Concludiamo
la parte dedicata ad Archiloco con pochi
versi dove compaiono animali, poiché tali creature non mancano nella
letteratura greca per un'attenzione indirizzata su questa parte della natura
piuttosto vicina alla nostra vita di uomini.
A
tal proposito è interessante l'osservazione di Schopenhauer che" un altro errore fondamentale...del
cristianesimo...è il fatto che esso, contrariamente alla natura, ha staccato
l'essere umano dal mondo degli animali (...) dando valore esclusivamente
all'uomo e considerando gli animali addirittura come cose"..(Parerga e Paralipomena , II vol.,
p.486); e, più avanti,(p.494):"l'animale nelle cose essenziali e
principali, è assolutamente la stessa cosa che siamo noi...la differenza sta soltanto
nelle cose accidentali, nell'intelletto, ma non nella sostanza, che è la
volontà".
In un altro libro, Il fondamento della morale non
premiato dalla Regia Società danese delle Scienze a Copenhagen il 10
gennaio 1840(p.249), il filosofo del pessimismo sistematico mette in rilievo la
diversa considerazione degli animali nel cristianesimo e nelle filosofie
precedenti ricordando da una parte la:"storia evangelica della retata di Pietro che il Redentore favorì al
punto da sovraccaricare di pesci le barche fino a farle affondare (Luca,
5)", dall'altra "la storia di
Pitagora, iniziato alla sapienza egizia, il quale acquista dai pescatori tutta la retata, mentre la rete è
ancora sotto acqua, per donare poi la libertà a tutti i pesci catturati (Apuleio, De Magīa , 31)".
Veramente
Apuleio fa di Pitagora un discepolo di Zoroastro, quindi racconta l'episodio
con queste parole:"prodiderunt...pretio dato iussisse ilico
pisces eos, qui capti tenebantur, solvi retibus et reddi profundo ",
tramandarono che dopo avere pagato ordinò che i pesci tenuti prigionieri
venissero liberati subito dalle reti e restituiti al fondo del mare.
Oggi
l’animalismo è di moda e anche se in pochi casi arriva ai pesci tale storia dovrebbe
piacere, almeno ai vegani.
Nel mondo greco arcaico in realtà la
distinzione tra uomini e animali viene fatta da Esiodo, in polemica con quegli umani che, poco differenziati dalle
fiere, considerano legge naturale quella del più forte o della giungla.
Il
poeta beota nelle Opere (vv.202-212) racconta l'apologo dello sparviero e dell'usignolo
dal collo variopinto, per dire che la
prepotenza del rapace nei confronti dell'uccellino tenuto stretto tra gli
artigli mentre geme miseramente, può essere naturale per le bestie ma non per
gli uomini cui deve stare a cuore la giustizia. Infatti "l'uomo che
apparecchia mali ad un altro li prepara a se stesso/ e il progetto cattivo è
pessimo per chi l'ha progettato", commenta l'autore (vv.265-266).
Comunque
la considerazione degli animali nella cultura classica sia presente e
frequente. Basta pensare alle favole di
Esopo, o alla poesia bucolica teocritea, strepitante di cicale o alle stesse
bestiole pazze di sole di Aristofane negli Uccelli.
A
questo piccolo animale appunto fa cenno Archiloco, forse paragonandolo a se
stesso molestato:
"hai preso la cicala per l'ala"( tevttiga d j ei[lhfa~ pterou') fr. 88
a D.)
Già
Esiodo nelle Opere (582-584) nota
la significativa presenza della cicala nel quadro stagionale dell'estate:"
la vibrante cicala, posata su un albero, versa il fitto canto arguto da sotto
le ali".
Ma
l'elogio della cicala si trova negli Uccelli (vv. 1095-1096) di Aristofane che ne fa una messaggera dell'estate, una coreuta del tripudio
solare:"quando la divina cantatrice grida il canto acuto/nella calura
meridiana, pazza di sole hJliomanhv~.
Non
si può non menzionare almeno, il mito
platonico delle cicale che una volta
erano uomini dediti al canto, tanto che la stirpe attuale, derivata da quelli,
"ricevette il dono delle Muse di non avere bisogno di mangiare e di
cominciare a cantare subito senza cibo né bevanda, e così fino alla morte, e
poi di andare da loro ad annunciare chi degli uomini di quaggiù le onori"(Fedro , 259B-D).
