Franz Kafka (1883-1924) ; Max Brod (1884-1968).
Era tarda sera quando K arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e nemmeno il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello.
Andò a cercarsi un tetto. Entrò nell’osteria ancora aperta. L’oste, sconcertato da quel cliente tardivo, gli propose di dormire nella sala su un pagliericcio. Alcuni contadini erano seduti davanti ai boccali di birra ma egli non volle parlare con nessuno.
Cfr. la misantropia del Dyskolos, “uomo disumano”
K andò a prendersi il pagliericcio in solaio e si coricò vicino alla stufa. Faceva caldo i contadini erano silenziosi
Lukács in Significato attuale del realismo critico scrive: “Il mondo del capitalismo odierno come inferno, e l’impotenza di tutto ciò che è umano davanti alla potenza dell’inferno costituisce il contenuto dell’opera di Kafka”.
K si addormenta e poco dopo viene svegliato da un giovanotto in abito cittadino con una faccia da attore. Tutti recitano.
Si presenta come figlio del portinaio del castello e dice che il villaggio appartiene al Castello, quindi nessuno può pernottarvi senza il permesso del Conte Wetwest, permesso che K non ha.
K reagisce presentandosi come l’agrimensore fatto venire dal signor Conte. Il giovane dice all’oste che chiederà istruzioni per telefono.
K si stupì del fatto che in quell’osteria ci fosse il telefono. L’ostessa aprì la porta della cucina e la sua poderosa mole occupò tutto il varco. Il giovanotto al telefono parlò con un sottoportinaio, Fritz, dicendogli di essere Schwarzer (Nero) e di avere trovato un uomo sui trent’anni assai male in arnese. Chiese a Fritz di verificare se davvero erano in attesa di un agrimensore come aveva affermato quel vagabondo. Mi viene in mente la prima accoglienza ricevuta a Colono da Edipo nell’ultima tragedia di Sofocle.
K pensò che nel Castello anche i subalterni disponessero di risorse diplomatiche visto il miscuglio di malignità e prudenza di quel giovanotto. Dopo qualche minuto Schwarzer riattaccò il ricevitore furibondo: non sanno niente di agrimensori, costui è un volgare vagabondo che mente e peggio ancora.
K ebbe paura di venire aggredito da quei villani e per schivare il primo cozzo si raggomitolò sotto le coperte. Si nasconde come uno scarafaggio che teme di venire schiacciato
Cfr. La metamorfosi: Gregori Samsa-insetto si nasconde in vari modi quando la sorella entra nella sua stanza
Ma il telefono squillò di nuovo e K sentì dire a Schwarzer: “ Uno sbaglio dunque? Come debbo spiegare al signor agrimensore?” Interviene la speranza pur dubitosa. K era incerto : poteva essere un male perché avevano pesato le forze e accettavano la lotta, ma pure un bene in quanto prima lo avevano sottovalutato e lui, una volta riconosciuto, avrebbe avuto una libertà maggiore.
Se credevano di mantenerlo in uno stato di continua paura si ingannavano. La paura è diffusa sempre e ovunque.
La paura è funzionale al potere: nihil falsum trepidis scrive Stazio nella Tebaide VII, 131, chi ha paura crede a ogni allarme.
Tutti uscirono lesti volgendo le spalle per non venire riconosciuti il giorno seguente, e K si addormentò. Ha già incontrato figure miserande ma implacabili. A mano a mano che procederà incontrerà personaggi tanto più implacabili quanto meno miserandi
.
K lotta con delle ombre come i Greci e i Troiani per la moglie di Menelao nell’Elena di Euripide.
K dormì fino al mattino disturbato appena una o due volte dalle corse dei topi p. 47.
Cfr. Il processo con fogne e topi nella città desolata.
La mattina seguente K fa colazione e parla con l’oste. Sono pieni di diffidenza reciproca.
K riflette maliziosamente su ogni parola che l’altro gli dice. L’agrimensore dice di essere venuto da molto lontano lasciando moglie e bambino e vorrebbe tornare con qualche soldo (p. 49)
L’oste si mordeva nervosamente le labbra. Non era facile guadagnarsi la fiducia di quell’uomo.
