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La presenza cronica del buio nei romanzi di Kafka. Viceversa: il culto del Sole.
K ascolta il cappellano delle carceri che, dal pulpito del duomo, racconta la parabola dell’uomo di campagna davanti alla porta della legge.
Ho commentato questo racconto con il mito di Er della Repubblica di Platone e con diversi testi di altri autori.
L’antitesi di questa storia del proprio destino mancato è la prescrizione di Pindaro: “Diventa quello che sei!” (Pitica II)
K deve mostrare il duomo della città a un cliente italiano della banca, un uomo dai folti baffi corvini.
Il corvo è un uccello sinistramente ominoso.
Ma i baffi erano pure profumati, sicché veniva quasi voglia di avvicinarsi ad annusarli (210). Velato segno di una possibile omosessualità.
Questo parla con K che capisce poco perché il cliente turista parla in dialetto, un idioma del sud. Prendono comunque un accordo. Quindi il cliente esce.
Leni telefona a K dicendo che gli danno la caccia.
K si avvia al duomo. La piazza antistante era buia, fredda, umida e vuota.
La mancanza di luce e di calore è il correlativo atmosferico della mente e del cuore dei personaggi di Kafka.
Il culto del Sole in Platone. Ricordo e rimpianto di Carlo Flamigni
Alla moda attuale calunniatrice del caldo presentato come foriero di mali rispondo, da adoratore del Sole, che la nostra stella favorisce la vita. Tra giugno e luglio al culmine della sua altezza e potenza nel nostro emisfero aveva fatto retrocedere il virus.
Nel romanzo Il processo di Kafka non si vede mai il sole
Questa assenza del sole che è nel visibile quello che è Dio nell’intelligibile è l’impossibilità di vedere il Bene.
Dobbiamo dunque considerare il Sole figlio del Bene to;n tou' ajgaqou' e[gkonon, che il Bene generò analogo a se stesso o{n tajgaqo;n ejgevnnhsen ajnavlogon eJautw'/, e quello che è il Bene ejn tw'/ nohtw'/ nell’intelligibile, è il sole ejn tw'/ oJratw'/, nel visibile (Platone, Repubblica 508b.
L’idea del Bene conferisce verità alle cose ed è causa di conoscenza e di verità.
Chi non vede il Sole non vede il Bene, che è il mevgiston mavqhma, la massima scienza. Questa è dunque è hJ tou' ajgaqou' ijdeva l’idea, la visione del Bene, Dio stesso che si rende visibile nel Sole (Platone, Repubblica, 505). Quanti possiedono tutta l’erudizione del mondo ma non hanno la visione e la conoscenza del Bene che avvalora tutti i saperi, ebbene costoro sanno molte cose ma le sanno tutte male.
Cfr Alcibiade II di Platone.
Fece una citazione di questo dialogo il compianto Carlo Flamigni la notte del Capodanno 2019, a casa di un amico comune.
Gli avevo domandato, conoscendo la sua bella carriera e competenza scientifica, se la medicina fosse una scienza esatta. Mi rispose che non è nemmeno una scienza.
Quindi mi citò queste parole: poll¦ me;n ºp…stato
œrga, kakîj dš, fhs…n, ºp…stato p£nta.
Gliele seppi tradurre, naturalmente, - effettivamente sapeva molte cose ma le sapeva tutte male-
ma non fui capace di contestualizzarle. Fu lui, da umanista di alta levatura quale era, a indirizzarmi sull’Alcibiade II. Arrivato a casa molto tardi andai a vedermi questo dialogo che colpevolmente non conoscevo.
Leggiamole
SW. `Or´j oân, Óte g' œfhn kinduneÚein tÒ ge tîn ¥llwn
™pisthmîn ktÁma, ™£n tij ¥neu tÁj toà belt…stou ™pist»mhj
kekthmšnoj Ï, Ñlig£kij mn çfele‹n, bl£ptein d t¦ ple…w
tÕn œconta aÙtÒ, «r' oÙcˆ tù Ônti Ñrqîj ™fainÒmhn lšgwn;
vedi dunque, dice Socrate ad Alcibiade: quando dicevo che il possesso delle altre scienze se uno non possiede la scienza di quanto è ottimo (l'idea del Bene), di rado giova, mentre per lo più danneggia chi ce l'ha, non ti sembra che io parlavo dicendo quanto è sostanzialmente corretto?
