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Argomenti |
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La telefonata mattutina di Margherita. Il proposito malfermo di |
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concludere il rapporto con Ifigenia che si offre di |
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venire in montagna. L'ultimo viaggio da Bologna a Moena. |
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Cesare e Cleopatra. Il peccato vero: fare sesso per dispetto. La |
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ragazza si ammala, prende in mano la penna, scrive e disegna due |
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piccoli autoritratti. La scïata balorda del Lusia. Il conforto delle |
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montagne dalla voce umana. La cena con i chiarimenti dovuti. |
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L'ira di Priapo1 . Il patto dei quindici giorni di separazione.
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La mattina di venerdì 20 marzo, verso le sette e mezzo, mentre |
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stavo uscendo da casa, sentìi squillare il telefono, del tutto |
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insolitamente per quell'ora. |
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"Chi può essere tanto presto?" mi domandai, sperando che |
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fosse Ifigenia. Il proposito di non amarla più e di prepararmi |
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alla solitudine era debole. Rimasi deluso dalla voce di mia sorella |
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che chiamava da Moena e ci invitava a raggiungerla lassù: c'erano |
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anche suo marito e un gruppo di amici. |
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"Venite", disse, "così stiamo un poco insieme". |
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"Io arrivo questa sera, volentieri, Ifigenia non so: oggi è molto |
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impegnata ala scuola di recitazione", risposi. Non volevo spiegare le nostre |
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tragedie al telefono, prima di correre a scuola. |
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"Aspettala", mi esortò Margherita. "Venite insieme domani |
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mattina: noi rimaniamo fino a domenica sera". |
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"Glielo dirò", conclusi,"comunque tu e io ci vediamo". |
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Mia sorella non si era accorta che la ragazza non gradiva la |
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compagnia dei suoi amici, né la sua, anzi oramai nemmeno la mia. |
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Per strada pensavo che era meglio se a Moena andavo senza di lei: |
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avrebbe fatto scene odiose, come l'ultima notte dell’anno. Non era |
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capace di sciare, non sapeva o non voleva osservare, tanto meno |
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ascoltare; chi avremmo trovato non le piaceva; con me non andava |
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d'accordo. Non amava neppure il sole, sebbene all'abbronzatura |
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tenesse parecchio, secondo la solita pretesa parassitaria di avere |
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tutto,
in cambio di niente. E in ogni caso Ifigenia- Desdemona, la |
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E' il dio dell'erezione. Un dio grande. E’ inutile, è perfino dannoso, cercare |
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di propiziarselo con farmaci che, anzi, suscitano la sua ira santa. |
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disgraziata, era innamorata di un altro: che cosa voleva ancora da |
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me? |
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Entrai in classe e assegnai il compito di latino. Mentre i ragazzi |
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traducevano, cercavo di stabilizzare il vacillante proposito di |
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terminare il rapporto. Scrissi all'Antonia che l'amore più grande, |
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bello e morale della mia vita era finito. Aggiunsi una frase tratta |
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da Leopardi "anche io davo il mio contento in custodia alla |
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malinconia"2. Voleva essere l'epigrafe sulla pietra tombale della |
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relazione che invece aveva ancora due mesi e 24 giorni di vita. |
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All'inizio dell'intervallo ero incerto se telefonarle, cosa che avevo |
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fatto sempre, quasi come un rito dovuto e un tempo pure festoso, ogni volta |
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che uscivo di classe e andavo alla cabina telefonica di via Monte Grappa.. Formai il numero poco convinto, tanto che |
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lo sbagliai. Lo rifeci con l'intenzione di dirle soltanto che la |
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salutavo poiché subito dopo la scuola sarei andato in montagna. |
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Non intendevo invitarla. Ma il telefono era occupato. Allora sentii |
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una voglia impaziente e nervosa della sua voce. Finalmente |
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rispose. |
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"Ciao - dissi -. Ti telefono per salutarti: subito dopo la scuola vado a |
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Moena. Ci sono Margherita e i suoi amici". |
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Senza esitare un istante rispose: " Gianni, ti prego, aspettami fino alle |
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sei. Ti prego. Ho voglia di venire con te, anche di vedere tua |
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sorella. Mi sono svegliata di ottimo umore. Mi manchi". |
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Così mi spiazzò, mi eccitò, mi commosse. Mi vennero le lacrime |
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agli occhi; ebbi un'erezione violenta. Non fui capace |
