lunedì 30 marzo 2026

Ifigenia LXII. Il sogno del prato di Sorte. Ifigenia la luna. La processione delle tre finlandesi.


 

La notte sognai. Sognai Ifigenia  in forma di falce di luna appena spuntata e così vacillante che  al primo tocco di vento cadeva dal cielo ancora rosso su un prato di colchici viola. Quindi sopraggiungeva la notte. Sul prato si ergevano i boschi e sopra questi i pallidi monti della Valle di Fassa, le vette che mi sembravano grandi e buone figure di eroi, di santi e di sante quando ero bambino. Come ebbi visto precipitare dall’alto la strana, contaminata composizione  di membra femminili e seleniche, corsi verso la zona dov’era caduta quell’ibrida forma illuminando l’erba e lasciando quasi nel buio il povero cielo vedovo della sua face notturna più vicina alla terra. Al suo posto era rimasta una nicchia aniconica.

Il prato fosforescente era quello compreso tra il cimitero di Moena e la frazione di Sorte.

Questo luogo preannunciava un evento infausto: nel giugno del 1980 avrei passato una notte lugubre con Ifigenia nella Malga Panna situata al confine tra il prato e il bosco.

La ragazza lunare del sogno era tutta spezzata: le sue membra erano sparse per terra qua e là.

Le osservai a lungo con gli occhi quasi acciecati dal pianto, quindi mi diedi a raccogliere i pezzi più belli che invece di sangue versavano luce. Poi cominciai a intrecciarli tra loro facendone una luminosa corona che mi posai sulla testa. Infine raccolsi dei fiori viola e ne feci una ghirlanda di cui mi recinsi le tempie. Superbo del duplice serto andai a specchiarmi nell’acqua di un minuscolo lago sormontato da pini e rupi appuntite, simile a quello di Carezza che riflette i boschi  e le guglie del Latemar

Nel lago vedevo riflesso il mio volto incorniciato dalle lucide membra di femmina umana e di luna, dai colchici velenosi e dalla catena montuosa. Così sovraccarico di strani orpelli, il viso assumeva un’espressione diabolica.

Osservavo l’immagine bella e ripugnante: mista di voluttuoso e di ascetico, di depravato e di santo. Il lago poi diventava la fontana antistante la facciata dell’ università di Debrecen. Intorno alla grande vasca passeggiavano le mie tre finlandesi amate da me più di ogni altra donna incontrata sulla terra durante questa mia vita mortale.

Helena era in testa, seguiva Kaisa, ultima era Päivi che mi rivolse un saluto.

Pensai che era stata l’ultima donna amata sul serio e che se avesse fatto nascere la nostra bambina nell’aprile del 1975, il letto nuziale del collegio di Debrecen dove amoreggiammo per un mese nell’estate del 1974 sarebbe stato la controparte delle due tombe già pronte ad accogliere me e lei in luoghi molto lontani tra loro. Le tre finniche sparirono.

A un tratto i pezzi della ragazza-luna si ricomposero nel corpo intero, perfetto di Ifigenia che con un balzo tornò nella nicchia lasciata vuota dalla precedente caduta. Il cielo un poco alla volta si annuvolò lasciando nel buio le rocce, i boschi e il prato dove cadeva una pioggia fredda e pesante che in poco tempo disfece la ghirlanda di fiori funerei sulla mia testa. Infine un buio pesto mi tolse la visione del mondo.

Pensai che fosse la morte, invece mi svegliai. Dovevo pensare al significato di queste immagini oniriche numerose e diverse.

 

Bologna 30 marzo 2026 ore 11, 41 giovanni ghiselli

p.s.

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