Alcibiade dà ragione a Socrate il quale aggiunge
Ð d d¾ t¾n kaloumšnhn polumaq…an te kaˆ polutecn…an
kekthmšnoj, ÑrfanÕj d ín taÚthj tÁj ™pist»mhj, ¢gÒ-
menoj d ØpÕ mi©j ˜k£sthj tîn ¥llwn, «r' oÙcˆ tù Ônti
dika…wj pollù ceimîni cr»setai, ¤te omai ¥neu kubern»tou
diatelîn ™n pel£gei, crÒnon oÙ makrÕn b…ou qšwn; éste
sumba…nein moi doke‹ kaˆ ™ntaàqa tÕ toà poihtoà, Ö lšgei
kathgorîn poÚ tinoj, æj ¥ra poll¦ mn ºp…stato
œrga, kakîj dš, fhs…n, ºp…stato p£nta. (Alcibiade secondo, 147b)
e chi possiede la cosiddetta conoscenza enciclopedica e politecnica , ma sia privo di questa scienza (del Bene), e venga spinto da ciascuna delle altre, non farà uso sostanzialmente di una grande tempesta senza un nocchiero, continuando a correre sul mare, non a lungo del resto? Sicché mi sembra che anche qui capiti a proposito quello che dice il poeta criticando uno che effettivamente sapeva molte cose ma le sapeva tutte male.
K dunque entra nel Duomo che era vuoto. Si fece vivo un sacrestano zoppo. Faceva cenni con la mano e il capo.-che cosa vuole costui? Vorrà una mancia? Si domandò K (214). Stava per porgergli delle monete ma l’inserviente fece un gesto di rifiuto, si strinse sulle spalle e si allontanò zoppicando. Quell’affrettato arrancare fece venire in mente a K quando da ragazzo cercava di imitare chi cavalcava.
Nella letteratura greca la zoppia caratterizza il tiranno: la tirannide è una monarchia claudicante.
“Puerile quel vecchio-pensò- La sua intelligenza basta appena per il servizio in chiesa”.
K vede tutto in termini di posizione e potere sociale.
Il sacrestano gli indica qualche cosa, fa un segno.
I segni devono essere capiti: “generatio mala et adultera signum quaerit; et signum non dabitur ei, nisi signum Ionae prophetae. Et relictis illis, abiit” (N. T. Matteo, 16, 4). Chi non li capisce è fuori dal Bene e dalla Grazia.
K comunque pensò che il sacrestano poteva tornargli utile se l’italiano fosse arrivato. C’è sempre la ricerca del sumfevron.
Si vide un sacerdote passare e salire sul pulpito. Chiamò Josef K e gli domandò: “sei tu K?” . Il prete disse di essere il cappellano della prigione.
“Lo sai che il tuo processo va male?” fece. “Ti considerano colpevole”
K rispose: “come è possibile che un uomo sia colpevole? Qui siamo tutti uomini, l’uno come l’altro”.
“Giusto confermò il prete, ma così parlano solo i colpevoli!”
Che cosa intendi fare ancora per la tua causa?”
“Andrò ancora a cercare aiuto-rispose K, ci sono ancora troppe possibilità che non ho sfruttato”
“Cerchi troppi aiuti altrui” disse il sacerdote disapprovando- specialmente ta le donne. Non ti accorgi che questo non è il vero aiuto”.218
K obietta che le donne sono molto potenti. “Specialmente in questo tribunale che è quasi tutto composto di donnaioli”. 219.
Un tribunale del genere si trova nel romanzo Resurrezione di Tolstoj.
“Ma non vedi niente, gridò il prete-non vedi a due passi davanti a te?”
Era il grido di un uomo che vede precipitare un altro e urla per lo spavento.
Segue la storia del guardiano che non fa entrare un uomo di campagna per la porta della legge
E’ questa una parabola con un paraklausivquron anomalo, quasi rovesciato: si tratta infatti di un'attesa ansiosa e querula davanti a una porta aperta, quella della legge, aperta proprio per colui che attende ma non ha il coraggio di entrare.
Il cappellano delle carceri dunque racconta :"Davanti alla legge c'è un guardiano. A lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che ora non gli può concedere di entrare. L'uomo riflette e chiede se almeno potrà entrare più tardi. "Può darsi" risponde il guardiano, "ma per ora no". Siccome la porta che conduce alla legge è aperta come sempre e il custode si fa da parte, l'uomo si china per dare un'occhiata nell'interno. Il guardiano, quando se ne accorge, si mette a ridere:"Se ne hai tanta voglia, prova pure a entrare nonostante la mia proibizione. Bada, però: io sono potente, e sono soltanto l'infimo dei guardiani. Davanti a ogni sala sta un guardiano, uno più potente dell'altro. Già la vista del terzo non riesco a sopportarla nemmeno io".
