Nella sala di mescita la birra era spillata da una ragazza di nome Frieda, una biondina insignificante dagli occhi malinconici e dalle gote scarne. La tipica ceca poco attraente. Ciò nonostante “il suo sguardo stupiva per la particolare espressione di superiorità. Quello sguardo mise K in allarme.
Le pose di personaggi anche molto modesti possono creare soggezione nelle persone molto insicure.
K domandò a bruciapelo: Conosce il signor Klamm?” Olga rise forte, Frieda sommessamente. Comunque domandò a K se volesse vedere Klamm. K annuì e Frieda lo fece accostare a una porta indicandogli un bucolino da cui si poteva vedere l’altra stanza con Klamm. Origliare e spiare fa parte della cattiva educazione e della mancanza di libertà. K accosta l’occhio al buco e vede Klamm: un uomo basso, pesante di media statura seduto davanti a una comoda poltrona davanti a un tavolino. Olga si era scostata con un amico mentre K e Frieda erano vicini tra loro. K domanda a Frieda bisbigliando se conosce Klamm.
“Ma sì, disse lei, benissimo”.
Frieda tende a darsi importanza e agli occhi di K questa risposta gliene dà.
Tuttavia K osserva la camicetta scollata color crema e nota la scarsa avvenenza del corpicino magro di Frieda.
Allora questa rincara la dose dicendo di essere l’amica di Klamm.
Sentite come un’altra donna, Pepi, denunci spietatamente la mancanza di attrattive della rivale in un discorso che si trova in capitolo successivo;
" Frieda, una ragazza bruttina, magra, non giovane, con pochi aridi capelli, e per giunta una sorniona sempre piena di misteri, cosa che probabilmente dipende dal suo aspetto; meschina com'è di faccia e di corpo, deve ben avere altri segreti che nessuno può indagare, per esempio la sua presunta relazione con Klamm (...) Nessuno sa meglio di Frieda stessa quanto sia misero il suo aspetto, chi la vede, ad esempio, per la prima volta coi capelli sciolti giunge le mani per la pietà; una ragazza così, se ci fosse giustizia, non dovrebbe fare neanche la cameriera, lo sa anche lei e ne ha pianto per nottate intere, stringendosi a Pepi e mettendosi intorno al capo le trecce di Pepi. Ma quando è in servizio ogni dubbio l'abbandona, si crede la più bella di tutte e riesce a comunicare agli altri la sua convinzione. Conosce i suoi polli Frieda; quella è la sua vera arte. Ed è pronta nel mentire e nell'ingannare affinché la gente non abbia tempo di osservarla bene. Naturalmente queste arti alla lunga non bastano, la gente ha occhi e finirebbe per servirsene. Ma nell'istante in cui ella fiuta il pericolo ha già pronto un espediente nuovo: ultimamente, per esempio, la sua relazione con Klamm!...Che furba, che furba!…Ma quello che basta a Klamm come potrebbe non essere ammirato dagli altri?…gli è davvero piaciuta quella cosettina gialla e patita? Ma no, non l'ha neanche guardata, lei gli ha solo detto che era l'amante di Klamm, per lui il trucco era ancora nuovo, ed eccolo perduto...D'altronde Frieda non si sa vestire, è completamente priva di gusto; chi ha una pelle giallastra è obbligato a tenersela, ma non occorre che si metta per giunta, come Frieda, una camicetta color crema, molto scollata, così che vien da piangere davanti a tutto quel giallo...Pepi invece detestava simili artifici " F. Kafka, Il castello Capitolo 20
Torniamo al terzo capitolo dove l’artificio di Frieda ha successo con K che le dice: “lei per me è una persona molto rispettabile”. Frieda ribatte: “Non soltanto per lei”.
K indaga ancora sull’importanza di Frieda: “Lei è già andata al Castello?” La ragazza ribatte con la solita presunzione: “No, ma non basta che io sia al banco mescita?”. K la asseconda: “Certo, qui al banco mescita si compie un lavoro da padrone”. Frieda vanta la propria capacità di carrierista: “Ho cominciato da serva di stalla nell’Osteria del Ponte”. K cerca di lusingarla: “con quelle mani delicate.
L’autore commenta scrivendo che avrebbe potuto dire “gracili e insignificanti”.
Frieda vuole che K la consideri informata su tutto: Io so che lei è l’agrimensore”, quindi tornò a riempire i bicchieri mostrandosi indaffarata.
K le si avvicina e riparte dai complimenti per la carriera della ragazza, poi aggiunge che dopo tale merito non ci si deve fermare e che per abbattere la resistenza del mondo ci vuole un aiuto di un uomo.
Frieda rimase perplessa e disse: “Non so che cosa intenda” e nella sua voce non vibrava l’eco dei trionfi ma quello dei fallimenti.”
