giovedì 5 marzo 2026

La storia di Päivi 29. Faina, la buona ragazza Ciuvassa e il mio ceffo da canide che fiuta carogne. Il contrappasso.


 

Durante le vacanze della Pasqua del 1975, Bruno Pera morì in un incidente stradale nel Sudan. Sono iniziate presto le dipartite degli amici di Debrecen.

Oggi noi superstiti siamo pochi: due o tre che io sappia.

In quei giorni di ferie, per non dimenticare le sensazioni dell’estate passata, andai a interrogare la grande facciata grigia del Budaörsi Kollegium e tutti i luoghi dove ero stato felice con Päivi. Prendevo appunti.

 Meditavo di raccontare tutta la storia, ma solo dopo averne elaborato il dolore seguito alla gioia.  La pena doveva diventare intelligenza dei fatti, di me stesso, della donna. Dovevo anche leggere molti libri buoni per raffinare e potenziare il mio stile. Ce n’era bisogno. Cominciavo intanto a capire che la nostra storia era finita perché non ci piaceva più: pensandola nel futuro. Se ci fosse piaciuta non sarebbe finita. Ma Päivi seppe antivedere un avvenir fallace e cominciavo a prevederlo anche io.

 

Questo pellegrinaggio pasquale a luoghi che consideravo sacri mi serviva più che altro a raccogliere altri ricordo dal raccontare, ma non mancò un risvolto egoista e crudele, poiché mentre giravo devoto ed estatic, ossia fuori di me come l’adoratore di una divinità crudele, tra i locali, per le piazze, lungo le vie, attraverso le campagne frequentate in agosto con la donna di cui ero ancora innamorato, in quei giorni mi portavo dietro un’altra amante: Faina, una Ciuvassa russificata che stava facendo la tesi a Budapest.

Fu la vittima sacrificale di quella dea rossa e feroce che adoravo.

Avevo conosciuto questa ragazza mite  a Debrecen nell’estate del ’72, quella dell’amore di Kaisa che ho già raccontato nel secondo dramma della trilogia finlandese prossima a terminare. Poi magari passerò al dramma satiresco su Ifigenia. Scrivo queste storie perché vengono lette da tanti visitatori del blog cui forse curano l’anima, e anche con la speranza di ritardare la mia morte. Faccio tesoro di sentimenti forti che mantengano viva la memoria dei significati di una vita vissuta nell’amore, nel lavoro, nello sport, nella gioia e nel dolore.

Faina dunque, la sera della sua partenza dalla cittadina universitaria ungherese, mi aveva chiesto di accompagnarla alla stazione, poi, siccome il treno per  il grande oriente sovietico aveva un grosso ritardo, eravamo andati a parlare, e a bere dell’Egribikavèr[1] all’Arany bika[2].

Le avevo esposto la mia visione del mondo nella lingua magiara, in breve e molto all’ingrosso.

Tuttavia da quella sera remota, Faina, da vera orientale russificata e romantica, si era creata il mito di Gianni il buono, il generoso, l’ingenuo, e lo coltivava senza ragione, come una delle creature estreme di Dostoevskij. In particolare mi associava al principe Myskin, l’idiota santo e geniale. Diceva di amarmi perché nell’anima mia vedeva la forza della bontà. Dopo il nostro incontro aveva e imparato bene la lingua italiana per comunicare con me. Mi amava e sperava di essere contraccambiata.

Tuttavia in quei giorni di primavera non poté non accorgersi che ero innamorato di un’altra e me lo fece notare con mitezza e mestizia.

Una mattina, mentre giravamo l’Ungheria con la nera Volkswagen e io andavo a caccia di ricordi con gli occhi, con le orecchie, fiutando le tracce lasciate da Päivi con il naso da avvoltoio e  il tutto  il resto del mio ceffo davvero canino, Faina notò che avevo un grosso peso nel cuore e me lo disse.

Non la smentii, siccome sono stato qualche volta anche un po’ farabutto in questa mia vita mortale, ma bugiardo per niente. Mi piaccio abbastanza da non dovermi camuffare.

Posso capire e accettare la dissimulazione, ma non ammetto né mi permetto la simulazione dei servi.

Avuta dunque la mia tacita conferma, Faina si mise a cantare una canzone ciuvassa dalla melodia triste. Quindi me la tradusse.

Una donna dice a un uomo: “Amore mio, portami via con te: ti farò da compagna”.

L’uomo risponde: “Non ti voglio: ho già una compagna”.

Lei allora gli fa: “Caro, portami via con te: ti farò da sorella”

E lui: “Non ti voglio: ho già una sorella”.

Infine la donna lo prega: “Ti prego, portami via con te, ti farò da serva straniera”.

“Non ho bisogno di una serva straniera” - risponde spietatamente l’uomo - Va’ via”.

“Tu sei quell’uomo, Gianni, io quella donna”, concluse Faina sbirciandomi malinconicamente con occhi tartari, obliqui.

Mi venne in mente: “I am your wife il you will marry me;/if not. I’ll die your maid[3].