L'uomo di campagna non aspettava tali difficoltà; la legge, pensa, dovrebbe pur essere accessibile a tutti e sempre, ma a guardar bene il guardiano avvolto nel cappotto di pelliccia, il suo lungo naso a punta, la lunga barba tartara, nera e rada, decide di attendere piuttosto finché non abbia ottenuto il permesso di entrare. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere di fianco alla porta. Là rimane seduto per giorni e anni. Fa numerosi tentativi verbali per passare e stanca il guardiano con le sue richieste. Il guardiano istituisce più volte brevi interrogatori, gli chiede notizie della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande prive di interesse come le fanno i gran signori, e alla fine gli ripete sempre che non può farlo entrare. L'uomo, che per il viaggio si è provveduto di molte cose, dà fondo a tutto per quanto prezioso sia, tentando di corrompere il guardiano. Questi accetta ogni cosa, ma osserva:"Lo accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa". Durante tutti quegli anni l'uomo osserva il guardiano quasi senza interruzione. Dimentica gli altri guardiani e solo il primo gli sembra l'unico ostacolo all'ingresso nella legge. Egli maledice il caso disgraziato, nei primi anni ad alta voce, poi quando invecchia si limita a brontolare tra sé. Rimbambisce e, siccome studiando per anni il guardiano, conosce ormai anche le pulci nel suo bavero di pelliccia, implora anche queste di aiutarlo e di far cambiare opinione al guardiano. Infine il lume degli occhi gli si indebolisce ed egli non sa se veramente fa più buio intorno a lui o se soltanto gli occhi lo ingannano. Ma ancora distingue nell'oscurità uno splendore che erompe inestinguibile dalla porta della legge. Ormai non vive più a lungo. Prima di morire, tutte le esperienze di quel tempo si condensano nella sua testa in una domanda che finora non ha rivolto al guardiano. Gli fa un cenno poiché non può più ergere il corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano è costretto a piegarsi profondamente verso di lui, poiché la differenza di statura è mutata molto a sfavore dell'uomo di campagna. "Che cosa vuoi sapere ancora?" chiede il guardiano, "sei insaziabile". L'uomo risponde:"Tutti tendono verso la legge, come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare?". Il guardiano si rende conto che l'uomo è giunto alla fine e per farsi intendere ancora da quelle orecchie che stanno per diventare insensibili, grida:"Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo"[1].
Identico è il racconto di Kafka Davanti alla Legge.
Sfuggire al proprio genio
"Nella natura nessuna creatura è più squallida e ripugnante dell'uomo che è sfuggito al suo genio e adesso sbircia a destra e a sinistra, indietro e ovunque. Alla fine non è più lecito attaccare un tal uomo, perché egli è tutto esteriorità senza nocciolo, una veste logora, tinta, rigonfia, uno spettro agghindato, che non può suscitare paura e certo neppure compassione"[2].
Un lungo Excursus. Chi non è interessato può saltarlo. Durante la conferenza ne esporrò solo alcuni punti
Il mito di Er nella Repubblica di Platone. La scelta del destino.
Voglio rivedere e illustrare questo mito che mi sta molto a cuore poiché insegna che dobbiamo restare fedeli al nostro carattere una volta che l’abbiamo scelto, ossia individuato tra le varie possibilità.
Er, Panfilio di stirpe, era morto in guerra, ma al dodicesimo giorno, quando si trovava già sulla pira, tornò in vita e raccontò quello che aveva visto nell’aldilà (Platone, Repubblica, 614b).
Er disse che l’anima, quando esce dal corpo, si incammina, con molte altre, verso un luogo soprannaturale eij~ tovpon tina; daimovnion , un prato, dove ci sono due voragini (cavsmata. 614c) contigue, nella terra, e altre due nel cielo di fronte, in alto.
In mezzo a queste aperture siedono dei giudici i quali ordinano ai giusti di procedere in alto a destra attraverso il cielo (eij~ dexiavn te kai; a[nw dia; tou` oujranou`) e agli ingiusti di precipitare in basso a sinistra.
I giudici dissero a Er che doveva osservare e divenire nunzio agli uomini delle cose dell’aldilà (a[ggelon ajnqrwvpoi~ genevsqai tw`n ejkei`, 614d).
Er dunque vedeva parte delle anime giudicate che salivano verso il cielo per una delle due voragini volte in alto, parte scendevano nella terra attraverso la voragine aperta verso il basso, mentre dalle altre due aperture contigue scendevano dall’alto anime pure, e salivano dal basso anime piene di lordura e di polvere (ejk th`~ gh`~ mesta;~ aujcmou` te kai; kovnew~).
