sabato 28 marzo 2026

Ifigenia LVIII. La lectio magistralis di Elena Augusta.


 

La mattina seguente, giovedì 15 marzo, quando entrai nel liceo la vidi seduta appena un po’ scomposta sopra una cattedra situata a metà del corridoio del piano terreno. Intravvidi il baluginare paradisiaco delle cosce tornite. “Blén prò”, pensai in pesarese, bellina però.

Aveva seduta al suo fianco con aria di complicità l’altra supplente giovane e carina, Paola. Parlavano fitto. Ebbi l’impressione che stessero accordandosi per non fare tregua con il vile professore che ci provava con le femmine dell’Istituto: tutte le maggiorenni sotto i cinquanta.

Appena mi ebbe scorto infatti Ifigenia volse la testa da un’altra parte mentre l’altra le stringeva una mano. Forse le aveva anche detto: “queste dita sono tutte tue”. Mi avvicinai alle due madamigelle assumendo un’aria dolce e pentita per imbonirle. Volevo chiedere vènia a Ifigenia senza corteggiare l’altra ovviamente, ma quando fui giunto alla loro presenza le due fanciulle congiurate contro il maschio bieco, già mezzo vecchio e del tutto vizioso e malfido e fallace, quasi un rudere libertino, si accostarono ancora di più l’una all’altra divorandosi con gli occhi a vicenda e parlando a turno senza interruzione. Aspettai qualche secondo ma venivo volutamente ignorato. Quindi provai a dire: “scusate colleghe”, alzando l’indice della mano destra, come uno scolaro che chiede il permesso di parlare. Ma nessuna delle due dava segno di essersi accorta di me. Mi allontanai sconsolato e desolato. Oltretutto era tempo di entrare in classe. Mi trascinavo verso l’aula malvolentieri: adagio come una tartaruga decrepita e con l’artrite. Non vedevo luce nel mio futuro.

Feci lezione svogliatamente e distrattamente nell’attesa dell’intervallo. Quando suonò la campanella attesa, corsi a cercarla. Avevo ancora in mente le sue cosce benedette da Dio, viste quasi fino alle mutande bianche, adorabili, profumate. Un visione dove avevo visto internarsi buona parte della bellezza che per l’universo si squaderna.

Non era con l’altra, la complice delle 8 di mattina e mi azzardai a dire: Ifigenia, posso parlarti?”

Lei mi guardò appena e rispose: “Non ho tempo. Ho altro da fare”

“Dopo la scuola puoi trovare cinque minuti per me?”

“Secondo te? Staremo a vedere”

Mi rincuorai un poco. Mi venne in mente la prima accoglienza di Helena che nel luglio del 1971 mi congedò dopo un giro di csárdás, abbreviato per giunta, eppure ne seguì un grande amore epocale, capace di cambiarmi in meglio la vita. E’ stato  un episodio paradigmatico infatti.

Quid agi oporteat bonis successibus  instruendus ero, mi dissi ricordando Giuliano Augusto in Ammiano Marcellimo.

Uscìi in via Nazario Sauro  per trarre altro conforto dal sole.

Alla fine delle lezioni la avvicinai di nuovo all’uscita, sempre pensando alle sue mutande meravigliose, a quando se le levava. Cercavo  di farmi coraggio con la speranza di rivedere quel gesto sacro, preludio e prodromo  della nostra ierogamia.

Passava nei pressi il collega di religione, un prete simpatico. “Mi benedici pur nella mia lussuria don Costiero?” gli domandai. Il santo sacerdote non ebbe dubbi: “Come no? Tu sei sempre nelle mie preghiere!”

“Grazie, domine caro, prezioso, che Iddio ti benedica!”.

Buon segno, pensai e mi tornarono in mente le mutande delle donne belle.

A Ifigenia avevo insegnato quanto avevo imparato da Helena: metterle sotto il cuscino per ritrovarle subito dopo avere fatto l’amore.

Finalmente accettò di ascoltarmi. Ero andato a Canossa con l’aria del pentimento. Non avevo fatto alcun torto a quella nuova incarnazione di Afrodite ma l’avrei fatto a me stesso se l’avessi perduta.

Le dissi: “tesoro, non deturpiamo con mutua demenza la preziosa icona  dell’ amore  che Dio ci ha donato”.

 Non escludevo che mi desse un’altra volta del fellone dicendo: “Dissimulare etiamnunc speras, perfide?”

Allora cercai di anticiparla e spiazzarla  buttandola sul tragicomico: “ti presento nuda la gola dove puoi ficcare lo spillone che usi come fermaglio: arresta la mia vita, se vuoi. Questa, senza di te non è vita. Si  est tamen…”Mi interruppi vedendo che mi guardava divertita, con simpatia. Le presi una mano, lei me la strinse e io l’abbracciai. Non accennò a respingermi. Sicché le dissi: “ Non perdiamoci per delle sciocchezze. Tu sei la mia donna, l’unica che possa amare con la mente, con il cuore e tutto il resto, e io sono tuo, tutto e soltanto tuo”.

Mi venne in mente il recupero di Helena dopo la crisi di Josiane.

Le stesse cose ritornano: era andata così con Helena Augusta, nell’agosto del 1971: anche Ifigenia quasi otto anni più tardi capì e sentì che l’amavo, che avevo bisogno di lei quanto lei di me.

Disse; “Oh gianni, ho avuto tanta paura!”

Ci baciammo con passione vera.

Eravamo ancora piuttosto vicini alla scuola, in un vicolo dove passava qualche studente mio e suo. Sorridevano contenti, senza dire niente: avevano visto due esseri umani, giovani, belli e contenti quasi quanto loro.

 

Bologna 28  marzo  2026 ore 9, 50, giovanni ghiselli

 

p. s.

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