lunedì 12 gennaio 2026

Ifigenia CLXVII. Le Pale di San Martino quali opliti giganti.


 

Lunedì nove marzo c'era un gran sole, caldo, luminoso, sicuro. Ci

trovammo a colazione pieni di buonumore. Durante la notte avevo

deciso che da quell’ amante squlibrata e pure splendida non dovevo aspettarmi più di quanto voleva darmi: nient’altro che la fruizione del suo corpo oramai, comunque un dono non  piccolo che  avrei utilizzato al meglio per procedere metodicamente sulla mia strada da solo.

 Anche figenia era tranquilla:  probabilmente aveva pensato di prendermi quanto poteva, senza fare storie e lagne prive di qualsiasi costrutto. Così armonizzati e contenti come possono esserlo due amanti ex innamorati che hanno deciso di  cogliere tutto l’utile possibile l’uno dall’altro, salimmo con la funivia al rifugio Le cune dove ci fermammo ad abbronzarci, quasi in silenzio.

 Sul mezzogiorno, per cambiare posizione e visuale, scendemmo in un

rifugio più basso e riparato, dove era più forte il calore della fiamma

suprema che dona e nutre la vita. Appena scesi dalla seggiovia, ci

togliemmo le giacche a vento e arrotolammo le maniche delle

camicie. L'umore era allegro. A un tratto notai

una casetta di legno in mezzo alla neve: distava circa un

chilometro in direzione di Bellamonte  sulla strada del passo Rolle, e tutt’intorno, per ampio tratto, non si vedevano orme. Doveva essere disabitata.

Dissi:"Creatura, guarda quel casinetto: è nostro27.  Andiamo là ad abbronzarci anche i corpi". Desideravo fare l'amore all'aria aperta, tra il sole e la neve che lo potenziava, ma conservavo parte della cautela che mi ero imposta la sera

prima. Però ifigenia mi fece capire che potevo, anzi dovevo

essere franco.

"Dai – disse – andiamoci tosto e facciamo il massimo consentito a un uomo e a una donna!".

"Come ai bei tempi-pensai-. Stai a vedere che questa è rinsavita!". Le feci un sorriso di riconoscenza, poi ci

incamminammo semiabbracciati. Qua e là affondavamo  fino alle

ginocchia e oltre, in qualche buco pieno di acqua per il disgelo.

Prendevamo tutto con allegria.

"Poi ci spogliamo e  asciughiamo ai raggi caldi, corroborati da

questo biancore" dicevo.

E lei:"Sì, e facciamo zazzì tante volte quante ci va".

“Non ti vergogni?” domandavo per scherzo

"Io no. E tu?”

“Nemmeno per sogno!”

Eravamo eccitati e felici. Finalmente giungemmo alla baita. Era

proprio isolata. Salimmo sulla terrazza non alta che la cingeva,

afferrandone il bordo e tirandoci su con fare da atleti. Poi scavalcammo il parapetto e ci stendemmo sul lato volto a sud ovest, verso il passo Rolle. Si

vedevano soltanto le montagne innevate e la cascata di luce che le

faceva brillare. Rimanemmo fermi e silenziosi per alcuni minuti,

osservando il paesaggio. Sembrava un pomeriggio estivo: il

cielo era così luminoso e l'aria tanto calda che non

rabbrividivo all'idea di spogliarmi per fare l'amore con una ragazza di cui non

mi fidavo. Alcune grosse mosche iridate volavano e il  ronzio  delle loro canzoncine  aleggiava  qua e là senza parole.

 Davanti agli occhi avevamo le pale di San Martino, bianche, lontane, e illuminate così ardentemente da sembrare tre opliti giganti levatisi al sole con  armature candide per riverberarne i dardi di fuoco. I lati settentrionali, i fianchi destri degli smisurati guerrieri, dall'ombra che eternamente li

copre, mandavano bagliori azzurrini, gradevolmente freschi in

quella illusione d'estate.

Ci spogliammo entrambi, del tutto. Stendemmo i vestiti a far da

giaciglio, ma le mutande le appesi ad un filo teso sopra le nostre

teste con delle mollette; per potere riprendere subito in caso di

necessità, le mie e quelle della mia ragazza, odorose del sesso

suo, della carne viva, stillante" fragranza e rugiada"28.

  Quando eravamo a Bologna, nel grande letto, e dovevamo alzarci in fretta

e furia poiché il tempo del suo permesso era scaduto, talvolta non

riuscivamo a scovarle che dopo lunghe ricerche. A dire il vero

mentre ficcavo la testa gonfia di sangue sotto il letto, e allungavo

una mano, affannato, respirando la polvere del pavimento,

pensavo in dialetto pesarese: "Se quest è un accident, che Dio ne

manda cent ". In effetti me ne mandati tanti il buon Dio di tali accidenti, mai deprecati.

Negli ultimi tempi avevo ripreso l'abitudine, imparata dalla magna mater iperborea,  Elena augusta, di metterle sotto il cuscino, ma anche

da lì talora sparivano, diabolicamente. Le care, profumate mutande

delle mie amanti amate. Quando ripenso alle mie donne e al tempo

migliore con ciascuna di loro, come quando ricordo i giovani cui

ho insegnato ad amare la vita, non credo che il vivere mio sia stato

soltanto il sogno di un'ombra29, né una tragedia totale, né un

fallimento completo. Una bella opportunità è stata la vita per me,

e  non l'ho sprecata, anzi, mi sono avvalso delle occasioni che mi ha dato per fare del bene, e non solo a me stesso. Lo constato ancora oggi da quanti mi leggono.