Le anime giunte sul prato (eij~ to;n leimw`na, 614e) vi si attendavano come per un consesso festoso e si salutavano, quante si conoscevano.
Quelle che venivano da sotto terra rievocavano piangendo il loro viaggio ipogeo di mille anni (ei\nai de; th;n poreivan cilievth, 615).
Quelle che venivano dal cielo invece facevano un racconto di delizie e di spettacoli straordinari per la bellezza (eujpaqeiva~ dihgei`sqai kai; qeva~ ajmhcavnou~ to; kavllo~).
I puniti raccontavano che di ogni ingiustizia avevano pagato il fio dieci volte tanto, ossia avevano subito dolori dieci volte maggiori di quelli inflitti, e i premiati corrispettivamente ricordavano che pure i benefici erano stati ricompensati in misura dieci volte maggiore.
Più grandi erano le retribuzioni per l’empietà e la pietà verso gli dèi e i genitori e per le uccisioni di propria mano.
Un esempio negativo molto evidente di cui Er aveva sentito dire era quello del grande criminale Ardieo ( jArdiai`o~ oJ mevga~, 615 c). Costui era diventato tiranno in una città della Pamfilia, mille anni prima, e aveva ucciso padre, fratello, non senza molte altre scelleratezze. Chi l’aveva incontrato disse che quell’orribile criminale non sarebbe mai arrivato nel prato del consesso festoso. Infatti era uno di quelli così inguaribilmente malvagi (ti~ tw`n ou{tw~ ajniavtw~ ejcovntwn eij~ ponhrivan, 615c) che non potevano risalire. La maggior parte di questi incurabili erano tiranni. Quando si avvicinavano alla bocca d’uscita, questa emetteva un muggito (ejmuka`to)
Allora intervenivano uomini a[grioi, diapuvroi ijdei`n (615 e) selvaggi, infuocati a vedersi che afferravano tali delinquenti e li portavano via. I pessimi come Ardieo , venivano legati mani, piedi e testa, buttati a terra, scorticati, trascinati fuori strada su piante spinose e gettati nel Tartaro.
Dopo sette giorni passati nel prato dunque, le anime dovevano viaggiare per quattro giorni finché giungevano in un luogo da dove vedevano dall’alto una luce diritta (fw`~ euquv) distesa per tutto il cielo e la terra (dia; panto;~ tou` oujranou` kai; gh`~) come una colonna (oi|on kivona, 616c), molto simile all’arcobaleno, ma più fulgida e pura. Questa è l’anima del mondo.
Le anime degli umani camminavano un altro giorno e, arrivati a metà della luce, vedevano teso dalle due estremità il fuso di Ananche (ejk de; tw`n a[krwn tetamevnon jAnavgkh~ a[trakton), l’asse dell’universo attraverso cui avvengono tutti i movimenti circolari. Il fuso aveva otto fusaioli (ojktw; ga;r ei\nai tou;~ xuvmpanta~ sfonduvlou~, 616d), i contrappesi del fuso, racchiusi gli uni negli altri.
Questi fusaioli rappresentano il cielo delle stelle fisse e i sette pianeti. Partendo dall’esterno: Stelle fisse, Saturno, Giove, Marte, Mercurio, Venere, Sole, Luna. Così nel Timeo. E’ l’ordine pitagorico.
Il fuso si volgeva sulle ginocchia di Ananche.
Su ognuno dei fusaioli circolari che rotavano lentamente incedeva in alto una Sirena sumperiferomevnhn (617b) tratta anch’essa nel moto circolare mentre emetteva una voce in armonia con quella delle altre sette.
Le anime dunque vedevano l’asse dell’universo.
Le Moire
Sedevano in trono tre persone diverse dalla folla: le figlie di Ananche, le Moire vestite di bianco e con dei serti (stevmmata, 617c) sul capo.
Queste sono Lachesi, Cloto e Atropo che cantavano sull’armonia delle sirene.
Lachesi cantava ta; gegonovta, il passato, Cloto ta; o[nta, il presente, Atropo ta; mevllonta, il futuro.
Le tre Moire[3] accompagnavano con la mano i moti del fuso.
Le anime dovettero presentarsi a Lachesi, quella che dà le sorti.
Quindi un portavoce (profhvth~) dispose in fila la folla, poi prese delle sorti, dei modelli di vita dalle ginocchia di Lachesi.