Torno ad Archiloco con un frammento (89 D.) di
favola popolare, sul tipo di quella esiodea:
"questa è una favola per gli uomini
come la volpe e l'aquila
si allearono". Troppo breve per fare un commento più specifico. Forse il primo
animale simboleggia l'uomo astuto, l'aquila quello nobile e regale.
Platone nella Repubblica (365c) fa dire a suu fratello Adimanto che è
conveniente tirarsi dietro "la volpe furba e versatile del sapientissimo
Archiloco".
Infine
un adynaton. Si tratta del
frammento (74 D) che ricorda l'eclissi di sole del 648 a.C. :
Nessuna
delle cose è inaspettata né si può giurare che non avvenga (crhmavtwn a[elpton oujdevn
ejstin oujd j ajpwvtomon- ajpovmnumi-)
né
fa meraviglia, poi che Zeus il padre degli Olimpii
di
mezzogiorno fece notte nascosta la luce
del
sole che splendeva. Madido giunse sugli uomini il terrore.
Da
allora, tutto diventa credibile e attendibile
per
gli uomini. Nessuno di voi si stupisca più guardando,
neppure
se con i delfini le fiere cambino il pascolo
marino
e a loro le onde sonanti del mare
divengano
più care della terra ferma, a quelli invece il monte selvoso./
Il
non meravigliarsi di nulla diverrà tipico del saggio: Cicerone afferma che è tipico del sapiens, tra altre
cose:"nihil, cum acciderit admirari" ( Tusculanae disputationes, V. 81) non
stupirsi di nessun evento.
L'adynaton (cosa impossibile) diverrà topico nella letteratura
europea: menziono Virgilio buc. 1, 59-60 e Orazio Odi, I, 33,
7-9.
La conclusione delle Baccanti di di Euripide vv. 1388-1392 è costituita da quattro versi topici,
convenzionali. Affermano l’imprevedibiltà degli eventi da parte della
limitatissima ragione umana. Gli dèi insomma, fanno quello che vogliono e gli
uomini non possono farci niente.
Coro
molte sono le forme della divinità
e molti eventi in modo inaspettato (ajevlptw~) compiono gli
dèi;
e i fatti aspettati non vennero portati a compimento,
mentre per quelli inaspettati un dio trovò la via.
Così è andata a finire questa azione
Questo finale di 5 versi è topico. Uguale è la
conclusione dell'Alcesti, dell'Andromaca , dell'Elena e della Medea, (con una variazione al primo verso: "Di molti casi Zeus
è dispensatore sull' Olimpo", v. 1415).
L'Ippolito
si conclude con la constatazione, da parte della Corifea che su Trezene è
caduto un dolore comune, ajevlptw~ (v. 1463) che provocherà un fluire continuo di lacrime.
Excursus Imprevedibilità
degli eventi .
L'affermazione dell'imprevedibilità della vita umana
in effetti costituisce uno dei tovpoi della letteratura. Si
tratta di un motivo sapienziale arcaico già presente in Archiloco (fr.
58D.):"toi'"
qeoi'" tiqei'n a{panta (...) pollavki" d j ajnatrevpousi kai; mavl j
eu\ bebhkovta"/uJptivou" klivnous j ", bisogna attribuire ogni cosa agli dei (…) spesso
rovesciano e stendono supini anche quelli ben saldi.
Il topos non manca nella cultura orientale: "Ma
proprio come nel classico taoista del Tao
Te Ching, quando la fortuna di un uomo tocca il fondo finalmente le cose
cominciano a cambiare".
Nell'Alcesti di Euripide, Eracle
anticipa il carpe diem di Orazio dicendo che non è chiaro dove andrà a parare
la sorte e non è insegnabile e non si lascia cogliere con una tecnica: "ka[st j ouj didaktovn oujd j
aJlivsketai tecvcnh/" (v. 786).
Insomma la tecnica non capisce il destino.
Anche Sofocle denuncia
questa insicurezza: nei suoi drammi si trova più volte
l'immagine dell' altalena fatale:" nell'Esodo dell'Antigone il messo sentenzia:"tuvch ga;r ojrqoi' kai; tuvch
katarrevpei-to;n eujtucou'nta to;n te dustucou'nt j ajeiv (vv.1157-1158), la sorte infatti raddrizza e la sorte butta
giù/ il fortunato e il disgraziato via via. Nell'Edipo re il coro chiede ad Apollo:"intorno a te
ho sacro timore: che cosa, o di nuovo/o con il volgere delle stagioni ("peritellomevnai" w{rai"") un'altra volta/effettuerai per me?"(vv.