L’oste dice a K che Schwarzer non era figlio del portinaio ma di un sottopportinaio che comunque era potente.
La potenza è la principale misura dei personaggi.
L’oste capisce che K non è potente e l’agrimensore lo ammette: “sia detto fra noi, io non sono davvero potente. E probabilmente non ho meno rispetto di te per i potenti, però sono meno sincero di te e non voglio confessarlo”. I rapporti di potere sono dovunque e annullano le relazioni umane o le rendono molto difficili.
K diede un buffetto sulla guancia dell’oste per confortarlo ed entrare nella sue grazie. L’oste era un ragazzo con un viso delicato e quasi glabro e K non capiva come si fosse appaiato con quella donna grassa e matura. Le coppie incongrue sono una costante nei romanzi di Kafka.
K dunque si lascia abbagliare dal potere vero o presunto. Molti lo millantano e i giovani sono facili prede di tale menzogna.
Non sanno ancora che il potere (kravto") anche quando c’è non è potenza (duvnami") come dice il profeta Tiresia a Penteo nelle Baccanti di Euripide (v. 310).
“mh; to; kravto" au[cei duvnamin ajnqrwvpoi" e[cein”(310) non presumere che il potere abbia potenza sugli uomini.
Il potere dunque non è potenza come “il sapere non è sapienza” “to; sofo;n d j ouj sofiva” (Baccanti, v. 395). Questo verso fa parte del I stasimo cantato dalle Menadi.
K esce dall’osteria e cammina con gli occhi fissi al Castello: null’altro lo interessava. Ma rimase deluso: “in fondo il Castello non era che una misera cittadina, in’accozzaglia di casupole senza nessuna caratteristica tranne la pietra che del resto pareva sgretolarsi L’intonaco era caduto da un pezzo (51).
I nomi, i ruoli e i gradi spesso servono a nascondere la miseria effettiva.
K continua a procedere in direzione del castello e passa davanti a una scuola. Ne stavano uscendo i bambini con il maestro, un uomo piccolo e minuto ma non tanto da essere ridicolo. K cerca di capirlo e di blandirlo. Dice che il castello gli piace, ma il maestro replica che non piace a nessun forestiero.
Quindi K domanda: “Lei conosce il conte naturalmente?”
L’altro non raccoglie la lusinga e risponde: “Come potrei conoscerlo?”, quindi aggiunge in francese: “Abbia riguardo alla presenza di bambini innocenti”. Lascia intendere che in quel castello deve esserci qualche cosa di poco pulito.
K. cerca di farsi invitare dal maestro: “Potrei venire a trovarla?” L’interpellato gli dà un’informazione senza invitarlo: “ Io sto dal macellaio, in via del Cigno”. Manca a molti una casa propria, una residenza.
K. Rispose come se fosse stato invitato: “Va bene, verrò” . Vuole tentarle tutte.
“Sentiva un bisogno irresistibile di far nuove conoscenze, ma ognuna di esse accresceva la sua spossatezza” (53).
I rapporti umani sono privi di aiuto reciproco e mettono addosso ansia e stanchezza. Quindi procede verso il Castello camminando sulla neve. Il villaggio sembrava non finire mai. A un tratto fece una palla di neve e la tirò contro una finestra. Un vecchio si affaccia a una porta e K gli domanda se può entrare: “Sono molto stanco” dice. L’eterna stanchezza di Kafka. K viene fatto entrare in una grande stanza semibuia. Un fumo denso trasformava la penombra in tenebra fitta. Il buio sempre presente, buio anche mentale. Una voce domandò al vecchio: perché l’hai fatto entrare? Dobbiamo accogliere tutti i vagabondi?
Torna l’epiteto vagabondo pieno di disprezzo.
Cfr. l’ospitalità dei Greci e l’umanesimo che qui manca. Non c’è niente di umano in questo mondo. Cfr. Nausicaa, Eumeo nell’Odissea, poi Teseo nell’ Edipo a Colono di Sofocle.
K dice di essere l’agrimensore del Conte. Una voce di donna ripete queste parole. Poi segue il silenzio. Buio e silenzio. Una donna allattava un bambino, altri bambini giocavano. La donna sembrava di un ambiente diverso: “è vero che la stanchezza e la malattia raffinano anche i villani”. (54). Dalla sofferenza può nascere l’intelligenza. Le donne sono sempre osservate con interesse speciale.