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di |
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mantenermi fedele al primo proposito, di tenerla in rispetto e a |
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distanza da me, come avrei voluto, siccome immaginavo che a |
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Moena e in presenza di Margherita si sarebbe comportata da |
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canaglia. Oppure da disgraziata. O entrambe le cose. |
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"Sì tesoro, ti aspetto, sì vieni, mi fa tanto piacere davvero", risposi. |
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Non che fossi acciecato al punto di non prevedere dispiaceri grossi; |
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il fatto è che sotto sotto credevo di averne bisogno, per capire |
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meglio e fare capire scrivendo. Non sei curioso, lettore, di |
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quest'ultimo viaggio da Bologna a Moena dei due amanti |
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degenerati in quasi nemici? |
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Nel pomeriggio andai a correre i 5000 metri al campo sportivo: lo |
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feci in un tempo buono per il mese di marzo. Allora pensai che, Nota
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Leopardi, Zibaldone, 27 Dic. 1820. |
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portandola in montagna con me, non solo facevo del bene a lei, |
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siccome la aiutavo a non degradarsi con quel ballerino di mezza |
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tacca, ma anche a me stesso in quanto frequentandola acquistavo |
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comunque potenza, mentale e fisica. |
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Alle sei e mezzo dunque partimmo per la valle di Fassa. Io avevo |
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buone |
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intenzioni. All'inizio eravamo in discreta armonia. |
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Cantavamo Marinella di Fabrizio De Andrè, scambiandoci |
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sguardi per quanto lo consentiva la guida, e sorridendoci, come |
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due che si vogliono bene, o addirittura si amano. Andava così nel |
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novembre del '78, il primo mese del nostro rapporto, quando ci |
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guardavamo nelle pupille con ammirazione reciproca, con allegria, |
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con gioia, e osservandola io non potevo fare a meno di ringraziare |
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la Mente dell'Universo di averla messa sulla mia strada. |
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Appena usciti dal casello di Padova ovest però, mi innervosii |
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poiché avevo dimenticato di fare benzina nell'autostrada, mentre |
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fuori le pompe erano già chiuse. Ifigenia intanto, accesa la |
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radio, aveva cercato e trovato la musica rock, e la teneva a tutto |
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volume. "Musa drogata"3 pensai. Né mi aiutava a rimediare la |
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necessaria benzina. Mi domandavo:" Che cosa è venuta a fare in |
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montagna con me?". |
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A Borgo Valsugana finalmente vidi un distributore aperto; dopo il |
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rifornimento mi tranquillizzai un poco. Anche perché erano cessati |
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quei rumori d'inferno. Rimanemmo in silenzio fino a Trento, dove |
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Ifigenia disse:" Ehi, vecchio signore!" |
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"Che cosa vuoi dire?", le domandai. |
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"No, tu devi rispondere-Dei immortali!-", ordinò. Stetti al |
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gioco:"Dei immortali!". |
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"Vecchio signore, |
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non scappare!". |
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Dovevo rispondere:"Non |
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scappare? Vecchio signore? A Giulio Cesare questo?". Erano |
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battute del Cesare e Cleopatra di Bernard Shaw4 . La fanciulla le |
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aveva provate all'Antoniano, nel pomeriggio. Per un quarto d'ora |
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fu divertente, ma ripetuta decine di volte la scena divenne Note |
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Cfr. Platone, Repubblica, 607a:" |
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eij de; th;n hJdusmevnhn Mou'san paradevxh/ ejn |
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mevlesin h] e[pesin, hJdonhv soi kai; luvph ejn th'/ povlei basileuvseton ajnti; |
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novmou te kai;..lovgou |
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", se invece accoglierai la Mu sa drogata nei canti o nei |
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poemi, il piacere e il dolore regneranno nella tua città invece della legge e del |
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pensiero. |
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Atto primo, quadro secondo. |
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monotona, quindi ossessiva, noiosa e odiosa. Non la finiva più di |
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ripetere:"Ehi, vecchio signore!". Con voce da bimba. Smisi di |
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risponderle, ma continuò fino a Moena. "Mancanza di misura", |
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pensavo,"di educazione, di intelligenza" probabilmente è adatta a |
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quel ballerino utile solo ad allungare una fila5. Si rispondeva da sola. |
