a me sul sofà dalla mattina alla sera non mi darebbe altro che noia. Allora ponti d’oro.

E dopo tutto non è male baciare chi se ne va. E’ il bacio più gustoso”.

 

 

Con tali pensieri mi davo delle ragioni e mi astenevo dall’odiare, cioè dal soffrire inutilmente. Temevo nuove umiliazioni dopo le tante ricevute fin da bambino ma cominciavo a capire che viene umiliato solo chi dà spazio e credito ai mascalzoni. A me non doveva accadere mai più.

 

Osservavo di nuovo i monti dalle sembianze umane espressive, piene di significato. E pensavo: “ a Pesaro ho sempre tratto conforto dagli innumerevoli sorrisi della distesa marina soleggiata; a Bologna dalle colline mentre le percorro in bicicletta all’insù e all’ingiù con pedalate eroiche e pure amorose siccome nella natura madre cerco sempre forme femminili; a Debrecen prendevo coraggio dalle querce profetiche della grande foresta che attraverso il tubare delle tortore mi promettevano, senza mentire mai, i grandi amori assegnati a me dal destino, qui a Moena mi sollevo parlando a montagne antropomorfe  o meglio ginecomorfe, ed esse per loro umanità mi rispondono. Mi aiutano a superare ogni volta le difficoltà della vita, a diventare sempre meno insicuro e infelice”.

 

Mi diedi a osservare il Piz Meda.

 

Questo monte,  situato a sinistra delle prime rampe che menano al passo san Pellegrino, non è molto alto, arriva appena ai 2000 metri e consta di un grande bosco sopra il quale  spicca una parete rocciosa simile a un volto disteso. 

Tra il bosco e la rupe liscia, dove ho sempre ravvisato una faccia buona, si stende una conca invisibile a chi guarda dal fondo valle dove scorre l’Avisio; per vederla bisogna salire sul Pizzo stesso o su un monte vicino. Quando ero bambino avrei  voluto osservare quella misteriosa incavatura come se ci avessi potuto trovare l’anima, o il cuore, o la vagina della montagna. La parte più bassa e posteriore, visibile scendendo dalle piste del Lusia, era amena, oso dire callipigia non senza un po’ di autoironia.

  Una volta, ricordo, dissi alla zia, nutrice e madre vicaria in quel di Moena: “Giulia, il Piz Meda ha una faccia simpatica. Mi piacerebbe vedere la conca che le sta sotto: forse lì c’è un piccolo lago che raccoglie le lacrime o riflette i sorrisi di quel viso”.

Ma la zia , che era stata maestra fascista in diversi paesi europei con soddisfazione, trovò inopportuna, impertinente e inquietante la mia osservazione. Anche a Budapest era stata inviata a insegnare.

“Bambino-disse- non hai più l’età per fare discorsi tanto sciocchi. Vai a ripassare la tavola pitagorica piuttosto, che ti farà tanto bene”.

“Perché sciocchi?” provai a ribattere.

“Sciocchi  sì: non sono punto intelligenti né spiritosi bensì sciapi e privi di logica”.

Andai in camera mia dispiaciuto pensando che le avrei fatto vedere che valevo qualcosa smentendola e dandole del resto grandi soddisfazioni perché da donna sposata ma senza figli quale era, puntava molto su di me, sul mio essere bravo a scuola.  Lei stessa è stata una brava maestra dai 17 ai 65 anni. Ho preso molto  da questa zia, perfino i capelli rimasti neri fino ai Settanta anni e oltre. Neri come corvi eravamo anche da vecchi. Abbiamo  derivato tale anomalia dal ghenos etrusco dei Martelli di Borgo Sansepolcro.

Nelle elementari Carducci di Pesaro ero già molto bravo in italiano. La zia  Giulia insegnava a Roma nel quartiere Monte Sacro ma si teneva informata sulla mia “carriera scolastica” già allora, e dopo tutto mi ammirava. Temeva però che potessi traviarmi seguendo il volo delle mie  chimere irregolari e illogiche. Le  mie fantasie non sapevano niente di sillogismi in effetti. Nemmeno la vita ne sa granché. La vita fa esperienze piuttosto che calcoli.

Zia Giulia fu contenta quando nel 1987 andai a fare il commissario di greco e latino all’esame di maturità nel liceo classico Orazio di Monte Sacro il quartiere dove lei aveva abitato e insegnato.

Date  le sue attese sul mio conto, trovava che le mie fantasie puerili non si confacessero a quanto si aspettava. Per fortuna in terza elementare avevo un maestro, Gasperi, che invece  apprezzava quanto scrivevo e faceva girare i miei temi in tutte le classi del Carducci di Pesaro.

