giovedì 17 settembre 2026

Ifigenia CLXXI . A Szeged poi nel Kosovo. Omosessuali, donnaioli,negri, comunisti, le mode e i pettegolezzi insistenti.


 

La sera pensai che avevo lottato contro il mio decadimento e avevo vinto.

Il giorno seguente partimmo, senza Fulvio.

 Eravamo diretti in Grecia dove volevamo pregare per l’amore e per l’arte. Avevamo poco denaro, appena sufficiente, forse nemmeno abbastanza per il pellegrinaggio: il tragitto della pietà che avevamo in mente. Devoti e poverelli. L’avevo convinta che i santuari della Grecia danno indicazioni preziose a chi vi si reca pregando.  Due anni prima avevo trovato lei, la mia Musa, dopo una pedalata solitaria e religiosa tra Brauron, Maratona, Capo Sunio, Corinto, Epidauro. L’ho già raccontato

Questa volta saremmo arrivati sull’ombelico del mondo.

 La gara da me vinta nello stadio di Debrecen propiziava il viaggio. Dei miseri quattrini si poteva fare a meno. Gli ostelli si confacevano all’ascesi proposta. Anche se a lei non piacevano.

 La prima sera alloggiammo a Szeged in casa dell’amico Ezio che faceva il lettore di italiano in quella Università. Ifigenia fu scortese con i nostri ospiti: seguitava a non tollerare i miei amici, comunque essi fossero.

Arrivò a parlarmi in un orecchio per criticare Ezio, sua moglie, la loro casa e il loro cibo durante la cena,

Pensai che stava offendendo il sacro costume greco dell’ospitalità  e che gli dèi non avrebbero mai esaudito una persona tanto empia. Ma sul momento non glielo dissi.

La mattina seguente partimmo comunque già incattiviti. Alla frontiera yugoslava però cambiammo umore. Bastava poco, squilibrati come eravamo. Ci si trovava in una coda di automobili ferme e sentimmo suonare un clacson. Girai la testa drizzando le orecchie e aprendo la bocca. Come fa un cane spaventato o una iena digiuna o un coyote affamato o un licaone sbigottito. Per un momento mi sentìi appartenere alla specie  dei canidi che detesto. Animali che assimilo, arbitrariamente, agli uomini peggiori: rumorosi, vigliacchi e gregari.

 Come lo dissi a Ifigenia, lo confermò: mi sei proprio sembrato un cane: il vero cane.

Questo ci mise di buonumore.

La sera giungemmo a Predejane, in fondo alla Serbia allora. Ora è nel Kosovo. Ci fermammo a dormire in un motel.

 

La mattina assistemmo a una scena ridicola. So che oggi non sta bene dileggiare gli omosessuali scrivendo di loro, ma devo avvertirti lettore che ai miei tempi usava. Mai perseguitarli per carità, né offenderli ci mancherebbe, ma trovare ridicola la loro mimica era un’abitudine invalsa. Oggi non si può più. Anzi, i pervertiti biasimati da molti, casomai, sono quelli  che corteggiano le donne anche con stile e buon gusto.

Il malfamato che deve vergognarsi  e non darlo a vedere, oggi è il donnaiolo. Secondo me invece è un  titolo onorifico.

Chi ama le donne ama la vita, il meglio della vita come la luce del sole.  

Durante la colazione dunque assistemmo a una commedia buffa. Ifigenia mi fece notare un anziano piuttosto distinto seduto a un tavolo con un ragazzo negro giovane e bello.

So che pure scrivere o dire “negro” invece che “nero”  o  “di colore” espone a critiche, ma preferisco essere criticato piuttosto che ipocrita.

Così dico cieco invece che non vedente, morto invece che non vivente. Senza tema d’infamia lo ripeto.

Come affermo e mi vanto di essere stato un donnaiolo impenitente.

Rifarei tutto, magari anche di più e molto meglio con il senno acquisito in questo giro.

Quando arrivò il cameriere a prendere l’ordinazione, l’attempato ordinò senza scomporsi; il giovane invece cominciò ad agitarsi scuotendo la testa crespa, facendo baluginare il bianco degli occhi e dei denti, quindi con voce stridula e irritata gridò: “Omelette, no? Cosa posso volere io qui dentro? Omelette e basta! Omlette o me ne vado altrove!”. Il cameriere sbigottito rispose: “Va bene signore, omlette”.