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Con voce da uomo. Piacere depravato. |
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"Sfinge, tu abusi dei secoli" |
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"Sono più giovane di te, benché tu abbia ancora una voce da |
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bimba" |
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Ma che regina d'Egitto!". |
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Verso l'una arrivammo. Disse:"Buonanotte, vecchio signore", poi |
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si avviò verso camera sua. |
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Mi sentivo così poco amato, così strumentalizzato, e provai tanto |
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risentimento che pensai:"Se non vado a letto con quella, gliela do |
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vinta ancora una volta. E' venuta a Moena solo per abbronzarsi e |
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sfruttarmi: non prova attrazione, né stima, né affetto per me. |
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Adesso però le faccio vedere cosa provo io per lei". |
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Mi involgarivo, mi mettevo a un livello più basso e triviale del |
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suo: Ifigenia non voleva fare sesso con me; il mio cattivo demone aveva |
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intenzione di imporglielo per dispetto, con rabbia e con odio. |
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Andai in camera mia a posare il bagaglio, quindi salii la rampa di |
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scale che ci separava e bussai alla porta della sua stanza. |
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Mi aprì. Entrai. Le chiesi:"Hai voglia di dormire?" |
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"No", rispose pur stropicciandosi gli occhi, come faceva, a |
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qualsiasi ora, quando voleva dare a vedere di essere già mezza |
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morta di sonno. |
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"Bene", dissi, "allora neanche io. Quindi facciamo l'amore". Come |
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se fosse stato suo dovere farlo comunque: anche senza tenerezza, |
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né simpatia, poiché era quanto lei mi doveva in cambio dell'aiuto |
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per l'esame, e del fatto che l'avevo portata in montagna. |
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Copulammo una sola volta, squallidamente. "Ecco il peccato |
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vero",
pensai,"non è fare l'amore, come ci inculcavano i preti, ma |
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Cfr. T. S. Eliot, Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock, vv. 114-116:"No! I am |
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not Prince Hamlet, nor was meant to be;/am an attendant lord, one that will do/to |
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swell a progress, start a scene or two", no, io non sono il Principe Amleto, né ero |
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destinato a esserlo;/io sono un cortigiano, sono uno/ utile forse a ingrossare un |
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corteo, ad avviare una scena o due. |
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fare sesso in questa maniera che nega la gioia". Quindi cominciai a |
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vestirmi, senza parlare. Ma Ifigenia disse:"Gianni, resta a |
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dormire con me". |
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La guardai. Era nuda. Aveva un'aria davvero stanca, quasi |
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sofferente e malata. Mi diede pena. La sua dignità residua non le |
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consentiva di cadere con il nostro rapporto in una specie di |
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semiprostituzione senza reagire con una scena di affetto e con una |
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simulazione di amore. |
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"D'accordo", risposi. Volevo contribuire a salvarci la faccia, ma |
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sapevo che nella sua richiesta non c'erano sentimenti buoni per |
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me. |
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Dormii un paio di ore, poi tornai in camera mia, pieno di odio, di |
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compassione e di schifo. |
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La mattina, verso le nove, andai a chiamare Ifigenia che era |
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già pronta; quindi scendemmo insieme nella sala della colazione. |
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Avevo voluto evitarle l'imbarazzo di salutare da sola Margherita e |
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i suoi amici. Questi stavano finendo di nutrirsi; come ci videro |
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entrare, si alzarono in piedi, ci applaudirono e fecero dei gran |
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complimenti. In effetti la ragazza era bella assai, e imbelliva anche |
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me. Dopo, salimmo sulla pista del Lusia. Ifigenia si era |
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procurata sci e scarponi, ma non volle provarli; "forse domani", |
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disse. |
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Quando furono le dieci anzi, accusò un forte male di stomaco e |
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volle rientrare in albergo per stendersi nel letto. Sarebbe tornata |
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più tardi. Sciando, pensavo a lei che mi aveva accompagnato per |
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soffrire e farmi soffrire: non sciava, non parlava, non vedeva il |
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paesaggio, aborriva il gruppo di mia sorella, nemmeno del sole e |
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dell'abbronzatura si curava. Era venuta sulle Dolomiti per |
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chiudersi in una stanza e poi lamentarsi.
