Due giorni viaggiai con la nera Volkswagen e con Silvano che, in questa occasione, mi fu di valido, amichevole aiuto. Era stato interprete dei segni buoni la sera in cui avevo conosciuto Päivi un anno prima. Ricordi lettore? Ora è una delle amicizie celesti che continuano a suggerirmi presagi favorevoli, come i voli degli uccelli diretti da Dio o l’apparire della santissima faccia del sole che sbuca dalle nuvole invide.
Ci imbarcammo a Travemünde, di sera. Sbarcati dopo una traversata di ventiquattro ore, chiesi al sole che nascondeva molto tardi la faccia santa, di farmi vedere di nuovo Päivi, la luminosa, la Fedra, la donna che mi aveva stenebrato la mente: da quando l’avevo conosciuta e amata, non sopportavo più il fetore della volgarità e mi dava un senso di nausea l’ignoranza arrogante e pretenziosa.
Ma il sacro fulgore del primo fra tutti gli dèi non volle esaudirmi, forse perché con la mia complicità nell’aborto avevo offeso la sua luce che nutre e rende bella la vita.
Il giorno dopo, alla prima telefonata, Päivi si fece negare, e alla seconda rispose dicendo solo: “I don’t want to see you”, io non voglio vederti.
“Fennis mira feritas”[1], pensai. Vidi il sole del solo sparire sotto una nube luttuosa.
Nemmeno un raggio incerto riusciva spuntare e non c’era alcuna luce che rischiarasse la cupa pena che mi tormentava.
Ricordai che il cielo privo di nuvole disturbava quella donna, mentre a me dava gioia.
Tale discrepanza mi dispiaceva già allora: in fondo avevo presofferto tutto fin dal tempo che credevo felice.
Silvano mi consigliò, saggiamente, di non insistere. Né io avevo più niente da dire a una femmina tanto feroce, a quella leonessa bipede, a quella creatura ibrida, una specie di Sfinge che dopo avermi afferrato con artigli celati, lacerato, divorato e inghiottito, mi rigettava urlando: “io non voglio vederti!”.
Non dovevo bussare ancora a una porta che non conteneva più nulla per me e non si sarebbe aperta mai più. Quella che custodiva i tesori miei si sarebbe aperta da sola.
Del resto ora so che Päivi e altre che mi hanno fatto soffrire sono state più utili alla mia volontà di scrivere che tradurre Virgilio e leggere Dante.
Dovevo comunque sapere se la donna che non voleva nemmeno vedermi avesse abortito o tenuto la nostra bambina.
Arrivai a Capo Nord. Giunto su quella roccia nera, alta sotto un cielo che non seguiva le leggi del nostro ed erta sopra una distesa d’acqua livida che rumoreggiava sui mostri addormentati in un denso torpore nei cupi abissi marini, pensavo alla bambina concepita nell’amore dell’estate passata, e chiesi a Zeus boreale una risposta a quello che era diventato l’enigma della mia vita.
Il dio non volle esaudirmi, forse irato per i miei pensieri e le mie azioni cattive.
Il sole teneva nascosto il suo bellissimo volto dietro nuvole immonde e dense di presagi funesti.
Ricordai con rimpianto il gorgheggiare degli uccelli che mettevano in musica la mia gioia e la luce delle estati passate nelle radure della grande foresta di Debrecen. Rimpiangevo l’energia che quelle tre donne, Elena, Kaisa e Päivi mi avevano infuso nell’anima facendomi sentire con forza la vita ogni giorno per un mese ciascuna.
“Potrei bere a lungo, poi gettarmi ubriaco da questa rupe nel buio delle onde, offrire un pasto alle creature tremende[2] di questi abissi e privarmi anche della sepoltura e di una lapide con tale iscrizione ‘qui giace un disperato amante’. Non avrò nemmeno il conforto di uno che, passando, vorrà sussurrare: “Vale giovanni, e ti sia lieve il suol”.
Questo pensavo, desolata mente.
Avvertenza: il blog contiene due note una da Tacito, una da Eschilo con il greco non traslitterato.
Note
[1] Tacito, Germania, 46. Straordinaria è la barbarie dei Fenni: una popolazione germanica particolarmente povera e selvaggia. Non c’entrano con i finnici ma non avevo in mente una citazione più appropriata.
[2] “Molte creature tremende nutre la terra - polla; me;n ga' trevfei - deina;, angosce di terrori deimavtwn a[ch - , e gli abbracci del mare sono pieni di mostri ostili agli uomini - povntiaiv t j ajgkavlai knwdavlwn - ajntaivwn brotoi'si plhvqousi: germogliano anche a mezz’aria sospesi splendori - blastou'si kai; pedaivcmioi - lampavde" pedavoroi: - gli animali che volano e che camminano sulla terra potrebbero dire della collera rapida delle tempeste ptanav te kai; pedobavmona kajnemovent j a]n - ajgivdwn fravsai kovton - (Eschilo, Coefore, I stasimo, strofe a vv. 585 - 592,)
Vediamo l’antistrofe a (593 - 601)
Ma della mente troppo audace dell’uomo chi potrebbe dire ajll j uJpevrtolmon ajn - dro;" frovnhma tiv" levgoi - e delle donne sfrontate nel cuore (kai; gunaikw'n fresi;n tlhmovnwn) le passioni temerarie (pantovlmou" e[rwta") associate alle folli cecità dei mortali? a[taisi sunnovmou" brotw'n:
i vincoli coniugali dei mostri e dei mortali li vince l’amore senza amore che domina la donna - xuzuvgou" d j oJmauliva" - qhlukrath;" ajpevrwto" e[rw" paraniuka'/ - knwdavlwn te kai; brotw'n”
Bologna 5 marzo 2026 ore 18, 02 giovanni ghiselli
p. s.
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