Il vecchio cercava di ammansire il giovane dai nervi mal protesi accarezzandogli delicatamente la mano sinistra.

Riconobbi le due categorie di omosessuali: quelli miti e quelli sempre contrariati da tutto. Come tante donne, essi sono dell’uno o dell’altro tipo.

Un  loro segno di riconoscimento è darsi aria con anche  un po’ di importanza sventolando cartoline o altri pezzi di carta. Il giovane lo fece con un tovagliolo imprecando contro il caldo. Era vestito con calzoni attillatissimi e una canottiera verde buchelerrata.

Si confidò con il suo mentore ma in modo di farsi sentire anche da altri: “se quel garzone crede che in questa lurida topaia  io possa mangiare altro che una omlette e mi pone domande importune, è un cretino e uno screanzato. Dovresti sgridarlo anche tu per la sua impertinenza. Mi ha reso infelice!”.

Più tardi commentammo la scena e ne ridemmo. Però  pensai che, dopo tutto, il loro rapporto, con i capricci di un ragazzo davanti a un amante attempato, era simile al nostro e che quel giovane era la caricatura di Ifigenia mentre il vecchio era la mia controfigura.

Dunque chi non è senza difetti si astenga dal motteggio e dalla canzonatura.

 

p. s.

Avverto che non ho niente contro gli omosessuali né contro le persone di colore.

Quando insegnavo nel Veneto e mi chiamavano marochin, o addirittura negro ne ero contento. Ho sempre cercato di abbronzarmi.

Ero incerto se pubblicare questo episodio e l’ho fatto pensando che oggi quasi tutti si sentono in dovere di dire: “non sono comunista né lo sono mai stato” mentre dal 68 al 71 nelle Università dicevamo quasi tutti di esserlo. Oggi invece quasi nessuno dice “io non sono né sono mai stato omosessuale” poiché mentre essere stati comunisti è roba da anatema, essere omosessuali è un vanto, un predicato di  libertà.   

Intendo dire che dobbiamo considerare la persona, non l’etichetta, né quella che  appiccicano gli altri con  pettegolezzi insistenti, constantes rumores, né quella che ci applichiamo noi stessi.

 

Io sono gianni misto di bene e di male, di egoismo e generosità, di ignoranza e cultura uno dei tanti -tw`n pollw`n ti~ w[n (Menandro, La donna di Samo, v. 11)

Strano come altri, però contento e fiero di esserlo in maniera mia.

 

Pesaro  17  settembre  2026 ore 17  giovanni ghiselli

p. s.

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Archiloco terza e ultima parte. Gli animali e l’imprevedibilità della vita umana.


 

Concludiamo la parte dedicata ad Archiloco con pochi versi dove compaiono animali, poiché tali creature non mancano nella letteratura greca per un'attenzione  indirizzata su questa parte della natura piuttosto vicina alla nostra vita di uomini.

A tal proposito è interessante l'osservazione di Schopenhauer che" un altro errore fondamentale...del cristianesimo...è il fatto che esso, contrariamente alla natura, ha staccato l'essere umano dal mondo degli animali (...) dando valore esclusivamente all'uomo e considerando gli animali addirittura come cose"..(Parerga e Paralipomena , II vol., p.486); e, più avanti,(p.494):"l'animale nelle cose essenziali e principali, è assolutamente la stessa cosa che siamo noi...la differenza sta soltanto nelle cose accidentali, nell'intelletto, ma non nella sostanza, che è la volontà".

 In un altro libro, Il fondamento della morale  non premiato dalla Regia Società danese delle Scienze a Copenhagen il 10 gennaio 1840(p.249), il filosofo del pessimismo sistematico mette in rilievo la diversa considerazione degli animali nel cristianesimo e nelle filosofie precedenti ricordando da una parte la:"storia evangelica della retata di Pietro che il Redentore favorì al punto da sovraccaricare di pesci le barche fino a farle affondare (Luca, 5)", dall'altra "la storia di Pitagora, iniziato alla sapienza egizia, il quale acquista dai pescatori tutta la retata, mentre la rete è ancora sotto acqua, per donare poi la libertà a tutti i pesci catturati (Apuleio, De Magīa , 31)".