Mi venne in mente un |
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compagno di scuola di quinta ginnasio, Maurizio Sensi, che in gita scolastica, |
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proprio a Moena, durante la cena, chiese un panino. Siccome non |
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glielo portarono, abbaiò:"Boia di un Giuda, ho fatto spendere |
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quindici mila lire a mio padre per non mangiare un panino? Sa ’sti quattre! Do’ i ho i sold? E tu |
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Ghiselli, perché mi hai detto che questi posti dove ci affamano |
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sono bellissimi? Era meglio se restavo a casina, e quei bei baiocchi me li |
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tenevo in saccoccia, boia miseria!" Vecchio, titanico Sessi, tutto |
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istinto. Mi venne in mente per converso l’angelica Marisa e la gita scolastica delle terze medie a Venezia. Anche Ifigenia come Sensi era tutto istinto, nemmeno benevolo nei miei |
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confronti, ed era meglio se non veniva a Moena. Rimuginavo |
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fastidiosi pensieri, mescolati e temperati con ricordi buffi. |
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Alle tre cercai di telefonarle. Una voce rispose che la signorina |
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non era in albergo. "Cosa?", pensai,"è uscita?". |
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Cominciavo a sentire il morso vipereo della gelosia, quando la vidi |
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apparire con la faccia pallida, immersa nel bavero rialzato del |
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montone nuovo, quasi bianco anche lui. Era più attraente del |
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solito. Come Päivi quando mi accolse all’aeroporto di Helsinki. Donne in fuga da me. Meno male penso oggi. Se non fuggivano andava peggio. |
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"Stai meglio?", le domandai. |
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"No, sto ancora male. Sono tornata perché in camera da sola avevo |
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paura. Ti aspettavo, ma tu non arrivavi mai. Non hai nemmeno |
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telefonato. Speravo tanto che lo facessi". |
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"Infatti, lo stavo facendo in questo momento, tesoro. Sarei venuto |
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adesso, se tu mi avessi detto che gradivi la mia presenza. Prima |
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non ti ho chiamata perché pensavo che stessi dormendo o |
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smaltendo il dolore. Davvero non ti è passato, creatura?" |
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"No, gianni, sto peggio di prima". |
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"Moena, o cara, noi lasceremo,/ la vita uniti trascorreremo:/de' |
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corsi affanni compenso avrai,/la tua salute rifiorirà "6, canticchiai |
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quasi senza ironia. In effetti era verde a vedersi, stava peggio |
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Come |
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mi diceva |
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la |
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mamma |
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mia |
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quando ero bambino e |
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adolescente, per umiliarmi e farmi sentire brutto al pari di un |
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rospo. Ma la bellezza di Desdemona era inattaccabile; integrale |
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era: anche se mutava colore non cambiava sostanza. |
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"Cosa pensi che sia, cocca?", le domandai. Mi venne in mente |
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Helena , e la sera di quel luglio lontano, quando alla |
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stessa domanda rispose:"ho male al ventre: potrei essere in cinta, |
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ma potrebbe anche essere un cancro" 7. Suscitò il mio istinto paterno nonostante fossimo quasi coetanei. |
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"Non lo so", fece Desdemona,"sento dolori forti sotto lo stomaco, |
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a destra. Forse è il fegato. "Bellina", pensai."Le tue vene tremano |
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senza tregua, come cespugli di rose" 8 . |
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"Ti accompagno in albergo poi |
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rimango là-dissi-ho sciato |
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abbastanza". Note |
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Cfr. La traviata, F. M. Piave-G. Verdi, III,6. |
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7 |
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Cfr G. Ghiselli, Tre amori a Debrecen. |
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8 |
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Cfr. József Attila, Ode, 4. |
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Tornammo alla Campagnola e salimmo in camera sua. Si stese sul |
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letto. Volle che le tenessi una mano e leggessi i miei appunti del |
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mese di Marzo. Lessi le annotazioni copiose dalle quali avrei tratto |
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i due capitoli precedenti. Desdemona ascoltava con attenzione. |
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Quando ebbi finito, disse:"bravo, continua così: ci sai fare." Poi mi |