La professoressa di Lettere delle medie Lucio Accio, Giulia Gattoni, ha continuato a dire per anni che non aveva mai trovato un bambino sensibile e intelligente come me tra i tanti suoi allievi.

Sicché davo retta a questi educatori che mi incoraggiavano a essere me stesso.

Alla zia volevo bene ma non dovevo farmi fuorviare da lei che del resto mi avrebbe aiutato a vivere dignitosamente quando iniziai a lavorare lontano da Pesaro  con uno  stipendio che non bastava per una vita civile.

 Negli ultimi anni anche la zia Giulia diceva che ero la persona più intelligente che avesse mai conosciuto.

La casa di Moena però non volle assegnarmela: disse che ci avrei portato chissà quante donne e il prete sarebbe venuto a bussare alla porta. Risposi che l’avrei buttato giù dalle scale. Da giannetto sciocchino, ero diventato un briccone come don Giovanni. Nemmeno la casa di Roma mi ha lasciato. Mi domandò se mi dispiacesse se la segnava a mia sorella. Che cosa potevo rispondere se non: “fai come ritieni giusto, a me hai segnato l’oliveto di Montegridolfo dopo tutto!” Forse dopo tutto potevo risparmiarglielo.  In ogni modo le sono grato e ne ho un caro ricordo. Ho seguitato a vivere da semipovero ma non ho venduto niente di quanto ho ricevuto. Credo che ne siano contente le mie benefattrici: nonna, mamma e zie.

 

Quel 13 aprile dunque le cose mi andavano già meglio di quando ero considerato  uno sciocchino: diverse donne mi avevano amato riamate, però il problema di fondo: quello di amarne una senza paura, senza sospetto, non l’avevo risolto. Non l’ho mai risolto. A parte il mese  con Helena Augusta, l’unica bella e buona della execontaetìa[3] amorosa iniziata poco dopo la metà degli anni Sessanta.

Avrei potuto amare una figlia mia, lei sì, come ho amato tutte le mie consanguinèe, ma non ho avuto il coraggio di metterla al mondo e le amanti giovani quasi adottate come figlie, dopo avermi accolto con il cuore proteso, presto o tardi si sono dileguate come colombe chiamate altrove da altri desideri. Una alla volta sono volate via tutte. Oggi mi piace una tunisina molto carina e fine che studia architettura e fa la commessa alla conad ma temo che non ci sia verso: avrà una cinquantina di anni meno di me. Magari potrei adottarla come avo.

“ Degnamente Febo, e degnamente tu” dico ancora a me stesso ripetendo un verso dell’Edipo re di Sofocle: “ ejpaxivw~ ga;r Foi`bo~, ajxivw~ de; suv” (133). Che cosa c’entra? Domanderai tu lettore. Posso dirti che quella ragazza velata mi piace e che vivendo ho imparato a fare, dire e scrivere quanto mi garba soprattutto se non danneggio nessuno. 

Chi è strettamente logico sostiene che con tali esplosioni di irrazionalità e originalità ostacolo me stesso. Rispondo che l’irrazionale, il personale non è eliminabile, e chi cerca di reprimerlo fa danni grandi e brutti. Come Penteo nelle Baccanti  per esempio.

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 31 marzo 2026 ore 16, 28  giovanni ghiselli

p. s.

Sono certo che il mio exacontaetìa disturberà qualcuno, mentre dovrebbe ringraziarmi perché se guarda la nota  impara una parola. Ma imparare è la cosa più aborrita dai più: è addirittura il maximum scelus poiché richiede attenzione e fatica. Se sapere e capire qualcosa tornasse di moda, come lo è stato per alcuni anni, buona parte di questa classe dirigente salterebbe per aria. Senza farsi male spero, però liberando i posti usurpati.

Dovrebbero comandare gli studiosi come insegna Platone.

 

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[1] Cfr. Euruipide, Baccanti  231- 232:

“E dopo averle sistemate opportunamente in reti di ferro

le farò cessare subito da questo baccanale perverso”.

 

[2] Cfr. Dostoevskij, L’eterno marito, capitolo 4

[3] Periodo di sessanta (eJxhvkonta) anni (e[th)


Ifigenia LXIV Il viaggio verso Moena. Mito e poesia. “Che stellina!"

!”.