Veramente Apuleio fa di Pitagora un discepolo di Zoroastro, quindi racconta l'episodio con queste parole:"prodiderunt...pretio dato iussisse ilico pisces eos, qui capti tenebantur, solvi retibus et reddi profundo ", tramandarono che dopo avere pagato ordinò che i pesci tenuti prigionieri venissero liberati subito dalle reti e restituiti al fondo del mare.

Oggi l’animalismo è di moda e anche se in pochi casi arriva ai pesci tale storia dovrebbe piacere, almeno ai vegani.

 

 Nel mondo greco arcaico in realtà la distinzione tra uomini e animali viene fatta da Esiodo, in polemica con quegli umani che, poco differenziati dalle fiere, considerano legge naturale quella del più forte o della giungla.

Il poeta beota nelle Opere  (vv.202-212) racconta l'apologo dello sparviero e dell'usignolo

 dal collo variopinto, per dire che la prepotenza del rapace nei confronti dell'uccellino tenuto stretto tra gli artigli mentre geme miseramente, può essere naturale per le bestie ma non per gli uomini cui deve stare a cuore la giustizia. Infatti "l'uomo che apparecchia mali ad un altro li prepara a se stesso/ e il progetto cattivo è pessimo per chi l'ha progettato", commenta l'autore (vv.265-266).

Comunque la considerazione degli animali nella cultura classica sia presente e frequente. Basta pensare alle favole di Esopo, o alla poesia bucolica teocritea, strepitante di cicale o alle stesse bestiole pazze di sole di Aristofane negli Uccelli.  

 

A questo piccolo animale appunto fa cenno Archiloco, forse paragonandolo a se stesso molestato:

"hai preso la cicala per l'ala"( tevttiga d j ei[lhfa~ pterou') fr. 88 a D.)

 

 Già Esiodo nelle Opere (582-584) nota la significativa presenza della cicala nel quadro stagionale dell'estate:" la vibrante cicala, posata su un albero, versa il fitto canto arguto da sotto le ali".

 

Ma l'elogio della cicala si trova negli Uccelli  (vv. 1095-1096) di Aristofane che ne fa una messaggera dell'estate, una coreuta del tripudio solare:"quando la divina cantatrice grida il canto acuto/nella calura meridiana, pazza di sole hJliomanhv~.

 

Non si può non menzionare almeno, il mito platonico delle cicale che una volta erano uomini dediti al canto, tanto che la stirpe attuale, derivata da quelli, "ricevette il dono delle Muse di non avere bisogno di mangiare e di cominciare a cantare subito senza cibo né bevanda, e così fino alla morte, e poi di andare da loro ad annunciare chi degli uomini di quaggiù le onori"(Fedro  , 259B-D). 

 

 Torno ad Archiloco con un frammento (89 D.) di favola popolare, sul tipo di quella esiodea:

"questa è una favola per gli uomini

come la volpe e l'aquila

 si allearono". Troppo breve per fare un commento più specifico. Forse il primo animale simboleggia l'uomo astuto, l'aquila quello nobile e regale.

 

Platone nella Repubblica  (365c) fa dire a suu fratello Adimanto che è conveniente tirarsi dietro "la volpe furba e versatile del sapientissimo Archiloco".

 

Infine un adynaton. Si tratta del frammento (74 D) che ricorda l'eclissi di sole del 648 a.C. :

Nessuna delle cose è inaspettata né si può giurare che non avvenga (crhmavtwn a[elpton oujdevn ejstin oujd  j ajpwvtomon- ajpovmnumi-)

né fa meraviglia, poi che Zeus il padre degli Olimpii

di mezzogiorno fece notte nascosta la luce

del sole che splendeva. Madido giunse sugli uomini il terrore.

Da allora, tutto diventa credibile e attendibile

per gli uomini. Nessuno di voi si stupisca più guardando,

neppure se con i delfini le fiere cambino il pascolo

marino e a loro le onde sonanti del mare

divengano più care della terra ferma, a quelli invece il monte selvoso./ 

Il non meravigliarsi di nulla diverrà tipico del saggio: Cicerone afferma che è tipico del sapiens, tra altre cose:"nihil, cum acciderit admirari" ( Tusculanae disputationes, V. 81) non stupirsi di nessun evento.