Infine il profhvth~ , salito su un’alta tribuna, diede voce al pensiero di Lachesi, la vergine figlia di Ananche ( jAnagkh" qugatro;" kovrh" Lacevsew" lovgo~).
Disse: “Questo è l’inizio di un altro ciclo di mortalità della razza mortale.
, e non sarà il demone a sorteggiare voi, bensì voi sceglierete il demone
( “ oujc uJma'" daivmwn lhvxetai, ajll j uJmei'" daivmona aiJrhvsesqe" (617 e).
Chi è sorteggiato a scegliere per primo, prenda per primo la vita cui sarà congiunto”.
La parola di Lachesi aggiunge che la virtù è senza padrone (ajreth; de; ajdevspoton, 617e) e ciascuno ne avrà di più o di meno, a seconda che la apprezzi o la disprezzi. Responsabile è chi ha fatto la scelta[4], non la divinità” (aijtiva eJlomevnou: qeo;~ ajnaivtio~ (617 e).
Riferite queste parole, il portavoce di Lachesi gettò le sorti con il turno della scelta, e ognuno tirò su quella che aveva vicino. Er non poté farlo.
Quindi il prfhvth~ mise in terra davanti a loro svariati modelli di vite: umane e di animali.
C’erano vite di tutti i tipi, e anche mescolanze di tipi.
Il profhvth~ aggiunse che anche chi sceglieva per primo non doveva essere negligente e l’ultimo non doveva scoraggiarsi ma scegliere con senno: mhvte oJ a[rcwn aiJrevsew~ ajmeleivtw mhvte oJ teleutw`n ajqumeivtw (619b).
Socrate che fa questo racconto dice a Glaucone che bisogna studiare soprattutto come scegliere la migliore tra le vite possibili.
Buona è la vita che tende alla giustizia, cattiva quella che va verso l’ingiustizia. Bisogna essere refrattari a lasciarsi colpire dalle ricchezze e da simili malanni come la tirannide. Bisogna fuggire tutti gli eccessi in entrambi i sensi (feuvgein ta; ujperbavllonta eJkatevrwse, 619).
Er raccontò che il primo scelse la tirannide senza accorgersi che questa racchiude il destino di mangiare i propri figli e altre sciagure. Poi se ne avvide e si mise a piangere. Quest’uomo veniva dall’apertura nel cielo poiché aveva vissuto la vita precedente in uno Stato bene ordinato praticando la virtù, per abitudine, senza filosofia (e[qei a[neu filosofiva~, 619d).
Era più facile che scegliessero precipitosamente e sbagliassero quelli scesi dal luogo beato, in quanto inesperti di travagli (a{te povnwn ajgumnavstou~), mentre quelli che venivano dalla terra, siccome erano tribolati e avevano visto altri soffrire, non facevano la scelta ejx ejpidromh`~ in modo affrettato.
Di nuovo il tw`/ pavqei mavqo~.
Così c’era una permuta di beni e di mali.
Ma se uno in vita filosofa, poi la sua scelta non cade tra le ultime, è facile che quest’uomo abbia due buone vite di seguito.
Comunque, dice Er, lo spettacolo era degno di essere visto, uno spettacolo pietoso, ridicolo e meraviglioso (qevan ajxivan ijdei`n kai; geloivan kai; qaumasivan, 620).
Notiamo che la scelta però non è del tutto libera siccome è condizionata dalle quantità di sorti rimaste disponibili quando tocca scegliere a ciascuno secondo il numero d’ordine raccolto in precedenza. Inoltre le anime erano condizionate dalle esperienza fatte nella vita precedente.
Vediamo come.
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Aiace Telamonio scelse la vita di un leone poiché rifuggiva dal nascere uomo in quando ricordava il giudizio delle armi (620b).
Agamennone, per avversione al genere umano, scelse la vita di un’aquila.
Orfeo, scelse la vita di un cigno non volendo nascere da grembo di donna mivsei tou` gunaikeivou gevnou~ , in odio del genere femminile per la morte sofferta dalle donne[5].
Il buffone Tersite scelse la natura di una scimmia.
L’anima di Odisseo, prese la sorte per ultimo e, guarito da ogni ambizione per il ricordo dei travagli precedenti, scelse la vita di un uomo privato e amante del quieto vivere ("bivon ajndro;" ijdiwvtou ajpravgmono"", Repubblica 620c).
La trovò messa da parte e negletta dagli altri, ma disse che l’avrebbe presa anche se avesse dovuto fare la scelta per primo.
Quindi Lachesi diede a ciascuno come custode (fuvlaka) il demone (daivmona, 620d) che si era scelto. Poi Cloto Atropo e Ananche confermavano le scelte e le rendevano immutabili.
