La settimana successiva K aspettava una nuova chiamata ma l’invito non viene. Allora torna nello stesso posto di domenica. Incontra la lavandaia che gli dice: “oggi non c’è seduta. E lui: “perché non dovrebbe esserci?
E’ l’assurdo innalzato a sistema.
Il nonsense
Nel Satyricon. il disorientato Encolpio domanda all'anicula :"mater, numquid scis ubi ego habitem?" mamma, sai dirmi dove abito? e la vecchia delectata est illa urbanitate tam stulta et: quidni sciam? inquit consurrexitque et coepit me praecedere. divinam ego putabam (7)
Questa domanda assurda può accostarsi a quanto chiede uno degli occupati del De brevitate vitae[1] di Seneca. Costoro sono dei maniaci impegnati in attività che, secondo l'autore, sono quanto meno futili e vane. Ebbene, riguardo a uno di questi, un delicatus, per giunta, un raffinato, il filosofo riferisce di avere sentito "cum ex balneo inter manus elatus et in sella positus esset, dixisse interrogando ' iam sedeo'?" (12, 7), che sollevato a braccia dal bagno e posto su una sedia sembra abbia fatto questa domanda: "sono già seduto?".
Seneca sottolinea l'irrazionalità di certi personaggi, Petronio fa risaltare piuttosto l'incongruenza che è fondamentale per l'umorismo[2] anticipando addirittura alcuni aspetti del nonsense di Edward Lear (1812-1888) che con i limericks[3] del suo A Book of Nonsense (del 1846) eleverà a sistema l'enunciazione dell'incongruo. "Il nonsense dei limericks è un territorio fuori legge della letteratura, una piccola catastrofe del cosiddetto razionale", sostiene Ottavio Fatica[4]. Carlo Izzo invece suggerisce che il " nonsense avanti lettera…è una costante nelle opere della letteratura inglese più lontane dall'influsso delle letterature continentali" e ne indica un esempio in "almeno una tra le filastrocche delle streghe" del Macbeth, quella che fa: "una moglie di marinaio aveva nel grembiale delle castagne, e masticava, masticava, masticava. "Dammi qua" feci io. "Vai via strega !" grida quella carogna rimpinzata. Il marito è andato ad Aleppo, capitano della Tigre. Ma io farò vela per colà imbarcata in uno staccio. And like a rat without a tail-I'll do, I'll do and I'll do" (I, 3), come un topo senza coda io farò e farò e farò".
Oltre che al nonsense del resto questa scarsa logica delle streghe può ascriversi a una certa primitività che comporta un uso ossessivo della paratassi.
Questo è tipico dei demoni della mitologia inferiore: nelle Eumenidi di Eschilo, quando le Erinni non ancora placate si svegliano con mugolìi e gemiti, la corifèa le aizza contro il matricida gridando:" labe; labe; labe; labev : fravzou", prendilo prendilo prendilo prendilo; stai attenta!"(v. 130).
K biasima la lavandaia che si era fatta abbracciare dal ragazzo quando lei dice di essere la moglie dell'usciere, ma questa donna aggiunge che il marito lo permette perché quel giovane è uno studente e si prevede che un giorno potrà comandare. Questo corrisponde a tutto il resto, dice K. La donna lo elogia per il discorso che ha fatto anche se non ha potuto sentirlo bene perché era stesa a terra con l'amante.
L’assurdo e il tragico confinano con il comico.
K chiede di vedere i libri sulla tavola del giudice e nota una figura indecente fatta male: un uomo e una donna nudi su un divano si volgevano l'uno verso l'altro ma solo faticosamente" Il libro era intitolato Le tribolazioni di Grete inflitte da Hans suo marito.
"Dovrei farmi giudicare da questa gente?" La donna comincia a corteggiarlo: "Lei ha dei begli occhi scuri, li ho notati appena è entrato".
K pensò che fosse corrotta come tutto lì intorno. La donna gli promette aiuto con il giudice che le fa la corte: le ha regalato belle calze di seta. Arriva poi lo studente che è piccolo e con le gambe storte, ma la lavandaia deve andare con lui. Comunque promette a K che tornerà e potrà fare di lei quello che vuole. K pensa che la donna sia sincera e che gli possa essere utile, e immagina pure che potrebbe spezzare tutto intero il meccanismo della legge se avesse fiducia.
