mercoledì 18 marzo 2026

Kafka. Il Processo Capitolo II . Argomento Il tribunale di corrotti e di pezzenti.


 

 

 K fu avvertito per telefono che la domenica successiva doveva presentarsi in tribunale per l’inchiesta che lo riguardava.

 

Il vicedirettore della banca lo invita a una gita in barca da fare domenica, ma K deve rifiutare per andare dai suoi inquisitori. Però non gli avevano detto a che ora. Decise di andare alle nove. Il tempo era grigio. Si mise a correre nonostante non sapesse quando doveva arrivare.

 

 La Jiulius Strasse, una remota via dei sobborghi, era formata ai due lati da case quasi uniformi, alte grigie, abitate da povera gente.

Alle finestre stavano affacciati uomini in maniche di camicia che fumavano o tenevano, con cautela e tenerezza, dei bambini appoggiati sul davanzale (p. 80)

 

Cfr. Eliot Il canto d’amore di Alfred Prufrock (1917): “Dirò, ho camminato al crepuscolo per strade strette e ho osservato il fumo che sale dalle pipe di uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?  (of lonely men in shid-sleeves, leanig out of windows? )

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli che corrono sul fondo di mari silenziosi” (70-74). Non osa dare un senso dinamico alla sua vita. Vorrebbe essere del tutto irrazionale.

 

Cfr. anche Buzzati Il deserto dei Tartari  (1940)  “Non più alle finestre si affaccenderanno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno sì ancora cenno all’orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia (…) Le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo ” (cap. VI. p. 53).

 

Un grammofono emerito proveniente da quartieri migliori cominciò a sonare in modo orrendo. C’erano varie rampe di scale e lui ne infilò una ricordando le parole di Willem: “il tribunale è attirato dalla colpa”.

Passò in mezzo a dei bambini pensando: la prossima volta porterò caramelle per conquistarli o un bastone per prenderli a legnate.

Indecisione e confusione. Mai un’espressione di affetto disinteressato: atteggiamento pragmatico, senza logica e senza carità.

 

 Due bambini con facce da vagabondi adulti cercarono di trattenerlo per i calzoni. Guarda dentro tante stanze con malati di corpo o di mente.

Finché entra in uno stanzone affollato da un’assemblea. Attraversa la sala e arriva a un tavolino. Gli dissero che era arrivato con un’ora e cinque minuti di ritardo.

 Mi viene in mente il mio arrivo a Carmignano di Brenta, nella scuola media Ugo Foscolo. Il preside mi disse che ero arrivato tardi. La nomina a tempo indeterminato del Provveditore arrivata a Pesaro il giorno prima diceva che avevo due giorni di tempo. Prepotenza della burocrazia. Preferiva tenere una supplente locale non laureata. Anche Kafka che pare così lontano dal realismo parla dei fatti nostri più di una volta.

Si levò un brontolio ostile.

K. Disse: sarò arrivato tardi ma ora sono qui. La parte destra della sala applaudì. L’ala sinistra si ammutolì, tranne qualche singolo applauso. Pensò come fare per conquistare tutti.

Il giudice istruttore lo interroga. Gli chiede se sia un pittore

K. dice che riconosce il procedimento per compassione. Si affacciò la lavandaia che l’aveva fatto entrare.

K solleva con le punta delle dita il quadernino del giudice, dalle pagine macchiate, e lo mostra con disprezzo al pubblico

Quindi parla all’assemblea. Racconta del suo arresto da parte di custodi senza morale.

Il processo è una farsa (come quelli fatti ora in televisione).

 

Ed è una farsa quello intentato nell’Asino d’oro  di Apuleio a Lucio “otricida”.

La padrona di Fotide, Panfile, minacciava il sole perché non tramontava in fretta. Aveva visto un bel giovane dal barbiere e aveva chiesto alla serva di raccoglierne i capelli ma il tonsor l’aveva cacciata. Quindi Fotide aveva raccolto dei peli biondi tosati da otri caprini. Panfile con quei peli e gli strumenti della sua feralis officina  aveva infuso spirito umano in quegli otri (3, 17). La feralis officina è la solita delle streghe: pezzi di cadaveri e altri ingredienti.

Quindi Panfila recita formule e getta i peli sui carboni. In seguito Lucio, impazzito come Aiace, pugnala gli otri  e diventa un otricida (3, 18).

 

 

 

La folla era divisa.  K. Parla, e il pubblico lo ascolta con una viva attenzione di cui l’oratore fu contento (p. 89).

 

Un’attenzione  verso il prossino di cui spesso K difetta: “Il suo peccato più grave è la mancanza di attenzione: non possiede la delicata e molecolare pazienza, la mite passività che sola ci assiste nelle cose dello spirito” (Citati, Kafka, p. 142)

Invero  l’attenzione non manca, però è intermittente, ed è priva di carità, poiché K ha premura solo di se stesso,

K. parla criticando l’organizzazione persecutoria del tribunale. Un’organizzazione di folli  criminali corrotti. Non senza carnefici. Un giovane stringeva la lavandaia e a bocca spalancata guardava il soffitto e strillava.

 K. si accorse che i componenti la folla avevano il medesimo distintivo del giudice. Era la masnada corrotta del tribunale e lui si era illusa di accattivarsela. Se ne andò gridando “pezzenti!”, mentre il giudice lo minacciava: andando via perdeva il diritto di essere interrogato (p. 91). Ma K gridò che faceva ameno di tutti gli interrogatori. Alle sue spalle scoppiò un baccano.

Bologna 18 marzo 2026 ore 19, 35 giovanni ghiselli

p. s.

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