Kafka scrive nel Diario che la propria lontananza dal padre dipendeva dal legame forte con la madre: Jiulie Löwy, come spesso succede ai figli maschi: “Confrontiamoci l’un l’altro: io, in breve sono un Löwy con un certo fondo kafkiano, che però non è mosso dalla volontà di vita, di attività, di conquista dei Kafka, bensì da un aculeo löwyano che agisce più segreto e più pavido in varie direzioni e sovente s’arresta”.
Un’altra donna lavava: era bionda e giovanilmente opulenta. Cantava a voce bassa mentre gli uomini nel bagno sguazzavano e cacciavano i bambini quando si avvicinavano.
K si addormenta appoggiando la testa sulla spalla del vecchio.
Come si sveglia, un altro gli dice che non può rimanere: “l’ospitalità non è usanza tra noi, non abbiamo bisogno di ospiti”
“Sicuro, risponde K. A che servono gli ospiti?” Tuttavia ricorda di essere l’agrimensore e potrebbe tornare utile. Un’altra donna lo guarda con gli occhi azzurri e risponde alla domanda chi sei? risponde dicendo: “Una ragazza del castello”. Altra allusione al castello corrotto dentro e fuori.
Due uomini trascinano K alla porta. K si trova in mezzo alla strada. Dalla parte del castello scendevano due giovani Artur e Jeremias dai visi bruni e con le barbe nere. Dicono che vanno all’osteria. K cerca di unirsi a questi due pur pensando che la loro conoscenza non lo avrebbe avvantaggiato granché. Ma quelli tirano dritto in fretta e lo piantano lì. Rimasto solo pensò: “ecco l’occasione per una piccola scena di sconforto”. Non gli manca la tendenza all’autodrammatizzazione. A sinistra c’era una capanna. Un uomo domanda a K che cosa stia aspettando. “Una slitta che mi carichi” rispose. L’uomo disse che di lì non passavano slitte ma vuole liberarsi di K gli fa: “Se volete, vi porto io con la mia slitta”. K vorrebbe essere portato al Castello ma l’uomo si rifiuta sicché K ripiega sull’osteria. Va bene annuì l’uomo non per gentilezza ma “per la premura ansiosa, egoistica e quasi pedantesca di allontanare K. Dalla soglia di quella casa.”
La capanna sembra essere un’aggiunta alla casa di prima. Ma nemmeno le abitazioni sono sicure. Da un cortile esce una piccola slitta piatta e senza sedili tirata da un cavalluccio fragile e seguita dall’uomo curvo, debole e zoppicante con una faccia magra e rossa da raffreddato, avviluppata in uno scialle di lana. Una desolazione totale. Era malato ma faceva questo per allontanare K. Disse di essere il carrettiere Gerstäcker. Procedeva a piedi tossendo mentre K entrà nella slitta. Il Castello scuro si allontanava di nuovo. Si sentì un tocco di campana alato e giocondo eppure fece tremare il cuore siccome era anche doloroso e minaccioso.
Apollonio Rodio scrive che non si può entrare nella gioia con un piede intero. Negli scritti di Kafka invece si vede che nell’angoscia si entra sempre con entrambi i piedi e pure con il resto del corpo e della persona intera.
La grande campana tacque tosto e fu sostituita da una campanella fioca e monotona il cui tintinnio si adattava meglio a quel lento viaggio con quel cocchiere miserando e implacabile (58). Callidissima iunctura. E’ la miseria che conduce alla implacabilità.
K domanda al carrettiere se abbia il diritto di portarlo in slitta. Gerstäcker non risponde e K gli tira una palla di neve che colpisce la guida in un orecchio. L’uomo si voltò mostrando un volto sconciato dalla vita e K ripeté per pietà la domanda che aveva posto con cattiveria. Che cosa vuoi? Domandò il carrettiere ma non attese risposta e incitò il cavalluccio (p. 59, fine del primo capitolo).
Bologna 25 marzo 2026 ore 9, 47 giovanni ghiselli
p. s.
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