 

Andavo verso Ora sull’autostrada del Brennero. Ero solo dentro la nera Volkswagen. Pensavo che due giorni dopo sarebbe stato il dì della  Resurrezione di un giovane uomo ucciso in una croce,  e pure la festa per Adone un bellissimo ragazzo  che,  dopo essere stato ferito a morte dal dente funesto di un cinghiale rinasce periodicamente e torna sulla terra, come la nuova vegetazione : “apri dente ferali deleto, quod in adulto flore sectarum est indicium frugum” [1].

Quel viaggio era un ritorno a un luogo della mia infanzia, ancora oggi ricco di mito e poesia nella mia mente. Mito che non è scaduto a mitologia e poesia che non è diventata cronaca vuota di bellezza.

 

Durante il tragitto pensavo a Ifigenia, a cosa volevo e potevo farmene. Desideravo continuare ad amoreggiare con lei ma niente, o poco di più. Almanaccavo e arzigogolavo a lungo anche perché lunga era la strada e piuttosto noiosa.

Concludevo: “amante sì, però moglie o fidanzata: no, mio Dio, no, no, no, per carità”. Deve rimanere sempre viva la mia libertà non senza addentellati per altri amori.

Del resto nessuna donna volevo quale moglie. Pure Elena, la migliore di tutte, che avrei amato per sempre, mai l’avrei sposata.

 

Al massimo in punto di morte sicura. La mia o quella di lei. Ma Elena è tornata in Finlandia consentendomi di amarla ancora oggi, viva o morta che sia.

 Io amo baciare chi se ne va.

 

Alla stessa automobile che stavo guidando avevo dato il nome della figlia di Zeus. Elena è un nome che tuttora mi predispone bene verso una femmina umana. Quando l’ebbi conosciuta, meravigliosamente, le dissi indicando la nera Volkswagen: “tu sei la mia prima donna da quando ho questa macchina: la chiamerò con il tuo nome, classico e nobile come sei tu”. La bella donna rispose soavemente che avrebbe chiamato Gianni il suo primo figliolo.

 

Intanto pioveva. Verso le cinque di sera giunsi a Predazzo.

Il cielo era sempre oscurato da nuvole gonfie.

“Non smetterà mai, mai!” pensavo, come mi capita spesso quando sono perseguitato dalla pioggia e come ho sentito dire dal lunatico re di Baviera, nel film Ludwig di Luchino Visconti, uno dei miei maestri più amati.

 Il paese, ultimo della valle di Fiemme, mi accolse con il suono lugubre delle campane che annunciavano la morte del dio crocifisso, mentre le Pale di San Martino visibili sulla destra dall’uscita nord del paese, tutte bagnate com’erano, sembravano donne vissute per anni lontane dal sole e rese pazze e pure malate di tisi dalle intemperie.

Se la pioggia avesse seguitato a tormentarmi, sarei diventato pazzo e tubercoloso anche io.

Poco più avanti la valle di Fiemme si strozza, poi si riapre  in vista di Moena e cambia nome in valle di Fassa.

Moena quando è illuminata dal sole o dalla luna è un luogo tanto bello da suscitare meraviglia. Tale impressione poetica, e prefilosofica, provai la prima volta che vidi il paese e le rupi sovrastanti: il catenaccio e i monti pallidi. Come  scòrsi quei bastioni di  pietra, era l’estate del 1948,  gridai alle zie : “che macello di rocce!”. Una signora passando vicino a noi commentò: “che stellina questo bambino!” non avevo ancora compiuto quattro anni ma ne trassi coraggio. Le zie mi fecero dei complimenti.

 Mi aveva fatto esclamare quelle parole il mio stupore di bimbo cresciuto sul mare, la mia meraviglia davanti a quelle enormi figure  schierate, pronte a scontrarsi con altri giganti tremendi: meravigliosi e mostruosi.

 

Moena con la valle di Fassa è un’opera d’arte: un dono fatto al genere umano dal creatore il quale Bonus est: fecit itaque quam optimum potuit[2]

Dobbiamo cercare di assimilarci alla sua bontà e generosità. Ecco perché cerco di donare la vita eterna alle mie donne: Elena e le altre fino a Ifigenia. Dopo ho incontrato solo creature effimere.

Sono grato a Moena che durante le estati della mia infanzia e adolescenza mi ha ispirato mito, poesia, amore per la natura e per tutta la vita.

Nella valle di Fassa scorre l’Avisio che allora era un vorticoso torrente ricco di trote lucide,  guizzanti, vivaci come le bambine e le ragazze che cominciavano già a piacermi tanto. Rossine, rosine o coralline rosse erano le moenesi.