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chiese il quaderno per scriverci qualche cosa. Glielo diedi e volsi |
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lo sguardo fuori dalla finestra, ai monti Pallidi che, declinando il |
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sole dall'altra parte, cominciavano a coprirsi di rose. "Presagio |
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d'estate felice", pensai, come mi ero già detto a Moena la primavera |
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che precedette l'incontro con la ragazza bella bruna e vivace. Allora si era avverato. |
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Rivolsi una preghiera al sole che rosseggiava tra le pietre dei |
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m:"Falla diventare un'attrice famosa, e fammi scrivere un |
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capolavoro capace di educare un popolo intero". Il dio non diede |
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alcun segno. Invece mi |
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chiamò Ifigenia per restituirmi |
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l'agenda con queste parole:"Caro gianni, sto male da morire. Ho il |
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fegato in cattivo stato: "visceri guasti dai ripugnanti sospiri9 " , e |
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mi sento quella persona infelice, malata che sono diventata. Ma io |
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non sono così di natura. Una delle mie caratteristiche è essere |
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sana oltre che allegra, vitale, ecc. Tu dici che vuoi il mio Bene e |
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secondo te il mio Bene è che tu continui a scrivere, a essere forte. |
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Dici che sono infelice e non ti chi… ". Qui si interrompe. In fondo |
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alla pagina sono disegnati due volti piccoli, con occhi grandi ma |
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poco espressivi, con capelli folti, nasi leggermente carnosi e |
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pronunciati, denti appena un poco fuori dalle labbra sensuali. Visi |
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alquanto simili al suo. |
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A cena Ifigenia continuò a fare la grande malata: mangiò solo |
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del riso scondito, e subito dopo, tra lamenti e sospiri, volle tornare |
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in camera. L'accompagnai. Mi pregò di rimanere a dormire con lei. |
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La mattina seguente si svegliò guarita e contenta. Allora le proposi |
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di sciare con me, sulle piste del Lusia: il gruppo di mia sorella era |
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andato su quelle del San Pellegrino, perciò non avremmo |
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incontrato nessuno che, conoscendola, potesse vederla cadere, |
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posto che fosse caduta. Così la convinsi: infatti temeva il ridicolo. |
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Mi seguì in direzione della discesa Le Cune-Valbona che per un |
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principiante, a onore del vero, è alquanto difficile. Voglio dire che
Nota |
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9 |
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E' un verso del terzo coro del dramma che avevo scritto in Dicembre: La scuola |
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corrotta. |
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non fui un bravo maestro, né un amico, portandola da quella parte. |
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Comunque la precedevo, mi giravo e la incoraggiavo a tentare i |
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brevi tratti che ci separavano. Le davo pure suggerimenti vari sulla |
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tecnica sciistica dove del resto io stesso ho più da imparare che da |
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insegnare. Non potei evitarle di cadere innumerevoli volte, anche |
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pesantemente. Nei casi peggiori mi piombava |
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addosso, e, |
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precipitando, mi trascinava con sé. Allora dovevo rimettere in |
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piedi tutti e due, con fatica ogni volta maggiore. Dopo pochi metri |
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di scivolata, ricadeva, più o meno male, ma sempre cadeva. |
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A metà discesa si tolse gli sci, esasperata e, credo, ammaccata; mi |
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accusò persino di avere voluto ammazzarla buttandola giù per quel |
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burrone scosceso. |
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Risposi che la pista non era nera, e che cercavo di insegnarle con il |
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metodo attraverso il quale avevo imparato io: anche a nuotare |
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avevo cominciato buttandomi dal moscone dove non toccavo, |
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quando non ero sicuro di galleggiare. |
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Replicò sdegnata che lei era diversa da me, e non voleva rischiare |
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la vita; quindi mi consegnò i suoi sci e cominciò a scendere |
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camminando. Ogni due passi imprecava. Mentre facevo la discesa |
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da solo, con i suoi sci tra le braccia, pensavo:"Ma guarda se |
