mercoledì 18 marzo 2026

Kafka. Introduzione.

Franz Kafka 1883-1924

Lettera al padre 1919. La metamorfosi 1916

L’amico Max Brod curò la pubblicazione dei suoi scritti

America incompiuto edito 1927

Il Processo edito 1924 scritto 1914-1915

Il castello edito 1926 scritto 1922

 

Premessa: Odisseo se la cava sempre in quanto è sintonizzato con la realtà e suo complice.

Kafka e i suoi personaggi non sono mai sintonizzati con la realtà della vita, anzi sono discrepanti e sfasati.

 Il 14 settembre del 1913 Kafka scriveva a Felice: “ Io sono fatto di letteratura, non sono e non posso essere altro”.

Gerge Steiner in Vere presenze scrive che nella letteratura mitteleuropea degli anni tra il 1870 e il 1930 c’è la “rottura del patto fra parola e mondo”, viene meno la congruenza tra le parole e le cose.

Veramente tale incongruenza si può già trovare nell’Odissea.

Franco Rella in Scritture estreme nota che lo schiacciante sentimento di colpa collegato alla nascita si trova già in Anassimandro.

Con maggiore chiarezza si esprime Anassimandro di Mileto -610-546-

La sua scrittura è lapidaria e grandiosamente stilizzata

Con epigrafica efficacia scrive: “ le cose che nascono devono morire kata; to; crewvn, secondo il dovuto, siccome pagano reciprocamente il fio della loro ingiustizia (didovnai ga;r auJta; divkhn kai; tivsin ajllhvloi~ th`~ ajdikiva~) secondo l’ordine del tempo (kata; th;n tou' crovnou tavxin).

Nietzsche   cita Schopenhauer Parerga e paralipomeni. Dice che siamo tutti condannati a morte e che espiamo la nostra nascita prima con la vita poi con la morta.

La sostanza originaria deve essere indeterminata perché non si arresti il divenire

Morire è un’espiazione, una restituzione del proprio essere al tutto. L’affermarsi della vita individuale è un peccato originale contro il tutto divino.

 

 

Anassimandro Fu discepolo di Talete e maestro di Senofane nella scuola ionica.

 Scrisse Sulla natura di cui rimane un solo frammento.

Principio unico secondo lui è to; a[peiron[1], l’indefinito.

Ogni nascita è un atto di egoismo, un distacco dal tutto.

 

 

 

 

Giacomo De Benedetti, Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano, 1971

Kafka nutrito dalla Cabala, una delle più grandi tradizioni mistiche, raffigura la cecità dell’adepto che non riesce a vedere Dio. Dio è rappresentato dal padre terreno che ha cercato di atrofizzare le facoltà fisiche e psichiche del figlio. La lettera al padre è la confessione di un complesso edipico. Il padre “si è tenuto per sé tutta la forza virile, fino al punto di orbarne il figlio per eliminarne la concorrenza” (p. 250)

 

 Il romanzo tedesco del Novecento Einaudi, Torino, 1973

A cura di G. Baioni, G. Bevilacqua, C. Cases, C. Magris

Nel 1922 inizia da stesura di Das Schloss. In quell’anno rinuncia a Milena Jesenkà, dopo Felice Bauer, poiché soltanto nella solitudine può obbedire al comando della sua letteratura che gli impone di tormentare se stesso per uno scopo più alto. Kafka ha 39 anni. La sua vita gli appare come un desolato mucchio di rovine. Considera la propria vita come un processo di decadenza stupefacente.

 

Decadenza come paura dell’istinto-cfr. Nietzsche su Socrate e Platone.

Socrate è visto da Nietzsche come il nemico dell’istinto, o come un individuo dall’istinto rovesciato: “Mentre in tutti gli uomini produttivi l’istinto è proprio la forza creativa e affermativa, e la coscienza si comporta in maniera critica e dissuadente, in Socrate l’istinto si trasforma in un critico, la coscienza in una creatrice-una vera mostruosità per defectum! Più precisamente noi scorgiamo qui un mostruoso defectus di ogni disposizione mistica, sicché Socrate sarebbe da definire come l’individuo specificamente non mistico, in cui la natura logica, per una superfetazione, è sviluppata in modo tanto eccessivo quanto lo è quella sapienza istintiva nel mistico”[2]. Quest’idea non verrà rinnegata più avanti da Nietzsche come altri aspetti[3] di questo scritto giovanile.  In Ecce homo[4] il filosofo ne rivendica le due “ innovazioni decisive: intanto la comprensione del fenomeno dionisiaco fra i Greci-il libro ne dà la prima psicologia, vedendo in esso la radice una di tutta l’arte greca. L’altra è la comprensione del socratismo: Socrate come strumento della disgregazione greca, riconosciuto per la prima volta come tipico décadent. “Razionalità” contro istinto. La “razionalità” a ogni costo come violenza pericolosa che mina la vita![5].

Del resto la razionalità di Kafka funziona solo nei particolari, non nell’insieme.

 

I romanzi di Kafka hanno un andamento labirintico che ricorda il Satyricon. Sono storie di ricerca, di consunzione e di morte.