Le pesaresi erano invece piuttosto brune, e le mie prime scolare erano prevalentemente bionde. Anche i loro compagni che mi chiamavano marochin.  Si era nel Veneto profondo: sotto il monte Grappa. Siamo dunque un popolo multicolore. Non siamo una stirpe sola. Troppo policromi o variopinti siamo per essere una razza, posto che ve ne siano altrove.

Il paese odoroso di legna e di fieno è una chiazza di colore rosso cupo, come i capelli delle bambine indigene  molto diverse dalle pesaresi anche nella parlata e nella mimica ; intorno alle case verdeggiano i prati con  i fiori che fluttuano  al vento in mezzo alle onde  dell’erba, come volti ridenti di belle fanciulle che nuotano o giocano sulla  distesa del mare verdicante in settembre. Sopra i prati si spingono in alto i boschi di larici, e di abeti colorati di un verde più scuro. Su queste lunghe foreste si innalzano le rocce  che osservavo a lungo e interrogavo soprattutto durante i tramonti quando la luce del dio già sparita dal paese indugiava sorridendo sulle cime più alte del Catinaccio il cui estremo baluardo settentrionale era il Sasso Lungo. Mi appariva diviso in due torrioni che sembravano custodire la valle.

Sopra le rupi risplende un cielo bellissimo quando è bello: nelle giornate serene è allietato da una luce vivace che assedia le ombre e fa brillare il verde smeraldino dei prati estivi e il bianco adamantino della Marmolada, regina delle Dolomiti. Se nel cielo trascorrevano nuvole erranti, in queste ravvisavo grandi figure del mito: Eracle, per esempio, che uscito dal bosco di  Eritia, sottrae al  bovaro tricorpore[3] Gerione tutto l’armento,  senza pagarlo[4]. 

  

Di notte il firmamento non offuscato brilla di stelle  più luminose che altrove  e inducono a pensieri che procedono oltre la finitezza della vita mortale.

Entrai nel paese di quelle mie estati immaginose. Da bambino abitavo con la zia Giulia in via Damiano Chiesa 11 non lontano dalla fontana del Turco. Ero solitario già allora e  lì a Moena ancora più che a Pesaro. I miei conforti erano quei monti di forma umana e il volto santo del sole. Quando mi svegliavo, se lo vedevo brillare nel cielo illuminando la cucina esposta a est, dopo la colazione correvo verso l’Avisio per osservare le trote grigie, picchietttate di rosa e di azzurro come i sassi del fiume: quei pesci mi parevano pietre guizzanti, e nei sassi vedevo trote pietrificate da un dio ludico e capriccioso,  un Ermes  bambino  che voleva prenderle senza fatica ma poi si era annoiato della pesca troppo facile e le aveva lasciate lì nel torrente che le accarezzava e lisciava rapidamente con le sue correnti veloci.

Così fantasticavo.  Appoggiato su una ringhiera posta sopra il torrente guardavo affascinato la trasparenza dell’acqua, i vorticosi gorghi d’argento, le schiume canute delle cascate. Osservavo e ascoltavo i suoni con attenzione fermandomi a lungo perché ero solo e non avevo nessun amico con cui parlare.

Anche il 13 aprile del 1979 a Moena ero solo. Dovevo esserlo per cercare di mettere ordine nei miei sentimenti e pensieri.

 

Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato.

 

 

Bologna 31 marzo  2026 ore 11, 16   giovanni ghiselli.

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[1] Ammiano Marcellino, XXII, 9, 15. L’uccisione di Adone da parte del cinghiale simboleggia il taglio delle messi mature.

 

[2]  Seneca, Ep. 65, 10.

 

[3]  Cfr. Euripide, Eracle : triswvmaton both'r j  (vv. 423-424)

[4] l'Eracle di Pindaro portò via le vacche di Gerione senza pagarle:"levgei d j o{ti ou[te privameno" ou[te dovnto" tou' Ghruovnou hjlavsato ta;" bou'", wJ" touvtou o[nto" tou' dikaivou fuvsei, kai; bou'" kai; ta\lla kthvmata ei\nai pavnta tou' beltivonov" te kai; kreivttono" ta; tw'n ceirovnwn te kai; hJttovnwn", il poeta dice che senza averli pagati né ricevuti in dono si portò via le vacche di Gerione,  poiché questo è giusto per natura, che cioé i buoi e le altre proprietà del meno valente e più debole siano tutte del migliore e più gagliardo (Platone, Gorgia, 484c).

 


Didone -Enea. XIX e ultima parte.


 

 Alcuni versi del V canto e altri del VI dell’Eneide. L’incontro nell’Averno di Enea vivo con Didone morta.