L'adynaton (cosa impossibile) diverrà topico nella letteratura europea: menziono Virgilio buc. 1, 59-60 e Orazio Odi, I, 33, 7-9. 

 

La conclusione delle Baccanti di di Euripide vv. 1388-1392 è costituita da quattro versi topici, convenzionali. Affermano l’imprevedibiltà degli eventi da parte della limitatissima ragione umana. Gli dèi insomma, fanno quello che vogliono e gli uomini non possono farci niente.

Coro

molte sono le forme della divinità

e molti eventi in modo inaspettato (ajevlptw~) compiono gli dèi;

e i fatti aspettati non vennero portati a compimento,

mentre per quelli inaspettati un dio trovò la via.

Così è andata a finire questa azione   

Questo finale di 5 versi è topico. Uguale è la conclusione dell'Alcesti, dell'Andromaca , dell'Elena e della Medea,  (con una variazione al  primo verso: "Di molti casi Zeus è dispensatore sull' Olimpo", v. 1415).

L'Ippolito si conclude con la constatazione, da parte della Corifea che su Trezene è caduto un dolore comune, ajevlptw~ (v. 1463) che provocherà  un fluire continuo di lacrime.

 

 

Excursus Imprevedibilità degli eventi .

L'affermazione dell'imprevedibilità della vita umana in effetti costituisce uno dei tovpoi della letteratura. Si tratta di un motivo sapienziale arcaico già presente in Archiloco (fr. 58D.):"toi'" qeoi'" tiqei'n a{panta (...) pollavki" d j ajnatrevpousi kai; mavl j eu\ bebhkovta"/uJptivou" klivnous j ", bisogna attribuire ogni cosa agli dei (…) spesso rovesciano e stendono supini anche quelli ben saldi.

Il topos non manca nella cultura orientale: "Ma proprio come nel classico taoista del Tao Te Ching, quando la fortuna di un uomo tocca il fondo finalmente le cose cominciano a cambiare"[1].

Nell'Alcesti di Euripide,  Eracle anticipa il carpe diem di Orazio dicendo che non è chiaro dove andrà a parare la sorte e non è insegnabile e non si lascia cogliere con una tecnica: "ka[st j ouj didaktovn oujd j aJlivsketai tecvcnh/" (v. 786). Insomma la tecnica non capisce il destino.

 

Anche Sofocle denuncia questa insicurezza: nei suoi drammi si trova più volte l'immagine dell' altalena fatale:" nell'Esodo dell'Antigone  il messo sentenzia:"tuvch ga;r ojrqoi' kai; tuvch katarrevpei-to;n eujtucou'nta to;n te dustucou'nt j ajeiv (vv.1157-1158),  la sorte infatti raddrizza e la sorte butta giù/ il fortunato e il disgraziato via via. Nell'Edipo re  il coro chiede ad Apollo:"intorno a te ho sacro timore: che cosa, o di nuovo/o con il volgere delle stagioni ("peritellomevnai"  w{rai"") un'altra volta/effettuerai per me?"(vv. 155-157).  In questo scorrere rapido dei giorni, nel girare vorticoso delle stagioni, avvengono mutamenti continui e alcune cose si ripetono, ma altre accadono inopinatamente.

Gli ultimi versi del dramma contengono questa sentenza : sicché, uno che sia nato mortale, non ritenga felice nessuno,/considerando quell'ultimo giorno a vedersi, prima che/abbia passato il termine della vita senza avere sofferto nulla di doloroso ("pri;n  a]n   /tevrma tou' bivou peravsh/ mhde;n ajlgeino;n paqwvn", Edipo re,  vv.1528-1530).

L'imprevedibilità del futuro è denunciata anche da Deianira all'inizio delle Trachinie  (vv. 1-3) :" esiste un antico detto ("Lovgo" me;n e[st  j ajrcai'o"") diffuso tra gli uomini: che non puoi conoscere la vita di un uomo prima che uno sia defunto, né se per lui sia stata buona o cattiva".

Più avanti la Nutrice afferma addirittura che è sconsiderato (mavtaiovv" ejstin), v. 945 chi conta su due giorni o anche più: infatti non c'è il domani se prima uno non ha passato l'oggi.