Quindi domanda: “Vuol forse portarmi via a Klamm? Giusto cielo!” e congiunse le mani.
“Lei ha indovinato!” Disse K.
Il corteggiamento come schermaglia e automistificazione: la ragazza poco attraente vuole accreditarsi quale amante di un uomo importante, e l’emarginato insicuro come uomo deciso e capace.
A questo punto K vuole rendersi prezioso dicendo: “Ora posso andarmene” e chiama Olga la quale però viene ritardata da alcuni amici.
Frieda chiede a K “quando le potrò parlare?” e K, invece di rispondere, domanda: “posso passare la notte qui?” Frieda risponde “Sì” . Prima di accoglierlo però deve cacciare gli avventori. “Ritorni tra poco”.
Non era facile organizzarsi però, siccome i presenti danzavano girando intorno a Olga in una ridda veloce, gridando.
Frieda disse che quella masnada era costituita dalla servitù di Klamm.
Quindi li biasima e disprezza atteggiandosi a donna di altra levatura: “e mi tocca mescer loro da bere”. Frieda ha chiesto a Klamm di tenerli lontani ma Klamm non l’ha accontentata. A Klamm non danno fastidio perché dorme. I signori dormono molto.
Cfr. viceversa Temistocle insonne.
Dormire molto significa scarsa ambizione. Se non dormisse come farebbe a sopportare questa gente? Frieda prende una frusta e con un salto piomba sui ballerini. Quindi grida: “ in nome di Klamm tutti nella stalla”.
Il popolo bue e i capi che dormono. Il bestiame umano torna nella stalla.
Arriva l’oste e K si nasconde sotto il banco. Chiede dove sia l’agrimensore e Frieda non lo denuncia, anzi le vezzeggia posando leggermente un piede sul petto di K. Frieda Arriva a fare dello spirito dicendo: “forse si è nascosto qua sotto” K. apprezza trovando in lei qualche cosa di allegro, di libero.
Due aspetti che attirano gli uomini o li spaventano. Ne sono attirati gli uomini che vogliono restare liberi a loro volta.
L’oste se ne va e Frieda si china sotto il banco dichiarando amore a K. Erano distesi tra piccole pozze di birra e altri rifiuti. Rimasero in tale posizione a lungo e K si sentiva la mancanza dell’aria nativa: “pareva di soffocare tanto ci si sentiva estranei” .
Intuisce che Frieda non gli conviene, e che tutto è tanto fuori luogo quanto fuori tempo.
Questo succede quando ci rendiamo conto che in un ambiente dove siamo finiti non funzioniamo. Bisogna cambiare ambiente se dopo diversi tentativi non riusciamo invece K insiste.
Si sente Klamm che chiama Frieda e questo a K non dispiacque ma Frieda disse: “Non vado da lui, non ci andrò mai più”. K cercò di persuaderla a recarsi da Klamm, ma era altresì felice perché temeva che se Frieda lo avesse abbandonato non gli sarebbe rimasto più niente. Frieda picchiò sulla porta di Klamm e gridò: “Sono con l’agrimensore!” due volte. Intanto era giunta l’alba. K pensò che invece di procedere aveva passato la notte a rotolarsi nelle pozze di birra. Che hai fatto? Si disse. Poi: “Siamo entrambi perduti”. La donna è mobile canta il duca di Mantova e l’uomo, almeno questo uomo, è mobilissimo.
Seneca raccomanda la coerenza
Quid est sapientia? Semper idem velle atque idem nolle (Seneca, Ep. 20, 5), che cosa è la sapienza? Volere e non volere sempre lo stesso.
Questo può valere per le scelte che fondano la vita, non certo per quelle culinarie. Poi a dirla tutta nelle diverse età della vita umana cambiano i gusti, le esigenze e le possibilità di soddisfarle purtroppo.
Il fine dell’uomo è la vita coerente oJmologoumevnw" zh'n .
Maximum indicium malae mentis est fluctuatio. Magnam rem puta unum hominem agere ( Seneca, Ep. 120, 22) considera grande cosa rappresentare sempre la stessa parte. Mentre noi uomini mutamus subinde personam, cambiamo maschera spesso et contrariam ei sumimus quam exuimus. Di uno visto ieri talora ci domandiamo: “ hic qui est? Tanta mutatio est. Vale.
Cfr. Montaigne: “Noi siamo fatti tutti di pezzetti, e di una tessitura così informe e bizzarra che ogni pezzo, ogni momento va per conto suo. E c’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri”. Segue la citazione Magnam rem puta unum hominem agere. (Saggi del 1588, libro II cap. I , p. 435 Adelphi, 1966).
Torniamo a Frieda che corregge K: “ No, io sola sono perduta ma ti ho conquistato. Sta’ tranquillo”.