Così, distesi su quella terrazza di legno, scaldati e abbronzati dal

sole di primavera, compenetrati a vicenda, riversi e fusi l'uno

nell'altro, sorvolati da mosche ronzanti musiche primaverili, ci

scambiammo piacere illudendoci di avere ritrovato il tempo felice

di quando eravamo innamorati e avevamo sempre voglia di unirci:

sui colli di Bologna, sul mare di Pesaro, quando prendevamo un moscone e lo remavamo velocemente, a

turno, finché si giungeva al largo, lontani da ogni presenza umana;

allora, sul fondo ligneo della piccola imbarcazione, abbacinati dal

sole, sorvolati da bianche farfalle disperse sopra la grande pianura

d'acqua azzurra e salata, ci toglievamo i costumi, li mettevamo

sopra la panca del rematore e facevamo l'amore tante volte da arrivare a

sentire la gioia dionisiaca della fusione con la luce, con il mare,

con l'intero universo che ci sorrideva. Allora i preti maligni, le zie

pretificate e imperiose, la madre mia imprevedibile, la nonna mia Margherita gelosa e tiranna con il marito, crudele con la “servaccia” mezza vecchia presunta amante del caro nonno Carlino, il padre vacante, i colleghi furfanti, i presidi tangheri, erano confutati, messi a tacere,

sconfitti.

Il 9 marzo del 1981 in mezzo a quei monti antropomorfi vicini al

disgelo riuscimmo a fonderci ancora una volta con la stessa panica

ebbrezza.

Allorché fummo sazi di baci e carezze, ci rivestimmo. Il sole

intanto si era avvicinato alle montagne: molto più lunghe e fredde oramai cadevano le ombre dai dossi rotondi e dalle rocce appuntite.

Bisognava tornare verso la seggiovia prima che chiudessero le

piste e fermassero gli impianti, lasciandoci in mezzo alla neve

tutta la notte, quando sarebbe stato non piacevole bello e festoso,

ma raccapricciante e rabbrividente, forse anche letale, rimanere distesi sotto il cielo, sia pure abbracciati e vestiti, guardando le stelle.

Eravamo ancora contenti, anzi quasi felici. Ifigenia disse che

l'amore fatto all'aperto era un segno di ritrovata intesa dopo due

anni di smarrimento e confusione. Mentre tornavamo in paese con

l'ultima corsa, tanto che la cabina pullulava di inservienti rubizzi e

giulivi, osservavo il sole declinare tra le rupi aguzze: sembrava

uno splendido uccello di fuoco calato sul nido di pietra dove aveva

appoggiato gli artigli, mentre raccoglieva le ali e piegava il collo,

arrotondandosi sotto le piume vermiglie.

"Lì non si scorgono del sole le rapide membra; in tal modo nel

serrato segreto dell'armonia si è è resa compatta la sfera circolare

tripudiante della beata unicità"30.

  Era l’immagine visibile della Mente dell’Universo, era Dio stesso che ci salutava e benediceva mentre andava a domire31

 

Pensai a quante preghiere gli avevo rivolto dovunque l'avessi visto

quando si annidava tra i monti dopo un volo in

mezzo alla luce, o si tuffava nel mare, oppure si stendeva, come un vagabondo, in un giaciglio di foglie tra gli alberi delle colline, o scendeva su grandi pianure, in mezzo a corone di rondini e di piccole nubi purpuree. Dovunque gli avevo rivolto preghiere, sempre esaudite se buone e proficue non soltanto per me.

Ogni volta gli avevo reso ringraziamenti pieni di riconoscenza, e lo feci anche quel giorno di marzo, poiché la sua fiamma amorosa aveva

ravvivato la fiaccola nostra, già vacillante, languida e vicina a

morire. Ero grato pure a Ifigenia, siccome aveva

assecondato i progetti del dio che da noi si aspettava le cose

egregie cui ci aveva predestinati da sempre. Io  avrei scritto un

capolavoro, lei sarebbe diventata una grande attrice e ci saremmo

amati senza più screzi. Glielo dissi e le feci piacere. Così, confidando

in destini buoni, tornammo alla Campagnola e cenammo.

 

Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.

.

 

Note

27Cfr. Don Giovanni di Mozart. Da Ponte: “Quel casinetto è mio: saliremo, /e là

gioiello mio, ci sposeremo” (I, 9).

 

28Cfr. J. Joyce, Dedalus, trad. it. Adelphi, Milano, 1976, p.285.

 

29Cfr. Pindaro, Pitica VIII, 95-96:

"skia'" o[nar a[nqrwpo"",sogno di un'omb ra è l'uomo.

30Cfr. Empedocle, Poema fisico, fr.30 Diels-Kranz.

 

31“Nulla sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che’l

sole. Lo sole tutte le cose col suo calore unifica” (Dante, Convivio, III, 12).


 

Bologna  12 gennaio 2026 ore 10, 37 giovanni ghiselli

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