155-157). In questo scorrere rapido dei
giorni, nel girare vorticoso delle stagioni, avvengono mutamenti continui e
alcune cose si ripetono, ma altre accadono inopinatamente.
Gli ultimi versi del dramma
contengono questa sentenza : sicché, uno che sia nato mortale, non ritenga
felice nessuno,/considerando quell'ultimo giorno a vedersi, prima che/abbia
passato il termine della vita senza avere sofferto nulla di doloroso ("pri;n a]n /tevrma tou' bivou peravsh/
mhde;n ajlgeino;n paqwvn",
Edipo re, vv.1528-1530).
L'imprevedibilità del futuro è
denunciata anche da Deianira all'inizio delle Trachinie (vv. 1-3) :" esiste un antico detto
("Lovgo"
me;n e[st j ajrcai'o"") diffuso tra gli uomini: che
non puoi conoscere la vita di un uomo prima che uno sia defunto, né se per lui
sia stata buona o cattiva".
Più avanti la Nutrice afferma
addirittura che è sconsiderato (mavtaiovv" ejstin), v. 945 chi conta su due giorni o anche più:
infatti non c'è il domani se prima uno non ha passato l'oggi.
Queste parole ribadiscono gli insegnamenti delfici del conoscere, anche attraverso se stessi, la
natura umana, i suoi limiti e pure le sue connessioni con il cosmo, per rifuggire ogni eccesso, ogni rottura
dell'equilibrio e dell'armonia.
Un lungo excursus
sulla imprevedibilità della vita umana
Ne troviamo un'eco nei Malavoglia di Verga:
"Lasciò detto il povero nonno, il riso e i guai vanno a vicenda" (p.
146).
Pindaro afferma che Tantalo era l'uomo più amato dagli dèi che lo onoravano
frequentando la sua mensa; egli però non
seppe smaltire la grande felicità:"
se mai i protettori dell'Olimpo onorarono un uomo/mortale, era Tantalo questo;
però/ di fatto non seppe/digerire la grande felicità, e con la sazietà
attirò/un acciecamento pieno di prepotenza, e su di lui/il padre sospese un
macigno pesante,/che egli desidera sempre stornare dal capo/ed erra lontano
dalla gioia. (Olimpica I, vv. 54-61).
"E' il
culmine della felicità quando gli dèi si assidono alla nostra tavola e portano
i loro doni-ma da quel momento non è possibile che tramontare. "I venti
che soffiano sulle cime incessantemente mutano. La felicità non dura a lungo ai
mortali, quand'essa viene nella sua pienezza" (Pindaro, Pitiche, III, 104-106)".
Poiché la vita umana è imprevedibile, non si può
chiamare felice né fortunato chi non l'ha ancora compiuta tutta: è una
constatazione della mutevolezza e imprevedibilità della tuvch, una forza soprannaturale che durante l'età
ellenistica acquisterà ogni credito e sostituirà tutti gli dèi dell'Olimpo e
degli Inferi.
In ogni caso questa è la conclusione delle Trachinie:"koujde;n touvtwn o{ ti mh; Zeu" "(1278), nulla di questo che non sia Zeus.
“Cosa sa l’uomo della vita? Niente di reale. Viviamo
tra figure stereotipate, simili a cartoline illustrate”.
Aristofane
nella Lisistrata echeggia questo
locus in chiave parodica: “ h\ povll j a[elpt j e[nestin ejn tw'/ makrw'/ bivw/ " (v. 256) davvero in una
lunga vita ci sono molte cose impreviste. Infatti le donne "odiose a
Euripide e a tutti gli dèi", come le definisce il corifèo (v. 283) hanno
occupato l'Acropoli e intendono fare lo sciopero del sesso per impedire la
continuazione della guerra. La parola d'ordine lanciata dalla loro
"capa" Lisistrata è :"ajfekteva toivnun ejstivn hJmi'n tou' pevou""(v. 124), bisogna astenersi dal bischero.