 

All'inizio del  successivo canto V Enea, voltandosi a guardare Cartagine dalla sua flotta che prende il largo, vede  brillare  le mura, ed egli come gli altri fuggiaschi, intuisce, pur senza averne avuta notizia, che quei bagliori  sinistri provengono dal rogo di Didone:" Interea medium Aeneas iam classe tenebat/certus iter, fluctusque atros aquilone secabat, /moenia respiciens, quae iam infelicis Elissae/conlucent flammis. Quae tantum accenderit ignem/  causa latet ; duri magno sed amore dolores polluto  notumque furens quid femina possit ,/triste per augurium Teucrorum pectora ducunt ( vv. 1- 7),   intanto Enea già con la flotta teneva risoluto la rotta in mezzo al mare, e sotto la tramontana fendeva i flutti scuri, voltandosi intanto a guardare le mura che già brillano per le fiamme dell'infelice Elissa. E' oscuro il motivo che ha acceso un fuoco così grande; ma conducono il cuore dei Teucri attraverso un funesto presagio i tremendi dolori di un grande amore andato a male e il fatto ben noto di che cosa sia capace una donna sconvolta dalla passione.

La fiamma dell'amore è diventata il fuoco del rogo.

 

Passiamo al VI canto.

 

Incontro di Enea con Didone nei  lugentes campi (Eneide VI, vv. 440-477)

 

Premetto la traduzione dei versi di Virgilio che descrivono questo incontro. Enea supplica chiedendo il perdono, Didone non lo degna nemmeno di una parola.

 

Né lontano di qui si mostrano distesi in tutte le direzioni 440

i campi del pianto (lugentes campi): così, con questo nome li chiamano.

Qui coloro che divorò con consunzione crudele-crudeli tabe-  un amore spietato:

li nascondono sentieri appartati e una selva di mirti

tutt'intorno li copre; gli affanni nemmeno nella morte stessa li lasciano.

In questi luoghi scorge Fedra e Procri, e triste 445

Erifìle che mostra le piaghe del figlio crudele,

poi Evadne e Pasife, con queste Laodamìa

va compagna, e giovane uomo una volta, ora femmina, Cèneo

di nuovo e per destino ritornata all'antica figura.

Tra queste la Fenicia Didone dalla ferita recente-recens a volnere- 450

errava nella gran selva. L'eroe troiano appena

le fu vicino e la riconobbe in mezzo alle ombre

sebbene oscura, come chi al principio del mese vede

o crede di avere veduto spuntare in mezzo alle nubi la luna,

lasciò cadere le lacrime e parlò con dolce amore:

"Infelice Didone, vera dunque la notizia

mi era arrivata: che tu eri morta e con la spada avevi seguito l'ultima via?

Di morte ahi sono stato causa per te? Sulle stelle ti giuro,

sugli dèi del cielo e, se c'è qualche lealtà sotto la terra profonda,

contro voglia regina mi allontanai dalla tua spiaggia-

invitus regina tuo de litore cessi 460

Virgilio ha preso questo verso da Catullo: “invita, o regina, tuo de vertice cessi”  (6, 39) dice la chioma tagliata a Berenice e trasformata in costellazione scoperta dall’astronomo di corte Conone.

Ma gli ordini degli dèi- iussa deum-che ora mi fanno andare in mezzo a queste ombre,/

attraverso luoghi orridi dallo squallore e la notte profonda,

mi spinsero con i loro comandi- imperiis egere suis-; né potei credere

di recarti questo dolore tanto grande con la partenza.

Ferma il passo e non sottrarti alla mia vista465.

Chi fuggi? Questa è per destino l'ultima volta che ti parlo".

Quem fugis? Extremum fato quod te adloquor hoc est

Con tali parole Enea cercava di placare l'anima che ardeva

e lo guardava di traverso et torva tuentem , e intanto versava lacrime.

Quella girata dall'altra parte teneva gli occhi fissi al suolo

né, cominciato il discorso, il volto si muove più

che se dura selce o roccia Marpesia lì stesse.

Finalmente si staccò e ostile fuggì

nel bosco ombroso, dove il primo marito

Sicheo corrisponde ai suoi sentimenti e contraccambia l'amore.

Nondimeno Enea, colpito dall'ingiusto destino, 475

la segue con le lacrime a lungo e la commisera mentre va via.

Quindi prosegue per il cammino assegnato 477.

