martedì 17 marzo 2026

Ifigenia XXXIII Un capitolo licenzioso e giustificato con Ovidio, Catullo, Marziale. Una breve appendice: sono studente e povero.


 

 

Avvertenza: questo breve capitolo non deve essere letto dai bambini né dagli adulti pudichi.

 

Avevamo preso due decisioni:  Ifigenia non lasciava il marito, mentre io lasciavo Pinuccia, ed eravamo entrambi assai contenti del vago avvenire che avevamo in mente di nuovo. 

Sicché facendo della strada insieme dopo la scuola ci mettemmo a scherzare, ridere, motteggiare. Vagabamur ludibundi.

Mi venne in mente la domanda da stratega erotico che feci a Kaisa nel luglio del ’72 quando era oramai indubitabile che la voglia di fare l’amore era reciproca.

Dopo avere concluso un discorso serio pieno zeppo di citazioni tratte da autori greci e latini non senza un poco di Shakespeare  dovuto al fatto che lì a Debrecen  la koinh; diavlekto~ era l’inglese, la guardai negli occhi azzurri e sorridendo le chiesi: “di che colore hai le mutande tu, tesoro, in questo momento?”

“Del colore dei miei occhi”, rispose la linguista,  sposina e giovane madre.

“Beate quelle mutande tue- la incalzai- vorrei esserci dentro”.

La signora sorrise tutt’altro che dispiaciuta.

 

Il 30 novembre del ’78 ripetei il gioco con Ifigenia anche se non aveva  gli occhi azzurri . Le mutande del resto erano bianche.

Allora aggiunsi: “Io credo solo a ciò che tocco”. E lei: “d’accordo, ma qui non sta bene. Facciamo un salto in camera tua: dirò a mio marito che ho dovuto accompagnare i ragazzini al funerale di una nostra collega morta di un colpo questa notte. In casa casa tua potrai vederle, toccarle e togliermele tutte le volte che vorrai.

“A proposito di funerale-replicai- spero di morire facendo l’amore mille volte con te: “di faciant, leti causa sit ista mei ". 

“Questa volta hai citato chi?”

Naso Magister est –risposi- il mulierosus poeta Peligno di Sulmona”.

Dopo tanta allegria non avevo più dubbi che quella sola amante mi riempiva la vita e mi bastava. Pinuccia oramai era di troppo. Il suo tempo era scaduto.

Le giovani adultere mi hanno reso allegro almeno per qualche tempo. Prima che arrivassero tristezza e noia avevamo diverse ore belle da passare insieme. In questo caso otto mesi. 

Ricordo per contrasto l’angoscia che mi invase quando oramai sessantenne intrapresi una relazione con una collega adultera imperiosa, prepotente e attempata  quasi quanto me. Mi aveva attirato la sua reputazione di  donna libera, mentre di fatto non era altro che un’ impudica vergens annis, una spudorata al tramonto. Scappai dopo due settimane.

 

p. s.

 

Dopo avere menzionato il magister Ovidio, ora voglio coonestare la mia licenziosità verbale con un paio di citazioni dotte

 

Non dovete giudicarmi poco casto per il fatto che le mie parole  talora sono lascive

“me ex versiculis meis putastis,/quod sunt molliculi, parum pudìcum./ Nam castum esse decet pium poetam/ipsum, versiculos nihil necessest " (Catullo, 16, 3-6), mi consideraste, dai miei versi leggeri, poiché sono lascivi, poco casto. In effetti si addice al pio poeta come persona essere puro, che lo siano i suoi teneri versi non è necessario. 

 

 

"Lasciva est nobis pagina, vita proba "(Marziale I, 4, 8), la mia pagina è licenziosa, la vita onesta.

 

 

p. s.

“Sono studente e povero” al pari del seduttore di Gilda la figlia di Rigoletto, e come sempre non me ne vergogno, né mi dispiace.

Non ho mai celebrato le feste comandate comprando cose non necessarie.   Non essere consumisti è una rendita.

Cerco di arricchirmi di pensieri e parole da donare agli altri.

 Abbiate comprensione anche se la pensate in modo diverso da me. Io non faccio del male a nessuno. Però voglio vivere la vita mia, non quella imposta dalla pubblicità.   

Alcuni mesi or sono Mattarella ha commemorato la strage di piazza Fontana affermando che fu una strage fascista effettuata con l’implicazione di pezzi dello Stato. Ebbi a dirlo a scuola subito dopo la strage nella banca di Milano.

Noi quanti siamo ancora vivi ma vecchi molto, nel dicembre del 1969 si era ancora giovani:  avevo avuto da un mese il mio primo incarico a tempo indeterminato . Dissi subito che Valpreda era innocente e che la strage era di Stato. Rischiai di perdere il posto. Bruno Vespa aveva sentenziato che quel ballerino di terza fila era il mostro. Era giovane quanto me, eppure faceva già il profeta portavoce del regime, quindi era ben più autorevole di me agli occhi del preside.  Ma allora si poteva parlare, c’era la santa parresia. Oggi ce n’è molto meno.

Sicché non so se avrò il coraggio di lasciare questa pagina lasciva nella mia prossima pubblicazione.

Mi confortano sempre i tanti lettori. E pure chi mi ascolta.

Bologna 17 marzo 2027 ore 19, 07 giovanni ghiselli

 

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