In seguito le anime venivano portate attraverso una terribile calura e arsura fino al fiume Amelete perché ne bevessero l’acqua. Una certa misura era obbligatoria. Chi non era preservato dalla prudenza beveva più della misura (plevon tou` mevtrou, 621) e bevendo in continuazione si scordava di tutto – to;n de; ajei; piovnta pavntwn ejpilanqavnesqai . Infine si addormentavano, scoppiava un tuono e le anime venivano spinte a una nuova nascita cui si lanciavano come stelle cadenti.
Faccio notare di nuovo che scordare, scordare in particolare il ritorno-novstou laqevsqai- è il verbo più negativo dell’Odissea ( IX, 97)
A Er era stato impedito di bere e non sapendo come, si era trovato il mattino sulla pira. Socrate commenta il mito con poche parole dicendo che per entrare nell’apertura e nella via che va in alto bisogna praticare sempre la giustizia in modo da essere cari a noi stessi e agli dèi qui in terra e dopo, nel viaggio millenario di cui si è detto (621d)
Questo mito è un’immagine concentrata del nostro destino di mortali. A me piace molto, e pur essendo una fantasia, credo che la sua bellezza contenga anche una verità: che noi dobbiamo vivere in sintonia con il nostro daivmwn che è il destino ed è pure il carattere.
Eraclito con il suo stile ieratico e lapidario insegna che l’uomo e il suo destino coincidono: “ h\qo~ ajnqrwvpw/ daivmwn[6]”.
Se davvero noi abbiamo scelto sia pure con delle limitazioni, il verso di questa vita prima di nascere, non lo so. So però che ciascuno di noi eredita delle predisposizioni e che sta in ciascuno di noi assecondarle o contrastarle secondo la direzione (trovpo~) che intendiamo dare alla nostra vita. Voglio fare notare che la parola greca trovpo~ significa tanto “verso”, “direzione”, quanto carattere.
Il nucleo dell’infelicità è tradire il proprio destino. Se non ci lasciamo guidare dal nostro demone, non c’è scampo all’infelicità.
"Qui, proprio qui, sta l'origine dell'infelicità…Avvertiamo allora lo squilibrio tra il nostro essere in potenza e il nostro essere in atto. E questa, questa è l'infelicità"[7].
"Molti provavano, per un istante, una penosa tristezza perché tra la loro vita e i loro istinti c'era un tale dissidio, un tal conflitto che la loro vita non era affatto una danza, bensì un faticoso e affannato respirare sotto i pesi: pesi che in fin dei conti essi stessi si erano accollati"[8].
Nell’ultimo libro dell’Asino d’oro di Apuleio, Lucio prega la Regina del cielo, la luna che gli è apparsa con uno straordinario splendore sulla riva del mare, vicino a Corinto, e le chiede la fine delle fatiche e dei pericolo corsi nella sua vita asinina, una vita senza Iside: “sit satis laborum, sit satis periculorum”. Quindi la prega di restituirlo alla forma umana, ai suoi affetti e, dopo tutto a se stesso, al Lucio che è:” Depelle quadripedis diram faciem, redde me conspectui meorum, redde me meo Lucio” (XI, 2), stacca da me l’orribile aspetto di quadrupede, rendimi alla vista dei miei, rendimi al Lucio che sono.
"Florentino Ariza…l'aveva convinta che uno viene al mondo con le sue polveri contate, e quelle che non vengono usate per qualsiasi motivo, proprio o estraneo, si perdono per sempre"[9].
Per diventare se stessi è necessario prendere le distanze anche dai genitori: lo insegna il Vangelo di Giovanni nel quale il Cristo dice alla madre: " tiv ejmoi; kai; soiv, guvnai; -Quid mihi et tibi mulier? " [10] (2, 4), che cosa ho da fare con te, donna?
Ancora più esplicito è il Cristo nel Vangelo di Matteo: “non veni pacem mittere sed gladium. Veni enim separare
Hominem adversus patrem suum
Et filiam adversus matrem suam” (10, 34-35), non sono venuto a portare pace ma una spada. Sono venuto infatti a separare l’uomo dal padre suo e la figlia dalla madre.
Nell’Achilleide di Stazio il giovanissimo Pelide deve ribellarsi alla madre, che ne aveva fatto un travestito. Achille vuole recarsi alla guerra di Troia: “Paruimus, genetrix, quamquam haud toleranda iuberes,/paruimus nimium: bella ad Troiana ratesque/Argolicas quaesitus eo” (II, 17-19), ho obbedito, madre, sebbene tu ordinassi cose non tollerabili, ti ho obbedito troppo: vado alla guerra di Troia sulle navi dei Greci che mi hanno cercato.