Il mostriciattolo come lo chiama la donna è andata a prenderla per portarla dal giudice istruttore. I due se ne vanno, e K sente di avere subìto la prima sconfitta. Ma pensa pure che poteva non andare in quel posto dove ha visto che l'interno di quel macchinario giudiziario era ripugnante quanto l'esterno. Vide che il ragazzo portava la donna in un solaio dove difficilmente poteva abitare il giudice. Ma in un cartello lesse: scala di accesso alla cancelleria. Forse il denaro veniva rubato dagli impiegati: per questo gli uffici erano miserrimi. Pensò che la sua vita era migliore di quella del giudice.
Arriva il marito della lavandaia, l'usciere, che dice di essere costretto a subire tutto per non perdere il posto. La donna ha le sue colpe. K entra in un solaio e vede degli imputati, suoi "colleghi". Fa domande a uno che lo teme e non risponde. K allora gli prende un braccio e quello si mette a gridare come se l'avessero afferrato con due tenaglie incandescenti. K ha paura di perdersi nel labirinto e vuole andarsene accompagnato dall'usciere.
Il labirinto significa un andirivieni faticoso e senza progresso e addirittura spaventoso, come quello tipico degli incubi.
I labirinti
Sono quelli che Eliot in Gerontion, assumendo una visione cosmica del labirinto, chiama i corridoi artificiosi della Storia:" Think now/History has many cunning passages, contrived corridors./And issues, deceives us with whispering ambitions, Guides us by vanities " (vv. 34-37), pensa ora, la Storia ha molti anditi ingannevoli, corridoi artificiosi e varchi, ci inganna con sussurranti ambizioni, ci guida con cose vane.
Nel Satyricon gli scholastici Encolpio e Ascilto tentano di scappare dal banchetto, ma, terrorizzati dal cane di guardia, cadono nella piscina. Vengono tratti in salvo dal portiere che, però, non permette loro di uscire. Segue la riflessione di Encolpio:"quid faciamus homines miserrimi et novi generis labyrintho inclusi, quibus lavari iam coeperant votum esse? " (73), cosa possiamo fare uomini disgraziatissimi e rinchiusi in un labirinto di nuovo tipo, per i quali lavarsi già cominciava ad essere un miracolo ?
Il labirinto significa assenza di progresso e il lavarsi come votum sembra alludere a una purificazione sempre più desiderabile e difficile
K si sente male per l'aria irrespirabile. Una ragazza aprì un finestrino per aiutarlo ma entrò una nube di fuliggine (p. 107).
Interviene un altro personaggio, l'informatore, l'unico ben vestito perché deve fare una buona impressione. Però tende a ridere e dà fastidio. Risate offensive. K si avvia sorretto dalla ragazza e dall'informatore. A K sembrava di avere il mal di mare. Si sentiva come su una nave in una tempesta.
Cfr. le metafore nautiche come povliς (…) a[gan-h[dh saleuvei dell’Edipo re di Sofocle
"la città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo/già ondeggia e non è più capace di sollevare il capo /dai gorghi del fluttuare insanguinato (vv. 22-24).
Accompagnano K all'uscita dove si riprende ma l'informatore e la ragazza non sopportavano l'aria relativamente fresca che veniva dalla scala. Erano stati troppo a lungo nella caverna. La ragazza sarebbe precipitata se K non avesse chiuso rapidamente la porta 110.
Cfr. La caverna platonica
Vediamo dunque questo mito (VII libro della Repubblica)
Socrate parla a Glaucone e gli dice: considera gli uomini rinchiusi in una specie di abitazione sotterranea, cavernosa, a grotta (ejn katageivw/ oijkhvsei sphlaiwvdei, 514). L’ingresso è aperto alla luce ma poi scendendo si trovano uomini che sono prigionieri fin da fanciulli, incatenati nel collo e nelle gambe in modo che possano guardare solo verso il fondo della caverna. Dietro di loro c’è un muro, poi dietro ancora una strada. Su questa strada passano uomini che hanno sulle spalle arnesi di ogni genere che sporgono oltre il muro: statue, animali di pietra e di legno (zw`/a livqinav te kai; xuvlina).
Ancora dietro questi c’è la luce di un fuoco alto e lontano fw`````" puro;" a[nwqen kai; povrrwqen (514b).
I prigionieri vedono solo le ombre delle cose riflesse dal fuoco sulla parete di fondo.
Costoro credono che quelle ombre (skiav") siano la realtà (to; ajlhqev").
Se uno di loro venisse slegato e costretto ad alzarsi e a guardare la luce del fuoco e gli oggetti, rimarrebbe abbagliato e riterrebbe le ombre più vere degli oggetti.