 

Vediamo il commento dei versi 440- 450 del VI canto

La regina  si trova nei Campi del pianto (lugentes Campi, v. 441) tra coloro  "Hic quos durus amor crudeli tabe perēdit " (442) che un amore spietato divorò con consunzione crudele. Neanche la morte basta a dissolvere la sofferenza d'amore degli umani:"curae non ipsa in morte relinquont " (v. 444), gli affanni neppure nella morte li lasciano.

In questi luoghi ci sono altre donne morte per amore (Fedra, Procri, Erifile, Evadne, Pasife, Laodamia, Ceneo) e finalmente la Fenicia Didone:"Inter quas Phoenissa recens a volnere Dido-errabat silva in magna " (VI, 450-451), errava nella gran selva, con la ferita fresca.

Vediamo i casi di queste donne infelici catalogate da Virgilio quali compagne di pena nella schiera e nel luogo dov’è Didone.

Fedra si innamorò del figliastro Ippolito quindi lo calunniò e si suicidò. Procri tradì il marito Cefalo con più di un amante ma poi tornò da lui. I due si riconciliarono ma Cefalo uccise per sbaglio la moglie durante una battuta di caccia.

Erifile in seguito alla promessa fattale da Polinice della collana di Armonia moglie di Cadmo  e figlia di Ares e Afrodite, svelò il nascondiglio del marito: l’indovino Anfiarao che voleva evitare la guerra dei Sette sapendo che vi sarebbe morto. Il loro figliolo Alcmeone quindi uccise la madre facendole pagare caro lo sventurato adornamento.

Evadne si gettò sull’orrendo fuoco dell pira ardente del marito, il bestemmiatore Capaneo.

Pasife è “il nome di colei- che s’imbestiò nelle ’mbestiate schegge” (Dante, Purgatorio, XXVI, 86-87), figlia del Sole, moglie di Minosse e madre del Minotauro, di Arianna e di Fedra.

Laodamia perse il marito Protesilao che fu il primo a morire nella guerra di Troia. Quindi si fece costruire una statua di bronzo con le fattezze dello sposo defunto, la sitò nella camera nuziale e se ne prendeva cura. Quando il padre Acasto lo scoprì, fece fondere la statua. Allora Laodamia si gettò nel rogo.

Ceneo era una donna che si unì a Poseidone il quale poi la trasformò in uomo. Come maschio combatté nella battaglia delle nozze di Piritoo. Ammazzò molti centauri ma alla fine venne ucciso.

    

 Si può notare che il volnus della regina cartaginese non si è cicatrizzato dopo il suicidio.

 

La iunctura "recens vulnus" è utilizzata da Seneca nella Consolazione indirizzata Ad Helviam Matrem (del 42 d. C.) dall'esilio in Corsica:"Gravissimum est ex omnibus quae umquam in corpus tuum descenderunt recens vulnus, fateor " (III, 1), la più grave tra tutte quelle che sono mai penetrate nel tuo corpo, lo ammetto, è la ferita recente.

 

 

Commento dei versi 451-477

Enea dunque vede l'ex amante suicida come immagine sfocata:"Quam Troïus heros/ut primum iuxta stetit adgnovitque per umbras/obscuram, qualem primo qui surgere mense/aut videt aut vidisse putat per nubila lunam,/demisit lacrimas dulcique adfatus amorest " (vv. 451-455), appena l'eroe troiano si trovò accanto a lei e la riconobbe in mezzo alle ombre, non chiara, come chi all'inizio del mese vede sorgere o crede di avere visto la luna fra le nuvole, fece cadere le lacrime e le parlò con dolce amore.

 

 L'immagine ha il suo modello nel poema di Apollonio Rodio quando Linceo che aveva grande acume visivo, credette di vedere Eracle in lontananza, come uno che ha visto o ha creduto di vedere la luna offuscata nel primo giorno del mese ( Argonautiche , IV, 1478-1480).

Eracle è l'eroe tradizionale del poema, contrapposto all'irresoluto Giasone : ebbene questa immagine "che verrà splendidamente reimpiegata da Virgilio (…) suggella definitivamente l'irrecuperabilità di Eracle all'universo argonautico"[1].

Altrettanto irrecuperabile è Didone per il Troiano.      

 

Enea cerca di scusarsi dicendo che non è stato lui a volere la catastrofe (invitus , v. 460) ma furono gli ordini degli dèi (iussa deum, v. 461 ), gli stessi che lo costringono (cogunt, v. 462 ) ad attraversare le ombre,  e lo  spingono con la loro autorità suprema (imperiis egēre[2] suis , v. 463); egli del resto non avrebbe potuto credere di arrecarle tanto dolore con la partenza.

La scusa degli ordini ricevuti cui si deve in ogni caso obbedire mi fa venire in mente le giustificazioni addotte dai criminali autori di stragi quando vengono processati dopo essere stati sconfitti.

