Volevamo vedere che cosa c’era nel fondo della discesa. Oltre l’aia già in leggero pendio, la china del colle diventava quasi un burrone che scendeva a precipizio fino a un fosso depresso. Era appena visibile in mezzo a lunghe canne tra le quali scorreva forse dell’acqua. Quel fondo divideva il colle, sulla cui cima avevo lasciato l’automobile, da un’altra collina meno alta e già tutta nell’ombra. Scendevamo verso l’infossatura della madre terra. Volevo mostrare qualche cosa di infimo e oscuro alla creatura in procinto di offrimi il suo amore, per metterla in guardia facendole vedere il correlativo tellurico della mia anima poco chiara perfino a se stessa. Dopo avere scorto il rivolo di acqua che sembrava scendere verso zone infernali, dissi con enfasi comica eppure contaminata da una nota di dolore autentico e antico:
“Guarda bellezza, laggiù nell’ombra umida e densa, in mezzo alle canne già oscurate dal buio della lunga notte autunnale, scorre un rigagnolo che erutta una nebbia mefitica. Avviciniamoci per capire se sia un affluente del tartareo Acheronte, dello Stige odioso, del Cocito o di un altro fiume del pianto senza conforto”.
In quel momento, per mia debolezza e viltà, volevo impressionare e sconcertare la splendente ragazza che invece era determinata a vivere con me una storia d’amore per lo mano allegra.
Magari pure utile perché tutta santa non era quella ragazza.
A un tratto dissi: “Andiamo!” e cominciai subito a correre verso il cupo fondo di quell’imbuto che già coagulava in grumi densi le ombre lunghe, umide e inquiete del tramonto avanzato. Ifigenia mi seguiva con fretta minore. Quando fui giunto nel fondo, sedetti davanti alle canne diritte davanti all’acqua muta e quasi immota del fosso. “Fosso Seiore tra Pesaro e Fano” pensai, quindi: “ il quartiere Fossolo dove vivo a Bologna. Sono l’uomo dei fossi o delle fosse. Ora relegato e affossato in una quarta ginnasio”.
Ifigenia era rimasta indietro. Continuavo a pensare: “la canne e il fosso rendono l’immagine del crine e dell’umido solco muliebre”. Alcuni aspetti della natura mi hanno fatto immaginare prima, e ricordare poi, diverse parti del corpo già misterioso delle femmine umane che fin da bambino scrutavo con insaziabile, maniaca curiosità, come osservavo a lungo le forme della grande madre terra interrogandola, volendo comprenderla, parlare con lei, chiederle aiuto. Per questo già prima dei dieci anni, sfuggito alle zie, salivo in solitudine su per i prati e i boschi ancora semideserti della valle di Fassa , oppure mi insinuavo trepidamente nei luoghi dai quali potessi intravedere cosce e mutande di donne: rannicchiato sotto i tavoli e camminando sentieri fiancheggiata dall’erba e dai fiori, volevo scoprire e capire la madre natura nei suoi aspetti più riposti e segreti.
Bologna 13 marzo 2026 ore 9, 50 giovanni ghiselli
p. s.
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