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quella, da quando frequenta una scuola di recitazione, deve avere |
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l'ardire di credersi una gran donna, superiore a te. Hai visto come |
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era goffa e vile? Hai contato quante volte è caduta? Se non ti |
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ama più siccome pensa di trovare un principe azzurro |
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nell'ambiente dello spettacolo, vada pure a cercarlo nel teatro il |
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suo eroico burattino. Sarà lo strappo nel cielo di carta 11 della sua baracca da avanspetttacolo
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a darle |
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coscienza dell'errore che ha fatto cambiando te |
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con una |
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marionetta gesticolante. In fondo colei è stata pure una palla di piombo |
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attaccata con una catena ai tuoi piedi leggeri per invalidarne la |
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corsa. Oggi per esempio, sai quanto avresti sciato più volentieri |
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con tua sorella, o anche da solo, piuttosto che con quella noiosa |
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balorda! Per quanto riguarda la tua opera d'arte poi, non credere |
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che tale incapace sia necessaria; anzi, comincerai a scrivere con |
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impegno totale quando questa sciagurata Desdemona sarà andata via. E intanto, |
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finché rimane, disturba. Sparita lei, tu sarai libero da tanto tumore; Nota |
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Cfr. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, cap. XII. |
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passata la sofferenza della resecazione, ti sentirai veloce e potente: |
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potrai lanciarti spedito verso la meta dell'arte". |
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La aspettavo a Valbona. La vidi arrivare dopo una mezz'ora. |
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Avanzava ridicolmente |
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zoppicando e |
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appoggiandosi sulle |
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racchette. |
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"Vecchia e brutta", pensai. |
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Tornammo in albergo. L'accompagnai in camera sua. Guardai |
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l'orologio. "Sono le cinque-dissi-, adesso ci laviamo, ci riposiamo |
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un poco, e ci vediamo tra un'ora". |
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"Va bene-rispose-, a cena". Ma questa era alle otto: Desdemona |
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non voleva fare l'amore. Una volta non perdevamo nemmeno |
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occasioni di pochi minuti, e non sempre avevamo una stanza per |
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la nostra libidine. Mi allontanai facendo questa constatazione |
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triste, e soffrendone, ma senza darlo a vedere. Scesi in camera |
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mia, mi lavai e asciugai in fretta, poi uscii per parlare con i monti |
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amici e con il santo volto di luce che tramontava. Erano quasi le |
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sei. A quell'ora, nelle sere non annuvolate di primavera, le rocce |
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antropomorfe prendono un colore rosa pallido che suscita buoni |
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presagi, evoca ricordi di maggi odorosi, di calde, aulenti sere piene |
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di voli. I monti rosati dall'ultimo sole mi parlarono anche. |
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Dissero: "Non preoccuparti, gianni, non te la prendere. Non sei più |
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il bambino umiliato e maltrattato che dovevamo consolare |
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trent'anni fa, quando oltre noi non avevi nessun conforto per il |
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padre vacante, nessuna difesa dalle zie bigotte, dalla madre furente |
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e spensierata. Né avevi ricordi buoni. Ora sei un uomo di trentasei |
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anni e non sei male: hai avuto il beneficio dell'amore di donne |
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anche belle e fini ben più di questa, hai conosciuto il pensiero di persone intelligenti |
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e geniali, hai costruito dentro di te una forza che nessuno potrà |
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sottrarti, che anzi si accresce di giorno in giorno mentre la |
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propaghi insegnando. Ifigenia è una ragazza bella assai, non è |
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proprio scema, non è ignorante del tutto, ma tu puoi trovare di |
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meglio. |
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Pensa a quanta strada in salita hai fatto da quando venivi qua |
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bambino angariato a domandarci:"Ditemi |
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monti dalle facce |
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umane, tu amico Piz Meda, tu caro Sas da Ciamp, tu fraterno |
