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I visitatori del mio blog crescono tutti i giorni e le notti, e io continuo a scrivere con maggior lena, siccome ho questa prospettiva sicura: una quantità e, credo, una qualità di lettori che mancano alla maggior parte degli scarabocchiatori pennivendoli i quali si elogiano o si beccano a vicenda in quella gabbia dei raccomandati e ripetitori di pubblicità, di banalità, di falsità che è la televisione. Armi per rendere ignorante, stupida e cattiva la gente. Capisco che una pagina mia è bella quando mi dà gioia l’averla scritta e comprendo che è utile quando raccoglie cinquantamila lettori da tutto il mondo in un mese.
Credo che siano davvero pochi i lettori dei luoghi comuni continuamente ripetuti dai tanti gazzettieri e imbrattacarte vari. Più numerosi sono tali pseudoscrittori dei loro lettori.
Dice bene Leopardi: “Il solo popolo ascoltatore può far nascere l’originalità la grandezza e la naturalezza della composizione”[1].
Se non avessi avuto il vostro riscontro, lettori, giudici veri di queste righe, non avrei continuato.
Riprendo dunque con la storia di Päivi. Il vostro aedo, sebbene già vecchio, unisce le Grazie alle Muse, dolcissimo tiaso di donne divine, e fa risuonare la Memoria[2]. Questo è un ritornello a me caro.
Dalla nave tra Danzica e Helsinki, il 28 agosto, Päivi scrisse che soffriva la mia mancanza, tuttavia doveva prepararsi a passare un lungo periodo senza di me; il 30, appena sbarcata, aggiunse che la Finlandia fredda e semivuota non le piaceva, ma questo non la esentava dal dovere di lavorare e vivere nella terra che era comunque la sua e alla quale lei apparteneva.
Si infreddoliva anche lei e si raffreddava il suo amore per me. Un poco alla volta ne sarei stato contagiato.
Al messaggio che mi annunciava lo sbarco, seguirono due settimane di silenzio del quale non mi preoccupai troppo , siccome pensavo che la probabile pregnante avesse bisogno di tempo per sapere con certezza se davvero aspettava un figlio, e se lo voleva.
Dalla sua decisione avrei fatto dipendere la mia.
La lettera fatale arrivò verso metà settembre a Pesaro, dove mi trovavo in trepida attesa di notizie da Yväskylä, mentre aspettavo l’inizio del nuovo anno scolastico a Bologna dove avevo ottenuto il trasferimento dopo cinque anni di insegnamento nella scuola media Ugo Foscolo di Carmignano di Brenta. Un ciclo scolastico, e di vita, esaurito. Rimanevano, e sarebbero rimasti fino a oggi alcuni affetti belli. Diversi tra quei bambini di allora mi leggono e mi scrivono ancora, oramai settantenni. Mi sono grati, e io gratissimo a loro.
Päivi aveva scritto che il figlio presentito lo aspettava davvero, ma non sapeva se esserne felice o triste: voleva parlarne con me. Intanto lo stava facendo con il suo ex “boyfriend”, un certo Jussi, un architetto, un uomo che lei, mi aveva detto a Debrecen, aveva lasciato nella primavera precedente poiché la annoiava, nonostante fosse una persona discretamente creativa. Aveva aggiunto che non le piaceva l’aspetto di colui. Questo ex compagno le aveva proposto di tornare insieme anche con il figlio di un altro, se voleva tenerlo; ebbene, tanta devozione l’aveva commossa, ma lei aveva bisogno di me per parlare e decidere che cosa fare. Chiedeva il mio aiuto in quanto si sentiva come sdoppiata o divisa, e non poteva vedere da un solo punto di vista, cioè unitariamente, la sua situazione triste e felice.
In ogni caso era sicura di amarmi: la sera, andando a letto, sperava di ammirare il mio volto in qualche bel sogno; di giorno, aspettava il mio arrivo. D’altra parte era ben cosciente che l’amore per me, e la nascita della nostra creatura, potevano diventare problemi seri, ossia ostacoli, alti e impervi, ai suoi studi che la interessavano sempre molto, probabilmente sopra ogni altra cosa al mondo. Anche in questo “lo studio prima di tutto” eravamo simili. Lo studio serio, necessario per insegnare, educare e scrivere, richiede molto tempo, quasi tutto il tempo.