Sentiamo di nuovo Fromm: " Rimanendo legato alla natura, alla madre o al padre, l'uomo riesce quindi a sentirsi a suo agio nel mondo, ma, per la sua sicurezza, paga un prezzo altissimo, quello della sottomissione e della dipendenza, nonché il blocco del pieno sviluppo della sua ragione e della sua capacità di amare. Egli resta un fanciullo mentre vorrebbe diventare un adulto"[11].
"La capacità d'amare dipende dalla propria capacità di emergere dal narcisismo e dall'attaccamento incestuoso per la propria madre e il proprio clan; dipende dalla propria capacità di crescere, di sviluppare un orientamento produttivo nei rapporti col mondo e se stessi"[12].
"E' forse questo che si cerca attraverso la vita, null'altro che quello, la più grande sofferenza possibile per diventare se stessi prima di morire"[13].
Per questo l'Adriano della Yourcenar ha conquistato il potere sul mondo:"Volevo il potere. Lo volevo per imporre i miei piani, per tentare i miei rimedi, per instaurare la pace. Lo volevo soprattutto per essere interamente me stesso, prima di morire…Ho compreso che ben pochi realizzano se stessi prima di morire: e ho giudicato con maggior pietà le loro opere interrotte. Quell'ossessione di una vita mancata concentrava i miei pensieri su di un punto, li fissava come un ascesso"[14].
Altrettanto l’imperatore Giuliano nella commedia di Ibsen: “E che cos’è la felicità se non il vivere in conformità a se stesso? L’aquila chiede forse delle penne d’oro? Il leone ambisce avere artigli d’argento? O forse ilmelograno desidera che i suoi chicchi siano altrettante pietre preziose?”[15].
Diventare quello che si è costituisce una forma particolare di virtù: “esiste una virtù particolare, che altro non è se non la fedeltà assoluta alla nostra natura, al nostro destino e alle nostre inclinazioni”[16].
“ Gli esseri umani non sono, nella loro gran maggioranza, così fortemente egoisti. Pressappoco all’età di trent’anni abbandonano le ambizioni personali- in molti casi abbandonano addirittura il senso di possedere un’esistenza individuale- e vivono principalmente per gli altri, oppure sono semplicemente schiacciati dalla dura routine del lavoro quotidiano. Ma esiste anche una minoranza di persone dotate, caparbie e ben decise a vivere la propria vita fino in fondo: gli scrittori appartengono a questa categoria”[17].
L’opposto della dimenticanza deleteria del proprio destino è il “diventa quello che sei” prescritto da Pindaro gevnoio oi|o~ ejssiv" (Pitica II v. 72),
Fine dell’excursus
Infine il guardiano va a chiudere l’ingresso. Il prete suggerisce a K di non badare troppo alle opinioni e commenta il tutto dicendo: “non si deve credere che tutto è vero, si deve credere che tutto è necessario” p. 226 .
Nell'Agamennone di Eschilo si legge:"to; mevllon hJvxei"(1240), "quello che deve accadere accadrà", ossia quello che avviene, avviene necessariamente.
Nell'Edipo re Tiresia avvisa Edipo che la sua ira da tiranno davanti alle parole profetiche è inutile:" infatti esse si compiranno (h{xei) anche se io le copro con il silenzio" (v. 341).
K chiede al prete: “cerca di capirmi.
Il prete risponde: “cerca di capire chi sono io””
“Tu sei il cappellano delle carceri”
“Io dunque faccio parte del tribunale” spiegò il sacerdote-“perché dovrei volere qualcosa da te?. Il tribunale non ti chiede nulla. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai”.
La legge nascosta dietro la porta dunque attendeva quell’uomo e attende tutti. Il processo è una specie di invito e “il peccato senza nome, il senso di colpa di cui Josef K e gli altri sono colpevoli, è in raltà un’elezione divina: questo peccato li rende belli, mentre tutti gli altri uomini che non vivono sotto questa ombra non esistono agli occhi di Dio. Dio ha accusato e fatto arrestare dai suoi loschi messaggeri : ma quest’accusa è il segno della sua ricerca” (Citati, Kafka, p. 157).