Poi arrivano due giovani che ridono: sono i due aiutanti di K che cerca la frusta ma i due gli dicono che lo avevano cercato da Barnabas. K. assume la posa del padrone dicendo di avere bisogno di loro durante il giorno non di notte. “Ma adesso è giorno”, dicono i due. Il tempo è spesso indeterminato e confuso. Arriva Olga e domanda a K perché non sia tornato a casa con lei: “Per una donna come quella!”. Frieda che era sparita tornò con della biancheria e disse: Ora possiamo andare”. Si mossero verso l’osteria del Ponte: K in testa con Frieda e dietro i due assistenti. K respirò meglio nell’aria aperta.
Nell’osteria K andò a letto, Frieda preparò un giaciglio e i due aiutanti vennero cacciati ma rientrarono dalla finestra.
Tutto è casuale in balia del caso: non c’è un metodo, non c’è una strada, non c’è un destino. A tratti non c’è nemmeno uns specie umana.
L’ostessa venne a salutare Frieda che la chiamò mammetta. Tra le due baci e abbracci. Intanto le fantesche avevano calzato stivaloni da uomo e facevano un chiasso infernale. Non c’è nemmeno silenzio.
Le due serve entravano e uscivano tirando fuori dal letto oggetti vari. Senza alcun riguardo per K che rimase lì tutto il giorno e tutta la notte. La mattina seguente iniziava il quarto giorno
Kafka Il Castello capitolo IV
All’inizio di questo capitolo viene descritta una copula atroce, da cani, per denunciare l'impossibilità o l'impotenza dell'amore tra K. e Frieda:
"poiché la seggiola era accanto al capezzale, vacillarono e caddero sul letto. E lì giacquero, ma non con l'abbandono di quella prima notte. Lei cercava qualcosa, e lui pure, e ciascuno, furente e col viso contratto, cercava, conficcando il capo nel petto dell'altro: né i loro amplessi né i loro corpi tesi li rendevan dimentichi, ma anzi li richiamavano al dovere di cercare ancora; come i cani raspano disperatamente il terreno, così essi scavavano l'uno il corpo dell'altro, e poi, delusi, smarriti, per trovare un'ultima felicità, si lambivano a volte con la lingua vicendevolmente il viso. Solo la stanchezza li pacificò e li riempì di mutua gratitudine. Poi sopraggiunsero le due serve. "Guarda quei due sul letto" disse l'una, e per compassione li coprì d'un lenzuolo" (p. 84)
Il modello è il De rerum natura di Lucrezio
"sic in amore Venus simulacris ludit amantis/nec satiare queunt spectando corpora coram/nec manibus quicquam teneris abradere membris/possunt errantes incerti corpore toto./Denique cum membris collatis flore fruuntur/aetatis, iam cum praesagit gaudia corpus/atque in eost Venus ut muliebria conserat arva,/adfigunt avide corpus iunguntque salivas/oris et inspirant pressantes dentibus ora,/nequiquam, quoniam nil inde abradere possunt/nec penetrare et abire in corpus corpore toto;/nam facere interdum velle et certare videntur:/usque adeo cupide in Veneris compagibus haerent,/ membra voluptatis dum vi labefacta liquescunt " (IV, vv. 1101-1114), così nell'amore Venere con i simulacri beffa gli amanti, né possono saziarsi rimirando i corpi presenti, né con le mani possono raschiare via nulla alle tenere membra, mentre errano incerti per tutto il corpo. Infine, come, congiunte le membra, godono del fiore della giovinezza, quando già il corpo pregusta il piacere e Venere è sul punto di seminare i campi della femmina, inchiodano avidamente il corpo e mescolano le salive della bocca, e ansimano premendo coi denti le labbra, invano poiché di lì non possono raschiare via niente, né penetrare e sparire nel corpo con tutto il corpo, infatti sembrano talvolta volere farlo lottando: a tal punto sono avidamente attaccati nei lacci di Venere, mentre le membra sdilinquite dalla violenza del piacere si struggono
nequiquam (1110) : "la pesante parola, che costituisce un molosso (una sequenza, cioè, di tre sillabe lunghe) ed è collocata nel risalto della sede iniziale davanti a cesura semiternaria, non lascia scampo alle illusioni degli amantes "[1].
La stesso avverbio sesquipedale si ripete al v. 1133.-
in corpus corpore ( 1111): il poliptoto a contatto è espressivo del desiderio simbiotico dei due amanti, ma la simbiosi non è amore:"In contrasto con l'unione simbiotica, l'amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità"[2].-
certare videntur (1112): la volontà simbiotica include quella di lottare per la sopraffazione poiché ognuno dei due vuole essere l'elemento predominante e un rapporto alla pari non è possibile siccome anche le relazioni erotiche, come tutte quelle umane, se non vengono corrette dalla moralità, sono connotate dalla legge del più forte che sottomette e sfrutta chi è più debole.