Nel Castello ogni nuova conoscenza aumentava la sua stanchezza. Cercare di conoscere la verità significa addentrarsi sempre più nel labirinto dei rapporti alienanti e in questo itinerario consumarsi e distruggersi

Klamm è uno schema, una figura vuota che ognuno può riempire dei contenuti più diversi.

Questo potente del castello attraverso l’ostessa e la coppia degli aiutanti vigila sul letto nuziale di Frieda e K. C’è una totale reificazione dell’eros entro i meccanismi della vita amministrata. C’è il rifiuto di amare poiché nei sensi  K trova solo disordine, smarrimento, vertigine. Frieda è solo uno strumento della ricerca di K. Frieda è innocente perché  ha seguito le regole del Castello; Amalia invece è colpevole in quanto le ha rifiutate

Amalia è indignazione e rivolta e anche sterilità, solitudine. Ella ha peccato di orgoglio. Amalia compie lo stesso peccato originale di Kafka di fronte alla vita: un peccato di implacabile ascesi. Amalia è l’alter ego di Kafka secondo gli autori menzionati sopra.  

A me fa venire in mente piuttosto l’eroismo di Antigone: entrambe rifiutano gli ordini del potere secondo la loro coscienza.

Teologia negativa del mondo borghese con la caricatura della burocrazia asburgica. La realtà è una cabbala e la storia del romanzo è la peripezia di un’esegesi. Il mondo è pieno di segni indecifrabili.

Vita e sistema sono così male intrecciarti che sembra si siano scambiati di posto. La divisione del lavoro è avvenuta in modo assurdo e irrazionale.

C’è l’itinerario di un uomo che reclama la certezza della propria identità e la dignità del proprio destino.

 Kafka prende su di sé come scrittore, tutto il negativo della propria epoca.

 

 

Fromm Il linguaggio dimenticato.

Il racconto del Processo sembra la storia di un sogno. L’arresto di K è un arresto della crescita e dello sviluppo. La vita di K è vuota, sterile, senza amore né scopo. Ha un lavoro e un’amante, ma fa tutto senza entusiasmo. Si aspetta sempre di ricevere aiuto dunque è un uomo a contenuto ricettivo, senza oblazione per gli altri.

La sua principale preoccupazione è quella di essere piacente perché gli altri, soprattutto le donne gli diano quanto gli serve. Crede che la fonte di tutti i beni sia fuori di lui e ne deriva il terrore di perderla.

Il contrario di omnia mea mecum porto. Ha il terrore di essere abbandonato.

L’ispettore, quando K gli chiede che cosa vogliano i poliziotti, gli consiglia di pensare meno a loro e più a se stesso. K non capisce che il problema è in se stesso e che per salvarsi deve ritornare a se stesso. E’ in arresto ma può andare in banca perché il suo lavoro è staccato dalla sua vera esistenza. Ignora la coscienza umanistica, il gnw'qi seautovn.

Il tribunale rappresenta la coscienza autoritaria dispotica e corrotta. Il prete del Duomo rappresenta la voce della coscienza umanistica

 

Invero il prete  dice: “io faccio parte del tribunale, perché dovrei volere qualche cosa da te? Il tribunale non ti chiede nulla. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai” p. 227

 In realtà il tribunale è il giudice finale, è quello del Gorgia di Platone, è la sua condanna è la morte cui nessuno può sfuggire.

 

Fromm: la tragedia di K è quella della persona incapace di trovare la sua strada da sola nell’illusione che gliela possano indicare gli altri. Alla fine, solo mentre muore, vede che è possibile la solidarietà umana

 

 

Camus Saggio su Kafka 1948

Il Castello 1926 è innanzitutto l’avventura di un’anima in cerca di grazia. L’uomo può diventare un dio o una bestia.

 Cfr. La metamorfosi del 1916 e L’asino d’oro di Apuleio o Pinocchio di Collodi.

 C’è questa ambiguità tra imbestiamento e ricerca di Dio.

Poi c’è alternanza tra l’illogico e l’analitico con l’illogico analizzato minuziosamente.

In Il processo  parte dall’assurdo dell’accusa e si arriva alla condanna a morte di deduzione logica in deduzione logica

 

In Il castello c’è l’ostinazione del protagonista in cerca di segni. Una ricerca meticolosa dell’eterno.

K in Il processo viene colpito a morte: Kierkegaard scrive che si deve colpire a morte la speranza terrestre e solo allora ci si salva con la speranza vera.

Per rendersi degni di grazia, bisogna perdere il proprio onore per Dio, cosa che Amalia non ha fatto respingendo le proposte di un impiegato. L’assurdo riconosciuto di questa esistenza fa sperare in una realtà soprannaturale. Quindi non è tragico. E’ più tragico Nietzsche che esalta la vita e nega ogni consolazione sovrannaturale 

 

 

L’incipit di Il processo di Kafka rappresenta l’ingresso dell’inopinato come il virus del covid durante la scorsa epidemia noi e nel mondo.

Bologna 18 marzo 2026 ore 12, 02

giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. pei`rar-ato~, tov, “termine”, “confine”.

[2] La nascita della tragedia , p. 92.

[3] Hegeliani e schopenhaueriani

[4] Del 1888.

[5] F. Nietzsche, Ecce homo, La nascita della tragedia,  p.  49.


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