 Queste parole ribadiscono gli insegnamenti delfici del  conoscere, anche attraverso se stessi, la natura umana, i suoi limiti e pure le sue connessioni con il cosmo, per  rifuggire ogni eccesso, ogni rottura dell'equilibrio e dell'armonia.


 

Un lungo excursus sulla imprevedibilità della vita umana

Ne troviamo un'eco nei Malavoglia di Verga: "Lasciò detto il povero nonno, il riso e i guai vanno a vicenda" (p. 146).

 

Pindaro afferma che Tantalo era l'uomo più amato dagli dèi che lo onoravano frequentando la sua mensa; egli però non seppe smaltire la grande felicità:" se mai i protettori dell'Olimpo onorarono un uomo/mortale, era Tantalo questo; però/ di fatto non seppe/digerire la grande felicità, e con la sazietà attirò/un acciecamento pieno di prepotenza, e su di lui/il padre sospese un macigno pesante,/che egli desidera sempre stornare dal capo/ed erra lontano dalla gioia. (Olimpica I, vv. 54-61).

 "E' il culmine della felicità quando gli dèi si assidono alla nostra tavola e portano i loro doni-ma da quel momento non è possibile che tramontare. "I venti che soffiano sulle cime incessantemente mutano. La felicità non dura a lungo ai mortali, quand'essa viene nella sua pienezza" (Pindaro, Pitiche, III, 104-106)"[2].

 

Poiché la vita umana è imprevedibile, non si può chiamare felice né fortunato chi non l'ha ancora compiuta tutta: è una constatazione della mutevolezza e imprevedibilità della tuvch, una forza soprannaturale che durante l'età ellenistica acquisterà ogni credito e sostituirà tutti gli dèi dell'Olimpo e degli Inferi.

In ogni caso questa è la conclusione delle Trachinie:"koujde;n touvtwn   o{ ti mh; Zeu" "(1278), nulla di questo che non sia Zeus.

“Cosa sa l’uomo della vita? Niente di reale. Viviamo tra figure stereotipate, simili a cartoline illustrate”[3].

 

Aristofane nella Lisistrata echeggia questo locus in chiave parodica: “ h\ povll j a[elpt j e[nestin ejn tw'/ makrw'/ bivw/ " (v. 256) davvero in una lunga vita ci sono molte cose impreviste. Infatti le donne "odiose a Euripide e a tutti gli dèi", come le definisce il corifèo (v. 283) hanno occupato l'Acropoli e intendono fare lo sciopero del sesso per impedire la continuazione della guerra. La parola d'ordine lanciata dalla loro "capa" Lisistrata è :"ajfekteva toivnun ejstivn hJmi'n tou' pevou""(v. 124), bisogna astenersi dal bischero. 

 

Nelle Rane  il personaggio Euripide recita i primi due versi della sua Antigone che non ci è arrivata:" Edipo dapprima era un uomo felice" (v. 1182)..."ma poi divenne viceversa il più infelice dei mortali" (v. 1187). Ogni giorno infatti è assolutamente diverso dal precedente. Soprattutto per chi ricerca. “ Edipo è l’uomo della ricerca, colui che interroga, indaga. Da quando ha lasciato Corinto per partire all’avventura, è anche un uomo per cui l’avventura della riflessione, dell’indagine è sempre una strada da tentare. Edipo non si ferma[4].    

Concetti analoghi si trovano in diversi drammi euripidèi.

Nel terzo Stasimo delle Baccanti le Menadi cantano " to; de; kat j h\mar  o{tw/ bivoto"-eujdaivmwn, makarivzw" (vv. 910-911), considero beato l'uomo la cui vita è felice giorno per giorno.

 Nell'Ippolito  il coro sentenzia:" oujk oi\d j o{pw" ei[poim j a]n eujtucei'n tina-qnhtw'n: ta; ga;r dh; prw't j ajnevstraptai pavlin"(vv. 981-982), non so come potrei dire che alcuno dei mortali è fortunato: infatti le posizioni più alte vengono rovesciate.

Nell'Ecuba  la vecchia regina, dopo il sacrificio-assassinio della figlia Polissena constata la vanità della ricchezza e del potere, quindi conclude:"kei'no" ojlbiwvtato" ,- o}tw// kat j h\mar tugcavnei mhde;n kakovn"(vv. 627-628), il più fortunato è quello cui giorno per giorno non tocca nessun male.