Io volevo l’amore di Päivi, o piuttosto volevo continuare a pensare che Päivi mi amasse, e finché ne ebbi bisogno per accrescere la mia identità, e fino a quando non fu del tutto impossibile continuare a pensarlo, lo feci. Di fatto, tale illusione mi stimolava a studiare, a riflettere, a comprendere.
Però in quel tempo, sulla soglia assai vicina dei trenta[3], non sapevo se volere la bambina attesa: da una parte la desideravo, dall’altra avevo paura che il pensiero e il tempo richiesto da una figlia avrebbe messo dei ceppi alla mia mente desiderosa di apprendere e pure ai movimenti .
Anche io, come Päivi, volevo imparare dai libri senza ostacoli di nessun genere, se non altro perché mi ero identificato con lei, con quanto affermava, con l’immagine che dava di sé.
Invero è da allora che ho cominciato a studiare seriamente, metodicamente e pure un poco maniacalmente: prima con fatica, poi con scioltezza, quindi con piacere.
Infine studiare per diverse ore ogni giorno è diventato un bisogno, una necessità, come mangiare, bere e respirare, come pedalare la bicicletta sulle salite con rapporti duri nelle ore più calde, e correre in quelle più fredde.
Come per i sacerdoti santi è necessario pregare, o sedurre per i seduttori professionisti. Di questo sapevo qualcosa ma quel tempo oramai era passato.
Comunque in quei giorni del settembre del 1974 volevo avere un colloquio con Päivi e avrei voluto che la decisione sulla creatura nostra la prendessimo insieme. Così andai a prenotare un posto nel primo aereo per Helsinki che partiva da Rimini alle 14 del 20 di quel mese fatale. Il giorno seguente sarebbe iniziato l’autunno, in tutti i sensi.
Un’ora prima che il velivolo prendesse il volo, all’aeroporto arrivò Alfredo da Roma, appositamente per incoraggiarmi a fare nascere “la finlandesina bella e intelligente”, disse, e mi diede un regalo, un fazzoletto di ottimo gusto da portare alla mia donna, alla nostra amica, disse.
Fu un segno di anima fine, delicata, e lo ricordo in onore dell’amico che, carente di successi con le ragazze, a Debrecen si era sentito compreso e rassicurato dalla mia compagna impegnata a capire le debolezze degli esseri umani. Forse perché dietro la sua apparenza calma e sicura, dietro quel volto di donna abituata a pensare i pensieri intelligenti che avevano formato tutto il suo aspetto, sotto quei lunghi capelli fulvi, simili a una nuvola che rosseggia per i raggi infiammati del sole cadente, sotto quella chioma fulgente, era una debole creatura anche lei.
Nel 2018 l’amico Alfredo è morto. L’avevo incontrato per l’ultima volta nel 2005 a Malta. Non si andava più a Debrecen da tempo. Poi è morto Fulvio, amico ancora più caro. Le belle persone di un tempo scompaiono una per volta. Anche io un giorno sono nato e un giorno morirò, ma fino a quell’ultimo dì continuerò a studiare e a scrivere , non senza unire le Grazie alle Muse, come il vecchio maestro e amico Euripide.
Con l’avvicinarsi della catastrofe, la storia diventa sempre più soggettiva, poiché la soggettività è un segno di decadenza. Il nostro rapporto stava naufragando nell’individualismo e nell’egoismo dell’uno e dell’altra.
Avvertenza: il blog contiene 3 note con il greco non traslitterato.
Note
[1] Leopardi, Zibaldone, 146.
[2] Cfr. l’Eracle di Euripide: "non cesserò mai di unire le Grazie alle Muse ta;" Cavrita" - tai'" Mouvsaisin, dolcissimo connubio. Che io non viva senza la Poesia ma sia sempre tra le corone. Ancora vecchio l'aedo fa risuonare la Memoria"( e[ti toi gevrwn ajoido;" - keladei' Mnamosuvnan, vv. 673 - 679).
[3] … “Ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi (…) ecco poi la quarantina
spaventosa, l’età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti”.
Guido Gozzano, I colloqui, 10 – 15
Bologna 3 marzo 2026 ore 10, 36 giovanni ghiselli
p. s.
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