Il tre gennaio Ifigenia non si fece sentire e tornarono a punzecchiarmi gli assilli. “Perché non ti cerca?” domandavano mentre mi trafiggevano implacabili.
Quindi, senza aspettare la mia risposta replicavano essi stessi con altre fastidiose punture: “il caso è uno solo: delle sue grazie gode un altro ganzo”. In effetti non mi era chiaro se avesse lasciato del tutto il marito.
Allora il mio sentimento affannato, se voleva riprendere lena, doveva tornare alle belle estati di Debrecen , alla grande foresta sempre viva e frusciante nella memoria attraversata dal vento odoroso che accarezzava le fronde e le rendeva canore di voci pofetiche beneauguranti.
Oppure ai viaggi in Grecia dove andavo a cercare salute mito e poesia e nell’imbarcarmi baldanzoso, quando incrociavo due della ciurma, gridavo stirando il collo frenetico: “Nunc agite, o socii, propellite in aequore navem ", ora avanti, compagni, spingete nel mare la nave.
Questi ricordi mi aiutarono e mi portarono bene. Infatti i giorni seguenti Ifigenia veniva a trovarmi piena di amore: ibi illa multa iocosa fiebant quae ego volebam nec puella nolebat. La ragazza bella non aveva altro amante che me. I sospiri soavi di lei mi rassicuravano.
Venerdì 12 gennaio non venne a scuola senza avermene preavvisato. Mi mancava al punto che il liceo pur brulicante di belle ragazze mi sembrava un deserto. Eppure non ebbi l’angoscia. Ero ottimista sul nostro amore. Al punto che terminate le ore di lezione andai nel bar dei nostri intervalli sperando di vederla arrivare. Sentimentalmente, non razionalmente. Guardavo la porta nell’attesa che si aprisse facendo entrare la luce del suo sorriso amabile. Canticchiavo continuamente: “apriti, apriti Sesamo!!!” Funzionò.
La porta si aprì e attraverso il varco entò Ifigenia. Mi lanciai ad abbracciarla tre volte (tri;~ me;n ejformhvqhn) ed ella non volò via simile all’ombra o anche al sogno, skih'/ ei[kelon h] kai; ojneivrw/-e[ptat j come la madre morta di Odisseo[1].
Ci baciammo a lungo, quindi attraversammo il centro della città rimanendo semiabbracciati e sorridendo a chi ci guardava con simpatia. Sentivamo di avere un potere buono: quello di comunicare alle persone il nostro benessere, la nostra simpatia per la vita.
Faccio un esempio la cui funzione educativa è inobliabile: un collega calvo, stanco e maltrattato già nella scelta del nome, si chiamava Nullo, la mattina seguente mi domandò: “Quid agis in hac lacrimarum valle?”
Ebbene a questa cara persona risposi “Correggi ottimo Nullo, asciuga quelle lacrime tue che non hanno ragione di essere e ripeti con me: danzo in questa valle di gioie, e canto e faccio pure l’amore”.
Il collega amico, sorrise, ringiovanito dal mio buonumore. Quindi aggiunse signorilmente: “pergite amantes: ubi maiores, minores cessant”.
Che ti sia benedetto carissimo Nullo, amico ancora terrestre o già celeste e beato che tu sia nella candida rosa. Una cara persona comunque.
Avvertenza: il blog contiene una nota e il greco non traslitterato
Bologna 25 marzo 2026 ore 16, 41 giovanni ghiselli.
p. s.
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