Altri criminali di guerra non hanno avuto nemmeno bisogno di giustificarsi, anzi sono stati celebrati come eroi.

 L'eroe fa un discorso imbarazzato (456-466) con il quale  tenta di mitigare la donna ancora ardente, e cerca di spengere quel fuoco con le proprie lacrime:"Talibus Aeneas ardentem et torva[3] tuentem/lenibat dictis animum lacrimasque ciebat ", vv. 467-468), con tali parole Enea cercava di placare l'animo infiammato che biecamente guardava, e faceva cadere le lacrime.

 

"L'humanitas  di Enea ha nel IV libro dei forti limiti che solo nell'incontro con Didone nell'oltretomba (...) saranno superati: solo allora Enea comprenderà fino in fondo ciò che l'amore significava per la donna; ma ciò avverrà in una situazione in cui l'humanitas sarà tanto profonda quanto inutile, giacché il tentativo di mutare un destino ormai compiuto per l'eternità non sarà allora neppure pensabile (...) l'estraneità fra i due perdura anche in questo episodio, salvo che le parti sono come invertite: questa volta è Enea che prega e piange, come nel IV libro era stata Didone. E come egli allora non si era arreso a Didone, così ora Didone è irremovibile, quasi per una specie di contrappasso"[4].

 

 La donna "che s'ancise amorosa"[5] non perdona l'amante che l'ha abbandonata; anzi manifesta il suo sdegno col non rispondergli e non rivolgergli lo sguardo: "Illa solo fixos oculos aversa tenebat/nec magis incepto voltum sermone movetur,/quam si dura silex aut stet Marpesia[6] cautes". ", vv. 469-471), quella teneva gli occhi fissi al suolo, girata dall'altra parte, né, iniziato il discorso (di Enea), si muove nel volto più che se là stesse una dura pietra o una  roccia del Marpeso. 

 

Altrettanto fa la Medea di Euripide conscia del tradimento di Giasone:" E non solleva lo sguardo né stacca il volto/ da terra; e come rupe o marina/onda- wJ~ de; pevtro~ h] qalavssio~ kluvdwn-ascolta gli amici consigliata" (Medea, vv. 27-29).

 

I primi due versi sono citati da Petronio con intenti parodici: Encolpio lancia  un'invettiva contro la mentula che ha disertato:"erectus igitur in cubitum hac fere oratione contumacem vexavi:"quid dicis-inquam-omnium hominum deorumque pudor? nam nec nominare quidem te inter res serias fas est." (132, 9-10), drizzatomi dunque sul gomito strapazzai il renitente con queste parole più o meno:" che cosa dici-faccio- vergogna degli uomini tutti e degli dèi? Infatti sarebbe un sacrilegio perfino nominarti tra le cose serie.

La risposta silenziosa della mentula mortificata è una citazione con intenti parodici, un centone virgiliano fatto di tre esametri:"illa solo fixos oculos aversa tenebat,/nec magis incepto vultum sermone movetur/quam lentae salices lassove papavera collo" (132, 11), quella-la mentula- teneva gli occhi fissi al suolo, girata dall'altra parte, né, iniziato il discorso, si muove nel volto  più dei flessibili salici o dei papaveri dal morbido stelo.

 I primi due esametri del Satyricon corrispondono ai due dell'Eneide (VI, 469-470) che descrivono il silenzio di Didone la quale non accoglie le scuse di Enea. L'Eneide però continua con "quam si dura silex aut stet Marpesia cautes".  (v. 471) che se là stesse una dura pietra o una  roccia del Marpeso, una durezza lapidea che non può essere paragonata alla mentula di Encolpio piuttosto assimilabile alla flessibilità dei salici o allo stelo morbido dei papaveri.

 Il terzo esametro di Petronio è formato da due emistichi tratti da Bucolica V, 16 e da Eneide IX, 436.

 

"Non c'è dubbio che Virgilio sia il poeta latino preferito da Petronio: al di là del gran numero di puntuali reminiscenze e dell'analogia che non di rado si scorge fra le vicissitudini di Encolpio e quelle di Enea, lo dimostrano le non poche citazioni virgiliane disseminate nel Satyricon (c'è da tener presente che Petronio è molto parco in vere e proprie citazioni). Particolarmente istruttivi, per capire il meccanismo della citazione virgiliana in funzione degradante, sono i tre esametri con cui Encolpio commenta il mutismo dell'inerte sua pars corporis di fronte ai suoi aspri rimproveri (132 11). Essi, infatti, costituiscono un centone di esametri virgiliani: l'ultimo combina un emistichio di buc. 5 16 con Aen. IX 436, dove il parallelo è fra Eurialo morente e un papavero dalla chioma languidamente reclinata; ancor più dissacratorio è il tono dei primi due esametri, che finiscono per stabilire un parallelo fra il mutismo del membro inerte di Encolpio e il silenzio di Didone, che negli Inferi si rifiuta di rispondere alle esortazioni di Enea"[7].