Nelle Rane il personaggio Euripide
recita i primi due versi della sua Antigone
che non ci è arrivata:" Edipo dapprima era un uomo felice" (v.
1182)..."ma poi divenne viceversa il più infelice dei mortali" (v.
1187). Ogni giorno infatti è assolutamente diverso dal precedente. Soprattutto
per chi ricerca. “ Edipo è l’uomo della ricerca, colui che interroga, indaga.
Da quando ha lasciato Corinto per partire all’avventura, è anche un uomo per
cui l’avventura della riflessione, dell’indagine è sempre una strada da
tentare. Edipo non si ferma”.
Concetti analoghi si trovano in diversi
drammi euripidèi.
Nel terzo Stasimo delle Baccanti le
Menadi cantano " to; de; kat j h\mar
o{tw/ bivoto"-eujdaivmwn, makarivzw" (vv. 910-911), considero beato l'uomo la cui vita è felice
giorno per giorno.
Nell'Ippolito il coro sentenzia:" oujk oi\d j o{pw" ei[poim j
a]n eujtucei'n tina-qnhtw'n: ta; ga;r dh; prw't j ajnevstraptai pavlin"(vv. 981-982), non so come potrei dire che
alcuno dei mortali è fortunato: infatti le posizioni più alte vengono
rovesciate.
Nell'Ecuba la vecchia regina, dopo il
sacrificio-assassinio della figlia Polissena constata la vanità della ricchezza
e del potere, quindi conclude:"kei'no" ojlbiwvtato" ,- o}tw// kat j h\mar
tugcavnei mhde;n kakovn"(vv.
627-628), il più fortunato è quello cui giorno per giorno non tocca nessun
male.
Negli Eraclidi il
Messaggero che porta la notizia della sconfitta di Euristeo conclude il suo
racconto con questa sentenza derivata dall’insegnamento della sorte del
persecutore abbattuto: “to;n
eujtucei'n dokou'nta mh; zhlou'n pri;n a]n-qanovnt j i[dh/ ti~: w;~ ejfhvmeroi
tuvcai” (vv. 865-866), non si deve
invidiare quello che sembra avere successo, prima di averlo visto morto; poiché
le fortune cambiano ogni giorno.
Nelle Troiane la vedova di Priamo insegna:"nessuno dei felici considerate che
sia fortunato, prima che sia morto"(vv. 509-510).
In un'altra cara tragedia di Euripide, l'Andromaca , leggiamo:"Crh; d j ou[pot j eijpei'n
oujdevn j o[lbion brotw'n-pri;n a]n qanovnto" th;n teleutaivan
i[dh/"- o}pw" peravsa" hJmevran h}xei kavtw"(vv.100-102), non bisogna
dire mai felice uno dei mortali/prima che tu abbia visto l'ultimo giorno/ del
defunto, come, avendolo passato, andrà laggiù.
Nell'Eracle il Coro
constata che in un attimo il dio ha rovesciato un uomo felice, e in un attimo i
figli dell’eroe spireranno per mano del padre:"tacu;
to;n eujtuch' metevbalen daivmwn-tacu; de; pro;" patro;" tevkn j
ejkpneuvsetai " (vv. 884-885).
Nel primo
stasimo dell’Oreste il coro di
donne argive sentenzia: oJ mevga~ o[lbo~ ouj movnimo~ ejn brotoi'~ (v. 340),
la grande prosperità non è stabile per i mortali.
Nel terzo stasimo le coreute compiangono le
stirpi mortali e le invitano a considerare wJ~ par j ejlpivda~-moi'ra
baivnei (vv.
976-977), come il destino proceda contro ogni attesa. Il dolore tocca ora all’uno ora all’altro in
un lungo periodo e ogni vita di mortali è imponderabile (979-981).
Nel Thyestes di Seneca il terzo coro di vecchi micenei approva
la conciliazione offerta da Atreo, ma non conosce le vere intenzioni del
tiranno, e ammonisce i regnanti sulla mutevolezza della sorte:"Nulla sors
longa est: dolor ac voluptas/invicem cedunt; brevior voluptas./Ima permutat
levis hora summis" (vv. 596-598), nessuna sorte dura a lungo: il
dolore e il piacere si alternano; più breve è il piacere. Un'ora veloce cambia
gli abissi con le cime.