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Mesdì, che cosa ho fatto di male per soffrire in questa maniera? |
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Fatemi capire in che cosa sbaglio, piccolo come sono, e smetterò. |
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Quali peccati ho commesso perché una zia possa umiliarmi |
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davanti a tutti dicendo che sono un bambino disgraziato, perché la mamma |
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dai capelli neri e lucenti come le piume dei grandi uccelli che |
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planano adagio sopra le vostre foreste scure, dagli occhi grigio |
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verdi e inafferrabili come le trote dei vostri torrenti, in due |
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settimane che sono qui a patire aspettando, non mi ha mandato |
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nemmeno una cartolina con baci e saluti?" |
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Ricordi quanto male ti andava? Camminavi solo su queste strade, |
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ed eri vestito di stracci, e pativi, e non lo facevi per posa come oggi, soffrivi assai per tante carenze, eppure pensavi che ti |
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saresti rifatto: un giorno, magari lontano, però sicuro, non saresti |
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più stato un mendicante di affetti in balìa di gente disordinata. Ebbene, da |
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allora diverse creature ti hanno amato; alcun persone ti hanno |
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ammirato; altre hanno dovuto temerti; i colleghi invidiosi ti hanno |
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fatto una guerra iniqua che giustamente hanno perduto, poiché gli |
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allievi hanno preso non loro, ma te quale modello di cultura e di |
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vita. Pensa alle donne che ti hanno donato l'amore nella gioia, o |
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l'amicizia nella contentezza, l'affetto e la solidarietà nei momenti |
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difficili. Ti è andata bene, gianni, molto bene ti è andata. E non è |
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finita qui. Dai retta a noi che siamo più antiche dei tuoi poeti, più |
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di Sofocle che prediligi, anche del poeta sovrano, l’antichissimo Omero siamo più |
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antiche, e abbiamo visto tanta gente soffrire. Ma tu sai farlo con |
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dignità, con nobiltà, come i tuoi eroi della tragedia: tu dal dolore |
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sai trarre comprensione12 e accrescimento . Con la volontà buona e |
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l'intelligenza hai conquistato quanto nemmeno osavi sperare: |
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Elena, Kaisa, Päivi, per esempio; poi altre compresa Ifigenia. Cos'altro vuoi? |
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Dillo a te stesso, dillo a noi, e lo otterrai. Quella ragazza non l’hai mai voluta per sempre. Hai pensato che con |
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la sua bellezza esterna volesse sottomettere la tua interiore, meno |
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apparente ma più produttiva e reale, e non hai voluto scambiare |
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oro con rame, come fece con Diomede Glauco13 cui Zeus tolse il senno . Non è |
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così?" |
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Ammisi e ne fui confortato. Capii che avevo motivi razionali e |
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reali per essere ottimista. Ringraziai i monti amici, le convalli Note |
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12 |
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Cfr. Eschilo, Agamennone, vv. 177:" |
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tw'/ pavqei mavqo" |
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", attraverso il dolore la |
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comprensione. |
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13 |
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Cfr. Iliade, VI, vv. 234-236. |
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rifugi di fiere montane, i dossi sporgenti, le rupi scoscese a me |
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familiari , e tornai alla Campagnola. |
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Entrai in camera mia. Erano circa le sette. Poco dopo arrivò |
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Ifigenia, assai complimentosa. Probabilmente aveva pensato di |
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essere stata troppo scostante. Mi faceva carezze e moine straordinarie. |
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Troppe, e, nel contesto di quella giornata, stonate. Alle sette e |
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mezzo scendemmo a cenare. La ragazza continuava a |
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ripetere:"Quanto sei bello, gianni, quanto sei bravo!". Aspettai che |
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tacesse un momento, quindi le domandai:"Perché sei venuta in |
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montagna senza intenzione di fare niente con me: né parlare sul |
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serio, né sciare, né passeggiare, né amoreggiare?" |
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Capì che non poteva continuare a mentire e rispose:"Non lo so. |
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Forse per abbronzarmi. E' vero che non ho più tanta voglia di stare |
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con te, non quanta ne avevo una volta: mi spiace". |
