Non mi guardavano punto le giovani donne, ma io le guardavo lo stesso. Mi venne in mente “non io, non già ch’io speri vi ricorro allo sguardo”1, ma ricacciai presto il pensiero malato e lo corressi con il farmaco buono che Fulvio, Luigi e Danilo mi avevano donato trattandomi non da mostro orrendo ma da ragazzo, anzi quasi da amico. Non mi capitava da un paio di anni.
Osservavo dunque le femmine umane e pensavo: “la terra è in mezzo alle stelle e qui vicino ci sono tali creature variopinte come la vita, profumate non meno dei fiori che costellano i prati. Non cederò, non rinuncerò mai alla speranza di partecipare a tanta bellezza, a siffatta grazia di Dio.
Mi venne in mente di nuovo ouj lhvxw2 queste due parole dell’irriducibile eroe figlio di Tetide, già citate più volte: “non cederò”.
Stava diventando il mio motto.
Sul prato davanti al collegio si trovava un gruppo di fanciulle disposte in cerchio. Erano giovani femmine umane variopinte poiché avevano non solo gli abiti estivi di colori diversi, ma policromi erano pure i loro capelli folti e le epidermidi, pur tutte lisce.
Sembravano figure scolpite nel fregio di un tempio dedicato ad Afrodite, dea grande.
Le ragazze sedute o distese, o inginocchiate, o erette sull’erba venivano da varie parti d’Europa: dalla gelida Scandinavia, dalle grandi distese sarmatiche, dalle bianche, piovigginose scogliere del nord, dalle calde, brunite terre lambite dal mare nostro che immilla nell’acqua i sorrisi brillanti del sole. “Diverse –pensai- ma belle son tutte kalai; de; pa'sai 3 , creature di gioia e di poesia”.
Quel prato così variegato dalle ragazze e illuminato con forza dai raggi del sole che ci accarezzava, quel verde screziato dai fiori, perfino le dense e brevi ombre meridiane proiettate dalle fanciulle stesse, dai bassi cespugli e dalle alte querce, alberi antichi, di maestà dodonèa, vocali e profetici quando le foglie venivano mosse da un vento di paradiso che accarezzava i capelli di quelle fanciulle, chiome folte simili ai fiore del croco o del giacinto 4, tutto quel luogo insomma sarebbe diventato nella memoria mia il recinto sacro del mito, della poesia di Debrecen e della mia gioventù.
Lì avrei giocato a palla e mi sarei abbronzato a mezzo il giorno dopo le ore di lezione, lì avrei cantato con gli amici cari e le amate compagne sotto la luna rugiadosa che cospargeva di perle le nostre teste contente, di lì avrei guardato le donne belle e fini che volevo per me Helena, Kaisa, Päivi sopra tutte, prima con ansia, poi rassicurato, incoraggiato e rassicurato dal loro comportamento, con gioia, con gratitudine a Dio, a me stesso e a quelle creature. Ed ero felice.
Mi sarei trasformato da mostro a uomo umano, da larva, da figura svigorita e deforme, a una potenza benefica collocandomi dove potevo essere più utile agli altri.
Ma questa meravigliosa situazione dovevo provocarla e costruirla con il tempo acciuffando ogni occasione propizia, impiegando l’intelligenza e la volontà.
Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato
Note
1Cfr. Leopardi La sera del dì di festa, 20
2 Omero Iliade, XIX, 423.
3Odissea, VI, 108
4Cfr. Odissea, VI, 231
Bologna 11 febbraio 2026 ore 18, 55 giovanni ghiselli
p. s.
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