Nella prima scena di Love’s Labour’ s lost (1595) di Shakespeare Ferdinando re di Navarra definisce il tempo “cormorant devouring Time” (I, 1), il cormorano che ci divora.
In Pericle, principe di Tiro (1608) “Time ‘s the king of men;/He’s both their parent and he is their grave,/And gives them what he will, not what they crave” (II, 3), il Tempo è il re degli uomini, è insieme il loro padre e la loro tomba, e dà loro ciò che vuole lui, non quello che essi desiderano.
Alla fine di Il tempo ritrovato, settimo e ultimo volume della Ricerca, Proust va a un ricevimento dalla principessa di Guermantes e trova tutti i suoi conoscenti quasi fossero truccati da vecchi incipriati; li vedeva come in un sogno o in un ballo in maschera.
L’asciutta fanciulla era diventata una grassa matrona, ossia proprio un’altra persona. Una giovane donna era incanutita e si era rattrappita in una vecchietta malefica. L’autore nota i volti disfatti di esseri che si deformano durante il loro tragitto verso l’abisso.
Cfr. la danza macabra di Narciso e Boccadoro di H. Hesse.
Altri al contrario, come il principe di Agrigento, erano stati abbelliti dalla vecchiaia.
Tra gli uomini esistono alcuni tipi che come i muschi e i licheni non mutano con l’avvicinarsi dell’inverno. Le donne protendevano lo specchio del loro volto verso la bellezza che si abbassava come il sole al tramonto; erano appassionatamente bramose di riverberarne gli ultimi raggi.
Odette aveva assunto l’aspetto di una rosa sterilizzata. La principessa di Guermantes era morta e il principe rovinato dalla sconfitta tedesca aveva sposato la vedova Verdurin che Proust considera quale emblema della borghesia plebea.
I pregiudizi aristocratici non funzionvano più e nemmeno le molle del meccanismo espulsore che si erano allentate o spezzate. Bloch poteva frequentare salotti dai quali prima era escluso ma aveva anche 20 anni di più. “Fra 10 anni magari entrerà da padrone negli stessi salotti ma arrancando sulle stampelle”.
Un caso personale
In settembre, due mesi dopo la rottura del femore, passeggiavo sul lungomare di Pesaro appoggiandomi su una stampella. I coetanei superstiti, pochi invero che sessanta anni or sono mi chiedevano di non partecipare alle gare ciclistiche poiché le vincevo troppo facilmente, mi guardavano con meraviglia. Un mattacchione ha gridato: “cot ha fatt ghisell, tsi stet in tl’ ospedel? Quando eravamo ragazzi eri il più bravo in bicicletta!”
Ho risposto: “ringrazio Dio che sono ancora vivo e sono contento che lo sei anche tu. Teniamo duro: siamo rimasti in pochi. Ogni volta che torno a Pesaro mi sento dire: ieri è mort quel malé, oggi qell’altre maché . Ci vedremo l’estate prossima se saremo bravi !!
Bologna 13 gennaio 2026 ore12, 10 giovanni ghiselli
p. s
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