Abbiamo già sentito Tucidide (V, 105, 2) per la sfera politico-militare, ora diamo la parola a C. Pavese per quella più genericamente umana e più specificamente amorosa:" Tipologia delle donne: quelle che sfruttano e quelle che si lasciano sfruttare....Le prime sono melliflue, urbane, signore. Le seconde sono aspre, maleducate, incapaci di dominio di sé. (Ciò che rende villani e violenti è la sete di tenerezza.) Tutti e due i tipi confermano la impossibilità di comunione umana. Ci sono servi e padroni, non ci sono uguali. La sola regola eroica: essere soli soli soli"[3].-
In Veneris compagibus haerent (1113) : l'amore come trappola e come rete è denunciato da Cassandra nell'Agamennone di Eschilo:"ajll j a[rku" hJ xuvneuno"" (v. 1116), ma una rete è la compagna di letto.-
Un altro pezzo da mettere in questa parte antologica.
La storia di Amalia (capitolo XV)
I funzionari del Castello possono rappresentare i burocrati del decrepito impero asburgico con la loro mania delle distinzioni gerarchiche. La società descritta da Kafka è basata sull’arbitrio.
Gli alti funzionari amministrano la legge con una nozione del diritto addirittura feudale.
“Nel Castello c’è un alto funzionario che si chiama Sortini” 208
Sortini crede che gli sia lecito qualsiasi capriccio.
Vive molto ritirato, pochi lo conoscono. E’ un signore piccolo, gracile, pensoso. Olga invidiava la sorella Amalia per il suo fascino. Più che bella, Amalia aveva lo sguardo della persona superiore
Tutti in famiglia si inchinavano al suo cospetto.
Si preparavano per andare a una festa, il babbo era ancora un giovanotto. Tre anni dopo sarebbe diventato uno straccio. Mentre Olga racconta, K vede Amalia che imbocca la madre che ha le braccia traumatizzate.
Il padre lecca il piatto aspettando il suo turno. K prova ribrezzo
Olga racconta la festa di tre anni prima su un prato lungo il torrente. Il rumore intontiva. Amalia “stava impettita nel suo bel vestito e rimaneva muta”. Si vide Sortini e il babbo si inchinò. Sortini non si curò di loro. Ma come vide Amalia alzò il viso per contemplarla dato che la ragazza era molto più alta di lui. Il potente burocrate si avvicinò poi salì sulla carrozza del Castello. La mattina seguente un grido di Amalia svegliò la famiglia. Accorsero e videro la ragazza che teneva in mano una lettera. Quindi Amalia la lacerò e la gettò in faccia al messo che aspettava. Olga racconta a K che Sortini ordinava ad Amalia di presentarsi all’albergo dei signori.
I termini erano volgarissimi p. 212.
Non c’era una sola parola rispettosa. Amalia perseverò nello sdegno poiché non conosceva paure per sé né per altro. La sorella Olga dunque racconta a K che da quel momento sulla famiglia era stato scagliato l’anatema. Tutti si allontanarono da loro : il padre perse il lavoro. Amalia ha attirato la sventura sulla famiglia.
Ma lei continua a tenere la fronte alta: la sventura esterna non è bastata a umiliarla. In casa ama in silenzio.
Cfr Cordelia del Re Lear: “What shall Cordelia do? Love and be silent (…) since, I am sure, my love ‘s more richer than my tongue” (I, 1), che cosa farà Cordelia? Amare e rimanere in sikenzio, poiché, ne sono sicura, il mio amore è più ricco della mia lingua.
Quando il padre, il lunatico re, le domanda: “what can you say, to draw a third more opulent than your sisters? Speak”, che cosa puoi dire per strappare un terzo più abbondante di quello delle tue sorelle? Parla
Cordelia risponde
Nothing, my sir.
Olga commenta l’atto di sua sorella come azione eroica ma dice che lei sarebbe andata da Sortini perché non avrebbe avuto il coraggio di Amalia la quale non cercò nemmeno di prendere del tempo: era troppo profondamente ferita e rispose senza riguardi.
Ora il paese la disprezza .
Commento scrivendo che il coraggio eroico riceve biasimi in un paese di servi sottomessi e vili. Amalia è stata coraggiosa quanto e più di Antigone in quanto la figlia di Edipo aveva l’appoggio di Emone il figlio del despota Creonte che la condanna per il fatto che ha onorato il cadavere del fratello Polinice. Emone si ucciderà davanti al corpo della ragazza che si è impiccata nella caverna dove Creonte l’ha fatta rinchiudere.
Bologna 30 marzo 2026 ore 8, 53 giovanni ghiselli
p. s.
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[1]G. B. Conte, op. e p. citate sopra.
[2]E. Fromm, L'arte d'amare , p. 35.
[3]Il mestiere di vivere , 15 ottobre 1940.
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