Partiamo da Archiloco considerato da Nietzsche uno degli archetipi della poesia
greca, e, naturalmente europea. Su questo autore, proprio perché è il primo
poeta lirico della cultura occidentale ci intratterremo piuttosto a lungo
soffermandoci su quelli che diverranno topoi
, o loci , nella nostra cultura.
Fiorito intorno alla metà del settimo secolo, nato a Paro, vissuto tra questa isola delle Cicladi e quella più settentrionale di Taso, nelle Sporadi, fu poeta e soldato mercenario, secondo la presentazione che egli stesso fece di sé:
"io sono servo di Ares signore
e conosco l'amabile dono delle Muse"(frammento 1 D.) Distico elegiaco
Una doppia parte che si sono attribuita anche Foscolo e D'Annunzio, tanto per nominare due poeti-soldati italiani.
.Quali sono dunque i temi trattati da Archiloco e come è riuscito il poeta a dare voce all'universale, a trovarne il linguaggio?
Prendiamo in esame alcuni frammenti.
Il 2 D. ripropone quello della guerra:
"nella lancia ho la pagnotta impastata, nella lancia il vino
ismarico, bevo appoggiato alla lancia". Distico elegiaco
Il conflitto ha perduto le caratteristiche che gli avevano attribuito gli eroi omerici: le occasioni per manifestare la loro virtù erano la capacità di primeggiare parlando con efficacia nell' assemblea dei combattenti e il coraggio di combattere in prima fila rischiando la vita, come esige la condizione nobiliare, tanto dei Greci quanto dei Troiani e dei loro alleati.
Vedi Iliade , XII, 310 e sgg. dove Sarpedone dice a Glauco che i loro privilegi sono giustificati solo dal fatto che il popolo li vede combattere sempre tra i primi.
Appoggiato sulla lancia di Archiloco (ejn doriv keklimevno") ci sembra una ripresa dell'omerico (Iliade , III, 135) ajspivsi keklimevnoi, appoggiati sugli scudi. Sono Teucri e Achei in attesa del duello tra Alessandro e Menelao.
La guerra e le armi in Archiloco sono piuttosto strumenti usati per procurarsi da mangiare e da bere, non senza cercare nel contempo di salvarsi la pelle, come risulta dal frammento6D.:
"uno dei Saii si vanta dello scudo, arma incensurabile
che, senza volere, lasciai presso un cespuglio.
Ma ho salvato la vita: che mi importa di quello scudo? -Tiv moi mevlei ajspiv~ ejkeivnh;
Vada in malora, presto me ne procurerò uno non peggiore". Distico elegiaco
Qui vediamo che è confutata la concezione dello scudo come simbolo dell'onore e della disciplina militare quali valori indiscutibili. Tali posizioni vengono solitamente attribuite agli Spartani: Plutarco nella Vita di Licurgo (16), il semileggendario legislatore di Sparta appunto, ci racconta che gran parte dell'educazione"era rivolta a rendere i giovani pronti all'ubbidienza, resistenti alle fatiche e vittoriosi in guerra". Costumi antichi e severi che Tacito riconosce nei Germani alla fine del I secolo dopo Cristo:"scutum reliquisse praecipuum flagitium ", avere abbandonato lo scudo è una vergogna paricolarmente grave,"nec aut sacris adesse, aut concilium inire ignominioso fas ", né è consentito a chi se ne è coperto di partecipare alle cerimonie o alle assemblee, "multique superstites bellorum infamiam laqueo finierunt ", e molti usciti vivi dalla guerra posero fine al loro disonore con un laccio (Germania , VI, 7). Come si vede, descrivendo non senza ammirazione i "boni mores "(XIX, 4) di quella "gens non astuta nec callida "(XXII, 5) non astuta né scaltra, Tacito opera una sorta di ribaltamento di quella posizione archilochea che nel frattempo era diventato un topos letterario: infatti dello scudo abbandonato senza troppi rimorsi né rimpianti nei secoli intercorrenti fra Archiloco e Tacito avevano scritto, non si sa quanto autobiograficamente, Alceo, Anacreonte e, in latino, Orazio:"tecum Philippos et celerem fugam/sensi relicta non bene parmula "(Odi , II, 7, 9-10), con te[1] ho provato Filippi e la fuga veloce, abbandonato senza gloria lo scudo. Del resto era nell’esercito dei cesaricidi quindi esserne scappato è quasi un vanto davanti ai suoi protettori Mecenate e Augusto.
