Nei primi tempi della relazione amorosa con Ifigenia, l’angoscioso pregiudizio della necessaria verginità della mia donna inculcatomi in famiglia, a scuola e in parrocchia aveva trovato un efficace contrasto nell’immenso piacere che la radiosa ragazza mi dava e nel pensiero razionale, nella constatazione che una femmina siffatta non era venuta con me per ripiego dopo essere stata scartata dal suo seduttore iniquo, bensì mi aveva preferito al marito e a tanti altri con decisione propria.
In questo periodo furono piuttosto i difetti di educazione, sensibilità, delicatezza della ragazza a mettermi addosso le ugge più gravi.
Faccio un paio di esempi
Una mattina di mezzo inverno, quando piccoli uccelli quasi assiderati spargevano flebili versi che preannunciavano auspici non buoni, mentre rattrappiti dal gelo pure noi, stavamo entrando nel solito bar dell’intervallo tra le ore di scuola, Ifigenia disse: “ verrà a recitare al Duse il grande attore di cui ti ho parlato: voglio andare nel suo camerino per fargli delle proposte”.
“Quali?” domandai incuriosito e allarmato.
“Quelle lascive che ho avuto in mente di fargli fin da ragazzina quando lo vedevo in televisione e lo ammiravo, poi lo sognavo”.
Mi rabbuiai e dissi “Sicché ho sbagliato a lasciare le altre amanti per stare solo con te ” .
Capì e si corresse: “volevo dire che gliele farei se non fossi legata con te”.
“Puoi scioglierti da me quando vuoi” dissi con il tono del disgusto non dissimulato.
La frase volgare e violenta oramai era stata scagliata come un dardo velenoso e mi aveva ferito. Il vulnus volgeva all’ulcus, la ferita alla piaga con tanto di pus. Mi piegai su me stesso, offeso, senza dire parola. Poi cercai di mandare giù il rospo.
Pochi giorni dopo andammo al Duse a vedere quell’ attore nei panni di Otello. Sentivo la gelosia che rodeva dentro di me come un tarlo maligno. Leggendo la storia fino alla catastrofe finale vedrete che ne avevo motivo.
“La cosa più segretamente temuta accade sempre”.
Finito il dramma tra gli applausi del pubblico Ifigenia si allontanò con un suo allievo assai bello . Disse che andavano a omaggiare Otello. Probabilmente era nelle sue intenzioni ingelosirmi: per farmi soffrire e sottomettermi. Rimasto solo pensavo questo e sentivo dolore .
“Meglio perderla che trovarla una così”, mi dissi. “Se va a fare le porcherie nel camerino dell ’istrione, dopo avere civettato con il ragazzo e ancheggiato indecentemente per ringalluzzire quel mezzo rudere e fornicare con entrambi , sarà solo un bene: “Faccia il nostro grande attore grande attrice pure te”. Ero stralunato come Masetto[1].
I mostri delle mie angosce avevano ripreso a tormentarmi.
Del resto c’ era un terzo elemento che mi portava a non sopportare i difetti delle persone che frequentavo. L’amore della solitudine e il distacco dagli altri erano attitudini già radicate nel mio carattere e nel mio vissuto, al punto che soltanto una donna giovane, bella e vivace come Ifigenia, educata, fine e formosa come Helena, colta, carina e spiritosa come Kaisa, studiosa significativa e incinta di me come Päivi, avrebbe potuto indurmi a una relazione più lunga di una vacanza.
L’amore delle tre finlandesi mi aveva insegnato che non avevo bisogno di verginità né di ricchezza ma di una compagna non stupida, non volgare, non ignorante, non perfida.
Ma pure con queste mi bastavano tre ore al giorno e avanzavano anche.
Passate queste, nel paradiso di Debrecen andavo a cercare gli amici o mi beavo delle passeggiate in solitudine osservando e riflettendo. Parlare era il mio lavoro e farlo dalla mattina alla sera, soprattutto in una lingua appresa tardi, mi stremava.
Sebbene le donne mi piacciano molto, tuttora quando ne vedo una giovane e bella mi chiedo: “sì è una meraviglia scesa dal cielo in terra a miracol mostrare, ma te la prenderesti in casa?”
“Giammai” mi rispondo sempre senza esitare.
Lo giuravo quando uscivo stremato e mortificato, dalla casa di Pesaro. Mi avevano terrorizzato le consanguinee perentorie, imperiose e in combutta con ogni forma di potere volto a sottomettere chicchessia: dal padre, a me bambino senza padre presente, al gatto di casa.
Del resto Ifigenia era giovane molto e avrei dovuto indirizzarla a una maggiore delicatezza. In fondo mi aveva cercato anche per questo. Io la educavo solo scolasticamente, quando lei aveva bisogno di sapienza umana- anqrwpivnh sofiva- oltre che di sapere libresco. Ma allora ne avevo poca anche io.
Dopo un quarto d’ora la professoressa e l’allievo tornarono ai loro posti.
Non feci domande. Però sentivo che molte cose non funzionavano già in quel tempo ancora piuttosto bello. Stava iniziando il declino e sapevo per esperienza che nell’amore questo è irreversibile, irreparabile.
Avvertenza: il blog contiene una nota e il greco non traslitterato.
Pesaro 20 marzo 2026 ore 8, 59
giovanni ghiselli
p. s.
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