Negli Eraclidi il Messaggero che porta la notizia della sconfitta di Euristeo conclude il suo racconto con questa sentenza derivata dall’insegnamento della sorte del persecutore abbattuto: “to;n eujtucei'n dokou'nta mh; zhlou'n pri;n a]n-qanovnt j i[dh/ ti~: w;~ ejfhvmeroi tuvcai” (vv. 865-866), non si deve invidiare quello che sembra avere successo, prima di averlo visto morto; poiché le fortune cambiano ogni giorno.

 Nelle Troiane  la vedova di Priamo  insegna:"nessuno dei felici considerate che sia fortunato, prima che sia morto"(vv. 509-510).

 In un'altra cara tragedia di Euripide, l'Andromaca , leggiamo:"Crh; d j ou[pot j eijpei'n oujdevn j o[lbion brotw'n-pri;n a]n qanovnto" th;n teleutaivan i[dh/"- o}pw" peravsa" hJmevran h}xei kavtw"(vv.100-102), non bisogna dire mai felice uno dei mortali/prima che tu abbia visto l'ultimo giorno/ del defunto, come, avendolo passato, andrà laggiù.

 

 Nell'Eracle il Coro constata che in un attimo il dio ha rovesciato un uomo felice, e in un attimo i figli dell’eroe spireranno per mano del padre:"tacu; to;n eujtuch' metevbalen daivmwn-tacu; de; pro;" patro;" tevkn j ejkpneuvsetai " (vv. 884-885).

 

Nel primo stasimo dell’Oreste il coro di donne argive sentenzia: oJ mevga~ o[lbo~ ouj movnimo~ ejn brotoi'~ (v. 340), la grande prosperità non è stabile per i mortali.

 Nel terzo stasimo le coreute compiangono le stirpi mortali e le invitano a considerare wJ~ par j ejlpivda~-moi'ra baivnei (vv. 976-977), come il destino proceda contro ogni attesa.  Il dolore tocca ora all’uno ora all’altro in un lungo periodo e ogni vita di mortali è imponderabile (979-981). 

 

Nel Thyestes di Seneca il terzo coro di vecchi micenei approva la conciliazione offerta da Atreo, ma non conosce le vere intenzioni del tiranno, e ammonisce i regnanti sulla mutevolezza della sorte:"Nulla sors longa est: dolor ac voluptas/invicem cedunt; brevior voluptas./Ima permutat levis hora summis" (vv. 596-598), nessuna sorte dura a lungo: il dolore e il piacere si alternano; più breve è il piacere. Un'ora veloce cambia gli abissi con le cime.

 

La non prevedibilità della felicità o infelicità della vita fa parte non solo della sapienza tragica, ma anche di quella erodotea: il Solone dello storiografo di Alicarnasso dichiara a Creso che, essendo la vita umana fatta mediamente di 26250 giorni, nessuno di questi porta una situazione uguale all'altro, pertanto l'uomo è del tutto in balìa degli eventi ("pa'n ejsti a[nqrwpo" sumforhv" (1, 32, 4). Quindi, sebbene il saggio ateniese  abbia visto che il re di Lidia è ricco e potente, non può dire se sia felicissimo prima di avere avuto la notizia che ha finito bene la vita[5]. Tucidide viceversa ha la pretesa di assicurarci, dandoci regole per i fatti che si ripresenterebbero sempre nello stesso modo.

 

Santo Mazzarino mette in rilievo un quesito ricorrente nell'opera di Erodoto :" l’unità dell’opera erodotea è dominata, appunto, da alcuni motivi centrali; motivi che commuovevano ed esaltavano la pubblica opinione di tutti i Greci. E con questa trama andranno spiegate le corrispondenze di più ampio respiro, che attraversano l’opera: il colloquio tra Creso e Solone nel lovgo~ lidio, al quale fanno eco le parole di Artabano a Serse (VII 46, 3-4)[6].

Dall’attuale primo libro, dunque, al settimo si richiama questa domanda essenziale per il pensiero di Erodoto: “Son felici il ricco e il monarca? Perché il vivere può preferirsi al morire?”. A questa domanda rispondono i discorsi tra Creso e Solone, tra Serse e Artabano...anche Anassagora si sforzava di rispondere alla stessa domanda...secondo Anassagora il dotto soprattutto era felice"[7].