La non prevedibilità della felicità o infelicità della vita fa parte
non solo della sapienza tragica, ma anche di quella erodotea: il Solone dello
storiografo di Alicarnasso dichiara a Creso che, essendo la vita umana fatta
mediamente di 26250 giorni, nessuno di questi porta una situazione uguale
all'altro, pertanto l'uomo è del tutto
in balìa degli eventi ("pa'n ejsti a[nqrwpo"
sumforhv" (1,
32, 4). Quindi, sebbene il saggio ateniese
abbia visto che il re di Lidia è ricco e potente, non può dire se sia
felicissimo prima di avere avuto la notizia che ha finito bene la vita.
Tucidide viceversa ha la pretesa di assicurarci, dandoci regole per i fatti che
si ripresenterebbero sempre nello stesso modo.
Santo Mazzarino
mette in rilievo un quesito ricorrente nell'opera di Erodoto :" l’unità
dell’opera erodotea è dominata, appunto, da alcuni motivi centrali; motivi che
commuovevano ed esaltavano la pubblica opinione di tutti i Greci. E con questa
trama andranno spiegate le corrispondenze di più ampio respiro, che
attraversano l’opera: il colloquio tra Creso e Solone nel lovgo~ lidio, al quale fanno eco le parole di Artabano a
Serse (VII 46, 3-4).
Dall’attuale primo libro, dunque, al settimo si
richiama questa domanda essenziale per il pensiero di Erodoto: “Son felici il
ricco e il monarca? Perché il vivere può preferirsi al morire?”. A questa
domanda rispondono i discorsi tra Creso e Solone, tra Serse e Artabano...anche
Anassagora si sforzava di rispondere alla stessa domanda...secondo Anassagora
il dotto soprattutto era felice".
Nelle
Storie di Polibio, Annibale prima della battaglia di Zama (202 a. C.) parla a Scipione
cercando un accordo: io ho sperimentato come la tuvch sia mutevole, gli dice, e faccia pendere la bilancia
alternatamente da una parte o dall’altra kaqavper eij nhpivoi~ paisi; crwmevnh (15, 6, 8), come se trattasse con dei
bambini infanti.
Platone
che nel Gorgia (470e) fa
dire a Socrate di non sapere se il gran re dei Persiani sia felice poiché non
sa come stia quanto a paideia e a giustizia:"ouj ga;r oi\da paideiva"
o{pw" e[cei kai; dikaiosuvnh" ;
quindi, a Polo che lo incalza, chiedendogli se la felicità consista in questo,
risponde che l'uomo e la donna sono felici quando sono belli e buoni, quando
sono ingiusti e malvagi invece sono infelici.
Nelle Leggi (VII, 802a) più in
generale Platone afferma che "non è cosa sicura onorare i viventi con
inni e canti prima che ciascuno abbia percorso fino in fondo tutta la vita e vi
abbia posto una bella fine".
Vediamo ancora la formulazione del tovpo" data da Ovidio:"Iam
stabant Thebae, poteras iam, Cadme, videri/exilio felix: soceri tibi Marsque
Venusque…sed scilicet ultima semper /expectanda dies hominis, dicique
beatus/ante obitum nemo supremaque funera debet" (Metamorfosi , III,
135-137), già era costruita Tebe, e tu Cadmo potevi sembrare felice
nell'esilio: avevi come suoceri Venere e Marte…ma certo bisogna sempre
aspettare l'ultimo giorno dell'uomo e nessuno può dirsi beato prima dell'ultima
funebre pompa!
Essere felici
secondo Strabone (I-II sec. d. C. Geografia)
è un atto di pietas. Infernale è colpevole allora può essere considerata
l'infelicità afferma U. Hesse
" E' una vergogna essere infelici. E' una
vergogna non poter mostrare a nessuno la propria vita, dover nascondere e
dissimulare qualcosa".
Anche le
malattie talora vengono considerate segno di colpa. Quando il principe Andrej Bolkonskij domanda al
padre :"Come va la vostra salute?", il vecchio risponde:"Mio
caro, solo gli stupidi e i viziosi si ammalano. Tu però mi conosci: dalla
mattina alla sera sono occupato, sobrio, e quindi sano".