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La osservavo con calma. Ne fu incoraggiata. |
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Continuò:"I miei sentimenti verso di te adesso non li capisco. |
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Dammi del tempo; anzi, facciamo una cosa. Finita la cena, saliamo |
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in camera mia. Quindi torniamo a Bologna, e là, per due |
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settimane, tu non mi cerchi, nemmeno al telefono. Io devo |
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pensarci bene a quello che sento, alla nostra situazione, a noi due. |
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Prima non ho voluto stare con te siccome ero stanchissima e tutta |
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indolenzita per le cento o mille cadute della mia disastrosa discesa. |
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Quando ho fatto la doccia, mi sono vista piena di lividi. Ma non è |
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solo per lo sfinimento e il pestaggio della discesa da te imposta che non ho |
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voluto fare l’amore. Credo di essere venuta qua con l'intenzione di vedere se tu |
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mi vuoi bene, se io te ne voglio; insomma per capire qualcosa di |
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noi. Io non sono più sicura di niente. Ora per esempio mi è venuta |
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una gran voglia di farlo". |
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Sembrava sincera. Probabilmente lo era. Le luccicavano gli occhi |
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mentre mi fissava. Salimmo in camera sua. La chiave chiudeva. |
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Lo facemmo una volta, con gusto e allegria. Dopo l'orgasmo |
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disse:"Lavati Gianni, facciamolo ancora". Andai nel bagno |
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contento. |
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"Come ai bei tempi", pensavo. Tornai presto nel letto dove lei |
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aspettava fissando il soffitto con un sorriso. Io però non ebbi una |
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seconda
erezione decente. Priapo mi aveva abbandonato. Dopo tre o quattro tentativi
falliti, Ifigenia mi |
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scostò con una mano, e, senza guardarmi, esclamò con dura |
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ironia:"Poi sono io quella che ne ha poca voglia! Diciamola una |
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buona volta questa verità!" |
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"Sì, capita pure a me di non avere tanto desiderio quanto una |
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volta-risposi-, ma generalmente tu sei più fredda di me. L'anno |
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scorso il meno entusiasta ero io; quest'anno sei tu". |
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"Già, oramai sono anni che le cose non vanno bene tra noi", |
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confermò. Allora dissi:" Adesso partiamo. A Bologna proveremo |
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la separazione che hai proposto tu poco fa. Per due settimane non |
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ti cercherò. Faremo in modo di non incrociarci nemmeno per strada.. |
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Dopo questi quindici giorni tu, però, mi dici con tutta franchezza e |
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chiarezza se vuoi restare con me. Io lo vorrei, nonostante questa |
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sera sia rimasto molto al di sotto della nostra sufficienza. Io |
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ambisco a restare con te. Non è soltanto dal numero degli orgasmi |
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che si misura la volontà di stare insieme". |
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Ifigenia annuì. |
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Ci vestimmo, prendemmo i bagagli già preparati prima di cena e |
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scendemmo. Il proprietario dell'albergo, quando andai a pagare il |
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conto, disse: "Torni a Bologna tanto presto? Io, con una femmina |
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tanto giovane e bella starei via almeno due anni". Non si vedeva quanto male |
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andassero le cose tra noi. Meglio così: non affliggevamo altri che |
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noi stessi. |
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Durante il viaggio scherzammo sulla nostra tragedia; forse ci |
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aveva rallegrati la decisione presa di non vederci per quindici |
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giorni. Arrivati sulla tangenziale, poco prima di separarci, ancora |
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una volta e forse per sempre, recitammo un vicendevole atto di |
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dolore:"Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore...". |
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Davanti alla porta di casa sua le ricordai il nostro patto, onesto e |
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chiaro. Rimasto solo, nel letto, non ero del tutto infelice.
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Pesaro 3 settembre 2024 ore 11, 18 giovanni ghiselli
p. s.
Nemmeno oggi sono infelice.
Ora ho una nuova amica celeste che mi protegge che è mia custode.
La penso e la prego tutte le sere. Quando passo davanti a casa sua, vicina alla mia, lancio dei baci. E così sia. Va bene così.
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