 

L’utilizzo dell’Eneide da parte di Petronio è del resto parodistico: l’elegantiae arbiter di Nerone è “ideologicamente” ossia contenutisticamente lontanissimo da Virgilio, ne fa praticamente un controcanto

 

T. S. Eliot nel silenzio di Didone riconosce "il più espressivo rimprovero di tutta la storia della poesia" e "non soltanto uno dei brani più commoventi , ma anche uno dei più civili che si possano incontrare in poesia"[8].

 

Il personaggio muto significa più che se parlasse.

 

Possiamo accostare a questo rancore silente quello del suicida Aiace nei confronti di Odisseo nell'XI canto dell'Odissea (vv. 542-564).

 

Il personaggio muto, al pari dell'Apollo delfico di Eraclito [9], non  parla e non nasconde, ma significa.

 

Nelle Trachinie di Sofocle, Iole, la giovane amante di Eracle condotta a Trachis, non risponde alle domande di Deianira, la moglie attempata e negletta dell'eroe dorico. Ebbene "la necessità scenica qui diventa felice idea drammatica. Il mutismo di Iole, di fronte a Deianira che la interroga, è un effetto potente: è la traduzione più felice di una nobiltà percorsa dal dolore"[10].

 

Nell'Antigone di Sofocle, Euridice in procinto di uccidersi copre il dolore e lo sdegno con un silenzio eccessivo:"kai; th'" a[gan ga;r ejsti; pou' sigh'" bavro" " (v. 1257), in effetti in qualche maniera c'è un'oppressione anche nel silenzio eccessivo. Sono parole del messo.

 

  Non si può manifestare un'ostilità più radicale e nello stesso tempo più educata che opponendo il silenzio ai vani tentativi giustificatòri di quanti ci hanno inflitto i danni più gravi.

Alla fine di questo episodio Didone torna dal primo marito che contraccambia il suo amore.

Non si capisce perché Dante la collochi nella schiera ov’è Semiramìs la quale. “A vizio di lussuria fu sì rotta,/che libito fe’ licito in sua legge/

per tòrre il biasmo in che era condotta” (Inferno V, 55-56)

Né per quale ragione Francesca da Rimini esca con l’amante dalla “schiera ov’è Dido” (v. 85). Vero è “che ruppe fede al cener di Sicheo” (v. 62) ma non pare che questo sia il vizio  degli altri “peccator carnali-che la ragion sommettono al talento” (vv. 38-39).

Dante si guarda bene dal criticare Virgilio. In compenso lo hanno fatto altri-quorum ego. Non c’è nessuno al di sopra di ogni possibile critica.

Ripeto la critica di Leopardi. “ Dei poeti, come Virgilio, Orazio, Ovidio non discorro. Adulatori per lo più de’ tiranni presenti, sebbene lodatore degli antichi repubblicani.

Il più libero è Lucano” (Zibaldone 463).

Questo non toglie che Virgilio sia bravissimo a scrivere per quanto riguarda la forma e che tradurlo costituisca un’ottima palestra per chi vuole scrivere bene.

 

Bologna 31 marzo 2026 ore 10, 16 giovanni ghiselli

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[1] M. Fusillo, Lo spazio letterario della Grecia antica, Vol. I, Tomo II, , p. 129.

[2] =egerunt.

[3] Neutro plurale con valore avverbiale.

[4]A. La Penna-C. Grassi, op. cit., p. 359 e p. 561

[5]Dante, Inferno , V, 61.

[6] Il Marpeso è un monte dell'isola di Paro famosa per i suoi marmi.

[7] P. Fedeli, Il Romanzo, in Lo spazio letterario di Roma antica, vol.I, p. 345.

 

[8]Che cos'è un classico? , in T. S. Eliot, Opere , p. 966.

[9]Eraclito:"oJ a[nax, ou'J to; mantei'ovn ejsti to; ejn Delfoi'", ou[te levgei ou[te kruvptei ajlla; shmaivnei", fr. 120 Diano.

[10] U. Albini, Nel nome di Dioniso, Garzanti, Milano, 1991, p. 18.