Interpretazione discutibile che a parer mio risente di quella di T. S. Eliot nel dramma Riunione di Famiglia: Harry infine ha capito e ha vinto la paura. Quando le Eumenidi appaiono per l’ultima volta, il giovane si rivolge a loro con queste parole: «You cannot think that I am surprised to see you», “non crediate che io sia sorpreso di vedervi”, «and you shall not think that I am afraid to see you», “e non crediate che abbia paura di vedervi”. “Questa volta siete reali, siete fuori di me e perciò sopportabili”, «this time you are real, this time you are outside me, and just endurable». “Pensavo di sfuggirvi venendo qui dove voi invece mi aspettavate 6 (II, 2). Ora finalmente vedo che vi sto seguendo”, «now I see at last that I am following you», “e che può esserci un solo itinerario e una sola destinazione”. «Let us lose no time. I will follow».
«I must follow the bright angels», “io devo seguire gli angeli splendenti”. Le Erinni sono diventate Eumenidi.
Pure Oreste, giunto sull’acropoli di Atene, non ha più paura delle Erinni: le affronta senza rinnegare le proprie azioni, compreso il matricidio con il quale ha vendicato il proprio padre (Eschilo, Eumenidi 588): ἔκτεινα. τούτου δ’ οὔτις ἄρνησις πέλει, “l’ho uccisa e di questo non c’è negazione”.
Bologna 23 marzo 2026 ore 18, 20 giovanni ghiselli
p. s.
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La vittoria del No è un rifiuto del governo che ha fatto il tentativo fallito di abiurare la Legge fondamentale della nostra Repubblica. I diecimila lettori di questi due giorni hanno convalidato la mia scelta di appoggiare la negazione di questo tentato ripudio della nostra amabile Costituzione.
[1]F. Kafka, Il processo (1914-1915) , IX capitolo, pp. 220-221.
[2] F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III, Schopenhauer come educatore, p. 166.
[3] Cfr. lagcavnw “ricevo in sorte”, klwvqw, “filo” e trevpw “volgo” preceduto da aj- privativo, quindi l’inflessibile.
[4] E’ l’afferrmazione della responsabilità degli uomini, già fatta da Zeus nel primo canto dell’Odissea:"Ahimé, come ora davvero i mortali incolpano gli dèi! Da noi infatti dicono che derivano i mali, ma anzi essi stessi per la loro stupida presunzione hanno dolori oltre il destino. Così anche ora Egisto oltre il destino si prese la moglie legittima dell’Atride, e lo ammazzò appena tornato,
pur sapendo della morte scoscesa, poiché gliela predicemmo noi,
mandando Ermes, l’Argifonte dalla vista acuta,
di non ammazzarlo e di non corteggiarne la sposa:
infatti da Oreste ci sarà la vendetta dell’Atride,
quando sia adulto e desideri la sua terra.
Così diceva Ermes, ma non persuadeva la mente
Di Egisto, pur pensando al suo bene; e ora tutto insieme ha pagato” (vv. 32-43).
[5] Cfr. Virgilio, Georgica IV: spretae Ciconum quo munere matres-inter sacra deum nocturnique orgia Bacchi-discerptum latos iuvenem sparsere per agros” ( vv. 520-522) spregiate da questa fedeltà (a Euridice)) le donne dei Ciconi fra riti religiosi e le orge di Bacco notturno, sparsero per i vasti campi il giovane fatto a pezzi.
[6] Fr. 91 Diano, il carattere è il destino dell’uomo
[7] J. Ortega y Gasset, Meditazioni sulla felicità, p. 42.
[8] H. Hesse, Klein e Wagner, p. 126.
[9] G. G. Márquez, L’amore ai tempi del colera, p. 162.
[10] T. Mann commenta queste parole, da par suo, nel Doctor Faustus:"In fondo, per una madre, il volo di Icaro del figlio eroe, la sublime avventura virile dell'uomo che non è più sotto la sua protezione è un'aberrazione tanto colpevole quanto incomprensibile, donde ella sente risuonare, con segreta mortificazione, le parole lontane e severe: "Donna, io non ti conosco". E così ella riprende nel suo grembo la povera, cara creatura caduta e annientata, tutto perdonando e pensando che questa avrebbe fatto meglio a non staccarsene mai" (p.691).
[11]E. Fromm, La rivoluzione della speranza , p. 80.
[12]E. Fromm, L'arte d'amare , p. 153.
[13] L. F. Céline, Viaggio al termine della notte, p. 249.
[14] M. Yourcenar, Memorie di Adriano, p. 84.
[15] L’imperatore Giuliano, Atto III, quadro primo.
[16] S. Màrai, La recita di Bolzano, p. 97.
[17] G. Orwell, Perché scrivo, “Gangrel”, n. 4, estate 1946, in Romanzi e Saggi, I Meridiani, p. 1288.
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