Invece dissi: “Faina, tu sei una cara compagna e io ti vorrò sempre bene”.

Di fatto però tale rimprovero, seppure mite, mi faceva  sentire un carnefice di quella giovane donna di cui assaporava appunto le carni assai bianche tutte le sere nel letto. Io stavo infliggendo ingiustizia e crudeltà a quella creatura immeritevole di tale maltrattamento.

Ne imploro perdono a lei e a Dio, chiunque egli sia.

Vero è che più avanti dovrò scontare queste sofferenze arrecate a Faina con quanti dolori mi verranno inferti da Ifigenia e altre furie vendicatrici.

Poiché il male fatto si paga: prima o poi torna indietro, rimbalza sull’autore secondo il contrappasso.[4]

 

Tra le altre caratteristiche, Faina aveva quella di essere comunista convinta. Il regime diceva, perfino al tempo di Stalin, aveva aiutato la gente e le popolazioni più povere dell’Unione Sovietica facendo costruire ospedali e scuole dove non c’erano. Per questo lei aveva potuto studiare, viaggiare e fruiva ancora di borse di studio. Dall’autunno seguente avrebbe lavorato come interprete a Budapest.

Forse con lei ho perso, per mia stupidità, la donna migliore, la più buona, la più intelligente e capace che abbia mai incontrato.

Allora avevo soprattutto bisogno di un’amica buona che mi credesse tanto, tanto buono, e mi desse qualche indicazione e qualche ragione per diventarlo davvero.

Päivi mi aveva motivato allo studio intelligente e al pensiero cosciente, e io cominciavo a capire che non si può essere davvero felici se non si è  profondamente morali.

Quella ragazza ventitreenne diceva che le facevo comunque del bene poiché la aiutavo a pensare con lucido realismo e la motivavo a studiare la mia bella lingua madre.

E mi amava perché  ero comunque educato e  gentile.

A me invece in certi momenti sembrava di essere un boia perverso che strazia una vittima innocentissima con crudeltà inaudita.

Perciò, finita la breve feria d’Aprile, tornai volentieri a Bologna per terminare decentemente l’anno scolastico.

In luglio partii per la Finlandia. Dovevo parlare con Päivi, sentirmi dire almeno se aveva abortito o aveva fatto nascere la nostra bambina. Ero ancora capace di illudermi ancora sull’educazione di questa donna fatale. I semi che aveva piantato dentro di me seguitavano a vivere e a crescere. Oggi siamo due vecchi, io di 81 anni suonati, lei di quasi 76 e da quanto leggo nel suo face book mi pare che siamo come due rami di stagioni passate che hanno preso inclinazioni simili e quasi si toccano.

 

 

Note

[1] Sangue di toro di Eger, un famoso vino ungherese.

 

[2] Toro d’oro. Albergo e ristorante storico di Debrecen. Cfr. la storia di Helena Sarjantola, quella di Kaisa e l’arrivo a Debrecen presenti nel blog.

 

[3]Shakespeare, The tempest, III, 1.

 

 

[4] Nel doloroso canto (kommós) che precede l’epilogo dell’Agamennone (vv. 1562 - 1564), il Coro dice queste parole: “paga chi uccide”, κτίνει δ’  καίνων, “rimane saldo, finché Zeus rimane sul trono, che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina”, μίμνει δ μίμνοντος ν θρόνωι Δις / παθεν τν ρξαντα· θέσμιον γάρ. C’è una ripresa di questo nel kommós delle Coefore (vv. 313 - 314): δράσαντα παθεν, / τριγέρων μθος τάδε φωνε, “subisca chi ha agito, un detto tre volte antico suona così”.

 Ricordo anche l’Eracle di Euripide dove Anfitrione indirizza queste parole a Lico inconsapevolmente incammi­nato verso la morte (vv. 727 - 728): προσδόκα δ δρν κακς / κακόν τι πράξειν, “aspettati facendo del male di averne del male”.

Infine l’Oreste di Euripide. A Menelao che gli domanda τί χρμα πάσχεις; τίς σ’ πόλλυσιν νόσος; (395) “che cosa soffri? quale malattia ti distrug­ge?”, il nipote risponde  σύνεσις, τι σύνοιδα δείν’ εργασμένος, 396 - “l’intelligen­za, poiché sono consapevole di avere commesso cose terribili”. Oreste dunque è reso sofferente dalla propria σύνεσις . Menelao allora ricorda al matricida la legge del contrappasso per la quale deve soffrire (v. 413): ο δειν πάσχειν δειν τος εργασμένους, “non è terribile che patiscano conseguenze tremende quelli che hanno compiuto atrocità.

Spero di avere chiuso tutti i conti del meritato contrappasso con la frattura del femore, l’operazione, i dieci giorni di ospedale e i 45 di riabilitazione operate  anche da una fisioterapista carina, educata, intelligente, sposata da poco: il supplizio di Tantalo per me.

Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 5 marzo 2025 ore 17, 46

 

giovanni ghiselli

p. s.

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