Se è vera l'affermazione di Musil secondo la quale c'è come" una catena di plagi che lega l'una all'altra le figure del mondo artistico", Archiloco è già un anello di quella catena poiché nel frammento 2D tradotto sopra troviamo un aggettivo, "ismarico", che rende letterario il vino del poeta-soldato; infatti era di Ismaro (in Tracia) la dolce, pura, divina bevanda (Odissea , IX, 205) usata da Ulisse per ubriacare Polifemo. Importante è, come afferma il poeta classicista Eliot, che la parola presa a prestito funzioni nel nuovo ingranaggio spirituale.
L'aspetto. Il soldato autentico, coraggioso e, viceversa, il miles gloriosus in Archiloco e in altri autori
Archiloco dunque, nel cantare la guerra con spirito nuovo, usa il dialetto ionico di Omero e si avvale della sua lezione formale, ma presenta una visione diversa dell'onore e della gloria militare.
Per confermare questa affermazione, in buona parte vera, possiamo utilizzare il frammento 60D:
"non amo lo stratego grande né dall'incedere tronfio
né compiaciuto dei riccioli, né ben rasato;
ma per me sia pur piccolo, e storto di gambe
a vedersi, però che proceda con sicurezza sui piedi, e sia pieno di cuore- kardivh~ plevo~[2]. Tetrametri trocaici catalettici.
La sostanza dunque viene preposta all'apparenza: Archiloco sgonfia il falso eroe facendone La sostanza dunque viene preposta all'apparenza: Archiloco sgonfia il falso eroe facendone una caricatura che anticipa quella plautina del Miles gloriosus .
Sul rapporto di opposizione contenutistica con Omero però vorremmo fare delle riserve. Infatti si trova già nel "poeta sovrano" la scelta della vita rispetto alla gloria di chi muore precocemente in battaglia: nel IX dell'Iliade , Achille rifiuta l'offerta di doni, pur cospicui, portati da un'ambasceria per convincerlo a combattere; infatti, dice il Pelide, niente vale quanto la vita che, una volta uscita dalla chiostra dei denti, non può essere chiamata indietro a prezzo di tutti i tesori del mondo(401-409).
E anche il guerriero non appariscente ma ardimentoso fa capolino nel V dell'Iliade quando Atena ricorda a Diomede il valore del padre ( "Tudeuv" toi mikro;" me;n e[hn devma", ajlla; machthv"", 801), ma forte di animo ( auta;r oJ qumo;n e[cwn o{n karterovn", 806), mentre nel terzo canto viene indicata la modesta statura di Ulisse più basso di Agamennone della testa ( meivwn me;n kefalh'/ jAgamevmnono" jAtreivdao", 193), eppure più largo di spalle e di petto (194), quasi un uomo deforme, un cenno che toglie originalità o per lo meno la priorità assoluta ai gusti di Archiloco e che forse ha suggerito a Ovidio i versi:"non formosus erat, sed erat facundus Ulixes,/et tamen aequoreas torsit amore deas "[3], bello non era ma era bravo a parlare Ulisse, e in ogni caso fece contorcere d'amore le dee dell'acqua(Ars amatoria , II, 123-124).
Già nel III canto dell'Iliade troviamo questo contrasto tra apparenza e sostanza: Ettore rinfaccia a Paride (v. 39) di essere un donnaiolo (gunaimanev") e seduttore (hjperopeutav) di aspetto splendido (ei\do" a[riste) ma senza valore né forza nel cuore (45), capace di portare via donne di uomini bellicosi ma non di affrontarli. Allora Paride gli risponde di non biasimarlo e non rinfacciargli i doni amabili dell'aurea Afrodite (mhv moi dw'r j ejrata; provfere crusevh" jAfrodivth"", 64): nemmeno lui, Ettore, disprezza i magnifici doni degli dèi (qew'n ejrikudeva dw'ra, 65) che del resto nessuno può scegliersi.
Paride era fuggito da Manelao, ma poi decide di affrontare il duello.
