martedì 13 gennaio 2026

Ifigenia CCXI Terza e ultima parte del rimuginare implacabile.


 

Il giorno seguente, 11 marzo, dopo la scuola, tutto il pomeriggio ripresi a rimuginare e non saltai nemmeno la sera.

Volevo capire meglio perché fosse finito l'amore per la creatura

che con il profumo e la luce dei suoi venticinque anni mi aveva

rivitalizzato, imbellito, bonificato dai piedi alla testa. Avevo

assorbito la vitalità della sua gioventù, ma lei, come persona,

non l'avevo amata: non mi ero preso abbastanza cura dei


suoi pensieri e sentimenti; e quando diede segni di declino vitale

appoggiandosi pesantemente sulle mie spalle, quando perse le ali

da giovane Nike 5 divenendo un pesante fardello, quando

la fresca pasta di cui era fatta smise di lievitare 6 e perse fragranza, io

smarrii gran parte dell'interesse, prevalentemente sessuale che avevo

provato per lei.

Eppure  non era soltanto materia quella ragazza.

Anch'ella del resto aveva considerato  il mio talento di

educatore, o addirittura il mio momentaneo successo di professore

al liceo, più che la mia persona e la mia umanità. Nell'autunno del

1978, quando mi corse dietro, nei tetri corridoi della scuola era

una supplente appena arrivata, bella quanto si vuole, ma insicura di tutto, e piuttosto emarginata da quell'ambiente borghese per il suo stato di

proletaria, oltretutto immigrata da un paesello sperduto tra i monti della Marsica; io ero un insegnante considerato  ottimo dagli studenti migliori; anzi, c'era una classe intera, una terza liceo, che lottava a spada tratta,  con fragore, contro il preside Tanghero e i professori più retrivi perché voleva essere preparata da me, in vista dell'esame di maturità.

Ebbene tale prestigio, qualunque esso fosse, affascinò Ifigenia: anche

lei voleva mettersi in mostra, acquistare rinomanza e reputazione positiva, in un ambiente dove le ragazze belle non erano poche, gli insegnanti

bravi assai rari, quindi divenire l'amante di un professore molto quotato tra gli studenti, le sembrò un ottimo mezzo per essere accolta bene dagli allievi suoi. Era fiera di farsi vedere con me, tutta contenta quando poteva ostentare la nostra relazione. Ma come fui confinato al ginnasio, subii un

calo della mia quotazione nella scuola intera, e nello stesso

tempo sentii scemare il mio entusiasmo di educatore; Ifigenia un poco alla volta cessò di ammirarmi, e non mi sostenne, anzi negli ultimi tempi mi

aveva umiliato ulteriormente emozionandosi per il maestro di danza. Questo mi inflisse una ferita, un contrappasso adeguato che tuttavia non mi assolveva dal crimine perpetrato da me quando, dopo avere tratto piacere dal corpo suo splendidissimo, me ne ero saziato e avevo manifestato

disinteresse per lei. Tale comportamento non era stato  causato tanto dalla malvagità, quanto dalla mia debolezza e stupidità: la parte buona e presente, l'acropoli dell'anima mia, aveva ceduto all'assalto dei mostri antichi, ma sempre vivi e feroci dentro di me: il materialismo e il clericalismo pseudo cristiano, vizi pessimi, diversi e contrapposti in apparenza, di fatto simili, come sono il lusso quale lussuria nella fattispecie e l'avarizia 7.

 Ero stato sconfitto nell'autunno del 1979, quando, tornato da Debrecen disgustato per giunta dalla sua promessa non mantenuta, mi trovai solo a combattere contro la forza retrograda e preponderante dei demoni cattivi usciti di nuovo dalla palude della mia infanzia. Con quella guerra avevo perduto la bella ragazza già smarrita durante l'estate. Invero aveva fatto la sua partaccia anche lei non scrivendomi la lettera preannunciata con un telegramma.

Aveva dato un orribile segno di inaffidabilità. Aveva riaperto delle brutte ferite aggravandole in ulcere infette. Era andata così. “Doveva” andare così.

Probabilmente perché sentissi la necessità di recuperarla e renderla eterna come giovane donna luminosa e innamorata attraverso un romanzo che le innalzasse un monumento più duraturo del bronzo 8, un tempio pieno di luce con frontoni dove si leggessero mito  e poesia, come in quelli del maestro di Olimpia,  e invece  di Apollo e Zeus al centro ci fossero Educazione e Bellezza, al di sopra delle brame sudicie, fuori dal conteggiare meschino, al riparo dalle offese del tempo, al sicuro dalla morte finale che risparmia solo i creatori e le creature dell'arte.

Avvertenza: il blog contiene 4 note.

 

Note

5

Vittoria. Avvertenza: non si legge Naike. Lo fanno gli ignoranti, gli stessi che dicono “l’erotica di Beethoven” come la tubercolosa scema e ridicola del romanzo La montagna incantata.

 

6

Cfr. M. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, trad. it. Einaudi, Torino, 1978,

p.510

 

7

Cfr. Sallustio, Bellum Catilinae :"Incitabant praeterea corrupti civitatis mores,

quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant ", 5,  lo

(Catilina) aizzavano per giunta i costumi corrotti della città, tormentati da vizi

pessimi e opposti tra loro: il lusso e l'avarizia.

8

Cfr. Orazio, Carmi, III, 30, 1:"Exegi momumentum aere perennius", ho

costruito un momumento più duraturo del bronzo.

 

Bologna 13 dicembre 2026 ore 10, 17 giovanni ghiselli

p. s.

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