lunedì 30 marzo 2026

Ifigenia LXIII. Il cielo sopra Bologna. La nuvola acquosa minaccia 40 giorni di relegazione.


 

Il 4 aprile si temeva la pioggia. Ifigenia mi aveva insegnato una credenza popolare secondo cui, se  piove quel giorno, le nuvole acquose seguitano a gocciare per sei settimane di fila: praticamente il sole sparisce con il calore e i colori che dona alla terra. Passammo quella giornata fatidica osservando le nubi: da scuola durante gli intervalli, poi tra i libri e gli amplessi domestici ne scrutavamo l’ampiezza, lo spessore, i movimenti inquieti e inquietanti.

Di giorno andò abbastanza bene: le nuvole rimasero bianche e sottili, e non si congiunsero a formare ammassi scuri, forieri di pioggia; anzi verso il tramonto, oramai mezzora dopo le sette, la maggior parte del cielo, sereno, rallegrato da  uccelli sonori e variopinti faceva già antivedere l’estate. Noi due  iterammo l’amore diverse volte per festeggiare il pericolo già quasi scampato. Ma appena il primo fra tutti gli dei si fu eclissato, a un tratto da ovest si vide avanzare una grossa nuvola nera imporporata del resto dal sole che declinava già  spostato verso la grande pianura del nord. In breve la nuvola divenne cupa, densa, e tosto si estese togliendo chiarezza al cielo e gaiezza ai  nostri volti. Se fosse piovuto, e l’orribile auspicio di un mese e mezzo di pioggia aveva una validità almeno statistica, sarebbero andate in malora tante delle nostre escursioni ciclistiche, delle  rincorse sui prati, degli amplessi sull’erba schiacciata dalle natiche sode della mia slendida amica Ifigenia callipigia in quel tempo quanto Afrodite.

 La bella collega e amante  al momento del congedo disse: “giura che fino a mezzanotte e un minuto non pioverà”.

“Lo giuro”.

Volle che ripetessi lo scongiuro con maggior convinzione.

“Giuro che impiegherò tutta la forza della mia testa per tenere a distanza quella deprecatissima nuvola nera che non deve tenerci rinchiusi escludendoci dalla natura, la dea già adorna di trecce verdissime”.

Ifigenia sorrise fiduciosa scoprendo un dente, un canino che conferiva al suo volto di femmina bruna, un’aria da bambina vorace e un poco ferina.

L’accompagnai a casa sua poi tornai nella mia sempre tenendo la mente tesa contro la nuvola gonfia che si estendeva nel cielo e pure dentro di me. Rivolgevo deprecazioni contro la pioggia, il fango, l’assenza della santa faccia di luce per sei settimane. Mi avrebbe costretto a chiudermi in casa diventata una  caverna rischiarata a tratti soltanto dai baglior intermittenti di Ifigenia

Verso le 21 stavo uscendo per distrarmi quando telefonò.

“Pronto sono io”

Un esordio telefonico che mi infastidisce, un segno di egoismo e narcisismo. Senza contare che può  prestarsi a equivoci anche raccapriccianti. Non questa volta, ma capitò che sbagliai persona credendo che la voce dell’innominata fosse quella di un’amante dissoluta, mentre era una collega pudica cui rivolsi parole  indecenti che la fecero inorridire. Divetti scusarmi pieno di imbarazzo.

Dunque risposi alquanto seccato: “Io chi? Lascia perdere: ho capito chi sei. Io sono gianni e sto uscendo. Hai qualcosa di importante da dirmi?”

“Mio marito ha telefonato minacciando un delitto di onore, anzi due”

“Chi vorrebbe ammazzare?”

“Me e te”.

“Che cosa hai risposto?”

“Che noi due, tu e io, ci amiamo e siamo una forza”

“Hai fatto bene. Domani ne parliamo, ma ora devo uscire. Mi aspetta un collega in centro”.

Mi avevano disturbato le parole lanciate e lasciate nell’incertezza- in ambiguo verba iaculata-, forse addirittura inventate per mettermi in agitazione, per darsi importanza. Mezzucci miserabili. Pensai del resto che se erano vere non deponevano a favore dell’intelligenza e del buon gusto di una donna che aveva sposato un uomo del genere il quale riponeva il proprio onore sulla fedeltà della  moglie che se n’era andata.

“Un marito decente- pensavo e penso- se viene lasciato da una  che  non lo ama, dovrebbe festeggiare l’evento risolutivo, non inseguirla, incalzarla, minacciarla o pregarla. Costoro sono dei mentecatti, uomini che vanno tenuti alla larga.

Doveva pensarci lei. Che questa storia fosse vera o inventata, non volevo parlarne. “Sai quanto erano meglio le finniche!” mi dissi ancora una volta.

Dal 1974 era diventato un ritornello  ripetuto durante tutte le storie successive.

Le mie tre grazie dei primi anni Settanta nemmeno si sognavano certe commedie. I loro mariti- dicevano le  finlandesi- scrivevano lettere buone giusto per incartare gli sgombri, senza aggiungere altro.

Cacata charta pensavo tra me e me, ricordando Catullo.

 

Prima di posare il telefono mi limitai a domandare : “Cambia qualcosa tra noi?”

“No, gianni”-gridò- Non credo. Penso anzi che, casomai, cambierà in meglio: avremo più tempo per stare insieme!”

Aveva capito che la sua scena, tragica e minacciosa quanto la nuvola nera, mi aveva disgustato ed era passata alla farsa dell’ottimismo.

 

“Sai che pacchia!” pensai e la salutai.

 

Ero schifato. Andai a guardare il mio viso e mentre lo avvicinavo allo specchio allungando il collo come un’oca dissi: “conserva il tuo volto di uomo, non lasciarti istupidire da tali starnazzi!”

 

La mente però si era afflosciata. Non potevo più tendere l’arco ormai slentato contro la nuvola acquosa. Mi accostai alla finestra e invece di alzare gli occhi al cielo, li abbassai sulla strada. Cadevano già alcune rade ma grosse gocce di pioggia.

 

Mi dissi: “Massì, piova pure: tanto la primavera sarà fradicia comunque”.

Il 13 aprile volli cambiare aria e tornai a Moena. Da solo.

 

Bologna 30  marzo 2026 ore 19, 12 giovanni ghiselli.

p. s.

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