Certamente Euripide aveva in mente il topos del "non bello ma buono", quando nell'Oreste (del 408) elabora la così detta "teoria della classe media" e, presentando con simpatia il piccolo proprietario terriero il quale lavora la terra da sé ed è uno di quelli che, soli, salvano la città, si sente quasi in dovere di precisare che era un uomo di aspetto non attraente ma coraggioso (" morfh'/ me;n oujk eujwpov", ajndrei'o" d& ajnhvr", v.918).
Viceversa, ma sempre con un ricordo archilocheo, nella stessa tragedia viene ridicolizzato Menelao, lo spartano e marito di Elena odioso per avere provocato infiniti dolori ai figli di Agamennone: ( "ajll j i[tw xanqoi'" ejp j w[mwn bostruvcoi" gaurouvmeno"" Oreste, v. 1532).
"venga avanti, pavoneggiandosi per i riccioli biondi sugli omeri"
Affermazioni simili si trovano nell'Elettra euripidea quando Oreste dice del contadino onesto che ha sposato la sorella senza consumare il matrimonio: persone di questo genere amministrano bene le città e le case, invece le carni vuote di cervello sono statue di piazza ("aiJ de; savrke" kenai; frenw'n-ajgavlmat ' ajgora'" eijsin" vv. 386-387).
Anche Svetonio nella Vita di Giulio Cesare (65) ricorda che il conquistatore delle Gallie "Militem neque a moribus neque a forma probabat, sed tantum a viribus ", non giudicava i soldati con la misura dei costumi né con quella dell'aspetto fisico ma solo con il metro della forza.
In ogni modo con Archiloco non si afferma per sempre il prevalere della sostanza sull'apparenza che già esisteva in Omero, né diviene una conquista stabile, se è vero che Leopardi nell' Ultimo canto di Saffo (50-54), per esperienza propria, scrive:"Alle sembianze il Padre,/alle amene sembianze eterno regno/diè nelle genti; e per virili imprese,/per dotta lira o canto,/virtù non luce in disadorno ammanto".
Si rafforza piuttosto il diritto di affermare i propri gusti personali: Saffo qualche decennio più tardi scriverà (frammento 27aD) che la cosa più bella è ciò che uno ama.
Tolstoj in Guerra e pace individua il militare bello e vano, un vero e proprio stratego archilocheo francese e napoleonico, in Gioacchino Murat :" un uomo d'alta statura dal cappello adorno di piume, i capelli inanellati che gli piovevano sulle spalle. Indossava un mantello scarlatto, e le lunghe gambe erano protese in avanti (...) in effetti costui era Murat, che ora aveva assunto la qualifica di re di Napoli (...) cosicché aveva un'aria più trionfante e imponente di quanto l'avesse prima (...) Alla vista del generale russo, con gesto regale e solenne, respinse indietro il capo con quei capelli a riccioli fluenti sulle spalle (...) La faccia di Murat raggiava di stolida soddisfazione" (pp. 925-926).
Nel Miles gloriosus di Plauto il soldato fanfarone è presentato dalla merĕtrix Acroteleutium con queste parole: “Populi odium quindi noverim, magnidicum, cincinnatum moechum unguentatum? (v. 923), come potrei non conoscere questo individuo odioso a tutti, fanfarone, dai capelli arricciati, donnaiolo profumato?
Cicerone riassume questo locus nel De finibus bonorum et malorum :"animi enim liniamenta sunt pulchriora quam corporis " (III, 22, 75), infatti i lineamenti dell'anima sono più belli di quelli del corpo. Qui siamo nel campo dell'etica.
E ancora: “mens cuiusque is est quisque, non ea figura quae digito demonstrari potest ” (De repubblica, VI, 26), la mente di ciascuno è quel ciascuno, non quella figura che può essere indicata con un dito.
Un'altra possibile interpretazione della bellezza umana è quella data da Plotino (205-270 d.C.) che la considera quale somiglianza con se stesso :"La definizione che Plotino dà di bruttezza e bellezza ha un'utilità immediata per la psicologia. "Anche noi, quando siamo belli, è perché siamo conformi a noi stessi, mentre siamo brutti allorché trapassiamo in un'altra natura" (Enneadi , I, 6, 2)"[4].