Se poi venisse portato fuori pieno di riluttanza non riuscirebbe a vedere niente. Ma poi un poco alla volta si abituerebbe a individuare prima le ombre, quindi i riflessi nell’acqua, infine gli oggetti stessi, poi il cielo notturno, la luna e le stelle. Infine il sole. E capirebbe che il sole il quale produce le stagioni e gli anni, e sovrintende a tutto quanto c’è nel mondo visibile (pavnta ejpitropeuvwn ta; ejn tw'/ oJrwmevnw/ ) è anche la causa di tutto quanto gli occhi vedono.
A questo punto si ricorderà dei compagni di schiavitù e li commisererà.
E penserebbe quello che dice Achille a Odisseo nell’Ade (Odissea XI, 489).
Se tornasse nella caverna, gli occhi gli si riempirebbero di tenebra.
Gli ottenebrati direbbero che l’ottenebrato è lui e se cercasse li liberarli per farli uscire, lo ammazzerebbero.
Questo mito, spiega Socrate, significa che il mondo dove viviamo è una prigione e il sole è quel fuoco e noi vediamo solo ombre.
Secondo alcuni autori noi stessi siamo ombre
Pindaro chiama l'uomo "sogno di ombra" (skia'" o[nar/a[nqrwpo"", Pitica VIII, vv. 95-96).
Nell'Aiace di Sofocle Odisseo esprime la convinzione che l'ombra sia la quintessenza dell'uomo e manifesta la compassione del poeta per tutte le creature umane cadute sulle spine della vita:"oJrw' ga;r hJma'" oujde;n o[nta" a[llo plh;n--ei[dwl j o{soiper zw'men h] kouvfhn skiavn", io infatti vedo che non siamo se non immagini quanti viviamo, o muta ombra (Aiace, vv.125-126).
Pulvis et umbra sumus, “polvere e ombra siamo”, secondo Orazio (Odi, 4.7.16). Amleto dice che l’uomo è quintessenza di polvere. «Alexander died, Alexander was buried, Alexander returned into dust», “Alessandro morì, Alessandro fu sepolto, Alessandro ridivenne polvere” (Shakespeare, Amleto, V, 1).
Alessandro era un uomo, ossia «quintessence of dust», “quintessenza di polvere” ( Amleto, II, 2).
Shakespeare nel Macbeth (V, 5) fa dire al protagonista prossimo alla fine: «Life is but a walking shadow; a poor player, / That struts and frets his hour upon the stage, / And then is heard no more: it is a tale / Told by an idiot, full of sound and fury, / Signifyng nothing», “la vita è solo un’ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita sulla scena nella sua ora e poi non se ne parla più: è la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di furia, che non significa nulla”.
In La terra desolata di T. S. Eliot leggiamo (v. 30): «I will show you fear in a handful of dust», “in un pugno di polvere vi mostrerò la paura”.
Bologna 19 marzo 2026 ore 11, 37 giovanni ghiselli
p. s.
Statistiche del blog
All time1994286
Today346
Yesterday1768
This month27965
Last month51138
Quanti all'alba? 5714.
Sto partendo per Pesaro dove terrò una conferenza su Seneca sabato 21 dalle 19, e domenica 22 voterò, quindi tornerò a Bologna.
[1] Del 49 d. C. circa.
[2] Un'interessante definizione del punto di partenza dellumorismo si trova ne Il lupo della steppa di H. Hesse:"Ebbene, ogni superiore umorismo incomincia col non prendere sul serio la propria persona" (p. 231).
[3] "Così comunemente si chiama la forma strofica usata dal Lear. Sembra derivi da un coro, in quel metro, nel quale figurava il nome della città irlandese di Limerick. Un "limerick" si compone di cinque versi (aabba), dei quali gli "a" sono tripodie e i "b" dipodie anapestiche. I "limericks" sono popolarissimi, e ne esiste un'incalcolabile quantità di anonimi". Do un paio di esempi di limerick, tratti dall'antologia del caro maestro C. Izzo:"C'era un vecchio sannita-disgustato della vita:-gli cantarono una ballata,-lo cibarono d'insalata,-e guarirono quel vecchio sannita". "C'era un vecchio dal mento barbuto-che disse:"l'ho sempre temuto!-Due gufi e un pollastrello,-quattro allodole e un fringuello-han fatto il nido nel mio mento barbuto" Storia della letteratura inglese, 2, p. 594 n. 1; 595 n. 2 e n. 3.
[4] Curatore della recente (2002) pubblicazione Einaudi.
Nessun commento:
Posta un commento