 

Nelle Storie di Polibio, Annibale prima della battaglia di Zama (202 a. C.) parla a Scipione cercando un accordo: io ho sperimentato come la tuvch sia mutevole, gli dice, e faccia pendere la bilancia alternatamente da una parte o dall’altra kaqavper eij nhpivoi~ paisi; crwmevnh (15, 6, 8), come se trattasse con dei bambini infanti.

 

 Platone che nel Gorgia (470e) fa dire a Socrate di non sapere se il gran re dei Persiani sia felice poiché non sa come stia quanto a paideia e a giustizia:"ouj ga;r oi\da paideiva" o{pw" e[cei kai; dikaiosuvnh" ; quindi, a Polo che lo incalza, chiedendogli se la felicità consista in questo, risponde che l'uomo e la donna sono felici quando sono belli e buoni, quando sono ingiusti e malvagi invece sono infelici.

 Nelle Leggi (VII, 802a) più in generale  Platone afferma che "non è cosa sicura onorare i viventi con inni e canti prima che ciascuno abbia percorso fino in fondo tutta la vita e vi abbia posto una bella fine". 

Vediamo ancora la formulazione del tovpo" data da Ovidio:"Iam stabant Thebae, poteras iam, Cadme, videri/exilio felix: soceri tibi Marsque Venusque…sed scilicet ultima semper /expectanda dies hominis, dicique beatus/ante obitum nemo supremaque funera debet" (Metamorfosi , III, 135-137), già era costruita Tebe, e tu Cadmo potevi sembrare felice nell'esilio: avevi come suoceri Venere e Marte…ma certo bisogna sempre aspettare l'ultimo giorno dell'uomo e nessuno può dirsi beato prima dell'ultima funebre pompa!

 

 Essere felici secondo Strabone (I-II sec. d. C. Geografia) è un atto di pietas. Infernale è colpevole allora può essere considerata l'infelicità afferma U. Hesse

" E' una vergogna essere infelici. E' una vergogna non poter mostrare a nessuno la propria vita, dover nascondere e dissimulare qualcosa"[8].

 

Anche le malattie talora vengono considerate segno di colpa. Quando il principe Andrej Bolkonskij domanda al padre :"Come va la vostra salute?", il vecchio risponde:"Mio caro, solo gli stupidi e i viziosi si ammalano. Tu però mi conosci: dalla mattina alla sera sono occupato, sobrio, e quindi sano"[9].

 

“La malattia porta con sé minorazioni sensorie, deficienze, narcosi provvidenziali, misure di adattamento e di alleggerimento spirituali e morali della natura, che il sano ingenuamente dimentica di mettere in conto. L’esempio migliore era tutta quella marmaglia di malati di petto con la loro leggerezza, la loro stupidaggine, il loro leggero libertinaggio, e la mancanza di buona volontà per raggiungere la salute”. (T. Mann, La montagna incantata, II, p. 119. E’ l’umanista Settembrini che parla.)

La teoria della inumanità della malattia convince Hans Castorp, la cui anima viene contesa dall’umanista Settembrini che l’ha esposta, e dal suo rivale Naphta: “Giovanni Castorp trovò la cosa bellissima , interessante, e disse al signor Settembrini che la sua teoria plastica lo aveva completamente conquistato. Poiché, si dicesse pure quello che si voleva-e qualcosa si poteva pur dire; per esempio: che la malattia era uno stato vitale accentuato, ed aveva quindi in sé qualcosa di festivo, di solenne-si dicesse dunque pure quello che si voleva, fatto sta che la malattia significava una superaccentuazione dell’elemento corporeo; essa additava, per così dire, all’uomo il suo corpo e lo riconduceva, lo respingeva ad esso, pregiudicando la dignità umana fino al suo annientamento, appunto perché abbassava l’uomo fino a diventare soltanto corpo. La malattia era dunque inumana”.

Il gesuita naturalmente ribatte e confuta questa teoria: “Naphta replicò dicendo che la malattia era invece altamente umana; poiché essere uomo significa essere malato”[10]. 