In realtà Plotino dice che è brutto (aijscrovn) tutto quello che non è dominato da una forma o da una ragione (to; mh; krathqe;n uJpo; morfh`~ kai; lovgou”, I, 6, 2) in quanto la materia (u{lh) non ha accolto alcuna formazione secondo l’idea. L’idea ordina le varie parti e forma l’unità attraverso il loro accordo. Kai; e}n th`/ oJmologiva/ pepoivhken. Il corpo diventa bello nella comunione con il logos che deriva da dio.
Questo pensiero è stato sviluppato da J. P. Vernant il quale sostiene che la somiglianza più alta dell'essere umano è quella con gli dèi immortali. La consegue Odisseo in seguito all'intervento di Atena, tanto che Nausicaa dice alle ancelle:" prima in effetti mi sembrava davvero essere uno volgare (ajeikevlio" ) , ma ora assomiglia agli dèi (nu'n de; qeoi'si e[oike) che abitano l'ampio cielo ( Odissea , VI, vv. 242-243).
( Platone raccomanda agli uomini l’assimilazione a Dio (oJmoivwsiς qew̃/ , Teeteto, 176b) quella che sarà l’Imitatio Christi per i Cristiani).
Questa similitudine con dio costituisce per la creatura dotata la più alta forma di identificazione, il massimo della sua identità: "quando è privo di ogni charis, l'essere umano non assomiglia più a nulla: è aeikelios . Quando ne risplende, è simile agli dei, theoisi eoikei . La somiglianza con se stessi, che costituisce l'identità di ciascuno e si manifesta nell'apparenza che ognuno ha agli occhi di tutti, non è dunque presso i mortali una costante, fissata una volta per tutte. Tra i due poli opposti del non rassomigliare a nulla e del rassomigliare agli dèi, essa si situa in posizioni variabili a seconda del prestigio o della celebrità di cui uno gode, della paura e del rispetto che uno ispira (…) La grazia e la bellezza del corpo, facendo vedere chi siete, danno la misura della vostra time, della vostra dignità o della vostra infamia".
Viceversa:"A volte capita che anche gli uomini tentino di fare ciò che gli dèi possono realizzare facilmente, ma in peggio, quando cercano di distruggere nel cadavere di un nemico odiato ogni rassomiglianza del morto con lui stesso. Oltraggiando il suo corpo, sfigurandolo, strappandogli la pelle, smembrandolo, lasciandolo imputridire al sole o divorare dagli animali, si vuol far scomparire ogni traccia della sua figura e della sua antica bellezza per non lasciare di lui che orrore e mostruosità. Oltraggiare-cioè imbruttire e disonorare a un tempo si dice aeikizein , rendere aeikes o aeikelios , non simile" (J. P. Vernant, Tra mito e politica , pp. 210-211.)
Per comprendere questa riflessione bisogna ricordare che ajjeikhv" è formato sulla radice eijk-/oijk-/ijk- come e[oika, "sono simile", quindi significa "indegno" e "dissimile", ossia, secondo Vernant, indegno di se stesso e dissimile da se stesso.
Pesaro 15 settembre 2026 ore 10, 16 giovanni ghiselli
p. s.
Statistiche del blog
All time3103106
Today1599
Yesterday3152
This month131738
Last month307804
[1] Un amico che Orazio nomina come Pompeo, non certo il triumviro.
[2]Questa alta valutazione del cuore e del sentimento si ritroverà, com'è noto, negli autori dello Sturm und drang e del romanticismo: Goethe ne I dolori del giovane Werther scrive(9 maggio 1772):"egli apprezza la mia intelligenza ed i miei talenti più del mio cuore, che è pure l'unica cosa della quale sono superbo, che è pure la fonte di tutto, di ogni forza, di ogni beatitudine e di ogni miseria. Ah, quello che io so, lo può sapere chiunque-ma il mio cuore lo possiedo io solo".
[3]Un distico citato da Kierkegaard nel Diario del seduttore , quel Giovanni esteta che infatti è un uomo dal fascino mentale, un seduttore intellettuale come Faust, non sensuale come il Don Giovanni di Mozart.
[4] J. Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore , p. 98.