“La malattia porta con sé minorazioni sensorie,
deficienze, narcosi provvidenziali, misure di adattamento e di alleggerimento
spirituali e morali della natura, che il sano ingenuamente dimentica di mettere
in conto. L’esempio migliore era tutta quella marmaglia di malati di petto con
la loro leggerezza, la loro stupidaggine, il loro leggero libertinaggio, e la
mancanza di buona volontà per raggiungere la salute”. (T. Mann, La montagna incantata, II, p. 119. E’
l’umanista Settembrini che parla.)
La teoria della inumanità della malattia convince Hans
Castorp, la cui anima viene contesa dall’umanista Settembrini che l’ha esposta,
e dal suo rivale Naphta: “Giovanni Castorp trovò la cosa bellissima ,
interessante, e disse al signor Settembrini che la sua teoria plastica lo aveva
completamente conquistato. Poiché, si dicesse pure quello che si voleva-e
qualcosa si poteva pur dire; per esempio: che la malattia era uno stato vitale
accentuato, ed aveva quindi in sé qualcosa di festivo, di solenne-si dicesse
dunque pure quello che si voleva, fatto
sta che la malattia significava una superaccentuazione dell’elemento corporeo;
essa additava, per così dire, all’uomo il suo corpo e lo riconduceva, lo
respingeva ad esso, pregiudicando la dignità umana fino al suo annientamento,
appunto perché abbassava l’uomo fino a diventare soltanto corpo. La malattia
era dunque inumana”.
Il gesuita naturalmente ribatte e confuta questa
teoria: “Naphta replicò dicendo che la malattia era invece altamente umana;
poiché essere uomo significa essere malato”.
Laboriosità e pietas
si addicono molto alla salute. La
Salus per i latini era una divinità, di antica origine
italica. Plauto la menziona più volte (Captivi 529; Poenulus
128).
In conclusione: la pretesa odierna di assicurarsi
dalle sventure è fasulla e non rende la vita più sicura né più sana né
felice.
“La formula del poeta greco
Euripide, antica di venticinque secoli, è più attuale che mai: “L’atteso non si
compie, all’inatteso si apre la via”. L’abbandono delle concezioni deterministe
della storia umana, che credevano di poter predire il nostro futuro, l’esame
dei grandi eventi del nostro secolo che furono tutti inattesi, il carattere
ormai ignoto dell’avventura umana devono incitarci a predisporre la mente ad
aspettarsi l’inatteso per affrontarlo…Non abbiamo ancora incorporato il
messaggio di Euripide: attendersi l’inatteso. La fine del XX secolo è stata
tuttavia propizia, per comprendere l’irrimediabile incertezza della storia
umana. I secoli precedenti hanno sempre creduto in un futuro o ripetitivo o
progressivo. Il XX secolo ha scoperto la perdita del futuro, cioè la sua
imprevedibilità. Questa presa di coscienza deve essere accompagnata da
un’altra, retroattiva e correlativa: quella secondo cui la storia umana è stata
e rimane un’avventura ignota” (E Morin, I sette saperi, p. 14 e p. 81).
Ho insistito su questo tovpo" dandone parecchie testimonianze
poiché adesso i più cercano disperatamente, e risibilmente, di assicurarsi su
tutto, da tutto.
La grande angoscia dei giorni di stragi e poi di guerre terroristiche deriva in massima parte dallo squarcio che si
è aperto orrendamente nella stupida illusione della programmabilità e
prevedibilità della nostra vita dal primo momento all'ultimo.
Fine Archiloco
Pesaro
17 settembre 2026 giovanni ghiselli ore 11,
24.
Ieri
sera, appunto, un dolore imprevedibile nel corso di una cena. Bisogna essere preparati.
I classici aiutano.
p. s.
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E’ un momento di “sapienza silenica”:
Serse, invadendo la
Grecia, vide l'Ellesponto coperto dalle navi e dapprima si
disse beato (oJ Xevrxh" eJwuto;n ejmakavrise, VII, 45), ma subito dopo scoppiò
a piangere (meta;
de; tou'to ejdavkruse)
al pensiero di quanto è breve la vita umana. Allora Artabano, lo zio paterno,
lo consolò dicendogli che, essendo la vita travagliata, la morte è il rifugio
preferibile per l'uomo ("ouJvtw" oJ me;n qavnato" mocqhrh'" ejouvsh"
th'" zovh", katafugh; aiJretwtavth tw'/ ajnqrwvpw/ gevgone", VII, 46, 4) ndr..