 

 Laboriosità e pietas si addicono molto alla salute. La Salus per i latini era una divinità, di antica origine italica. Plauto la menziona più volte (Captivi 529; Poenulus 128).

 

In conclusione: la pretesa odierna di assicurarsi dalle sventure è fasulla e non rende la vita più sicura né più sana né felice.       

"Ognuno deve essere pienamente consapevole che la propria vita è un'avventura anche quando la crede chiusa in una sicurezza da burocrate: ogni destino umano comporta un'irriducibile incertezza anche nella certezza assoluta, che è quella della sua morte, poiché se ne ignora la data. Ognuno deve essere pienamente consapevole di partecipare all'avventura dell'umanità, che è, ormai con una velocità accelerata, proiettata verso l'ignoto" (E. Morin, La testa ben fatta,, p. 64).

 

 

“La formula del poeta greco Euripide, antica di venticinque secoli, è più attuale che mai: “L’atteso non si compie, all’inatteso si apre la via”. L’abbandono delle concezioni deterministe della storia umana, che credevano di poter predire il nostro futuro, l’esame dei grandi eventi del nostro secolo che furono tutti inattesi, il carattere ormai ignoto dell’avventura umana devono incitarci a predisporre la mente ad aspettarsi l’inatteso per affrontarlo…Non abbiamo ancora incorporato il messaggio di Euripide: attendersi l’inatteso. La fine del XX secolo è stata tuttavia propizia, per comprendere l’irrimediabile incertezza della storia umana. I secoli precedenti hanno sempre creduto in un futuro o ripetitivo o progressivo. Il XX secolo ha scoperto la perdita del futuro, cioè la sua imprevedibilità. Questa presa di coscienza deve essere accompagnata da un’altra, retroattiva e correlativa: quella secondo cui la storia umana è stata e rimane un’avventura ignota” (E Morin, I sette saperi, p. 14 e p. 81).

 Ho insistito su questo tovpo" dandone parecchie testimonianze poiché adesso i più cercano disperatamente, e risibilmente, di assicurarsi su tutto, da tutto. La grande angoscia dei giorni di stragi e poi di guerre terroristiche  deriva in massima parte dallo squarcio che si è aperto orrendamente nella stupida illusione della programmabilità e prevedibilità della nostra vita dal primo momento all'ultimo.

 

Fine Archiloco

 

Pesaro  17 settembre 2026 giovanni ghiselli ore 11, 24.

Ieri sera, appunto, un dolore imprevedibile nel corso di una cena. Bisogna essere preparati. I classici aiutano.

p. s.

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[1] Qiu Xiaolung, Quando il rosso  è nero, p 63.

[2] M. Cacciari, L'arcipelago, p. 53.

[3] Sándor  Márai, La sorella, p. 39.

[4] J. P. Vernant, L’Universo, gli dèi, gli uomini,  p. 167.

[5] In un testo  più recente, le Metamorfosi  di Ovidio, troviamo la medesima sentenza della tragedia e di Erodoto, a proposito di Cadmo:"sed scilicet ultima semper/exspectanda dies hominis, dicique beatus/ante obitum nemo supremaque funera debet "(III, 135-137), ma certo bisogna sempre aspettare l'ultima ora dell'uomo e nessuno deve essere chiamato felice prima della morte e delle esequie estreme. 

[6] E’ un momento di “sapienza silenica”:  Serse, invadendo la Grecia, vide l'Ellesponto coperto dalle navi e dapprima si disse beato (oJ  Xevrxh" eJwuto;n ejmakavrise, VII, 45), ma subito dopo scoppiò a piangere (meta; de; tou'to ejdavkruse) al pensiero di quanto è breve la vita umana. Allora Artabano, lo zio paterno, lo consolò dicendogli che, essendo la vita travagliata, la morte è il rifugio preferibile per l'uomo ("ouJvtw" oJ me;n qavnato" mocqhrh'" ejouvsh" th'" zovh", katafugh; aiJretwtavth tw'/ ajnqrwvpw/ gevgone", VII, 46, 4) ndr..   

 

[7]S. Mazzarino, Il pensiero storico classico  I, pp. 178 e 179.

[8] H. Hesse, Rosshalde (del 1914), p. 78.

[9] L. Tolstoj, Guerra e pace, p. 146.

[10] T. Mann, La montagna incantata, II, p. 134.