mercoledì 11 febbraio 2026

L’apprendistato capitolo nove. La corsa nel buio. Il terrore dei canidi.


Pensai di verificare subito l’informazione di cui diffidavo.

Salii sul tram numero uno, in direzione dell’Università, ma, superato il grande Tempio, le rotaie si allungavano su una strada spaventosamente nera e deserta. Scesi alla prima fermata e tornai indietro di corsa, per quanto me lo consentiva l’obesità.

Durante il viaggio attraverso la puszta avevo schiacciato qualche bestiola anche sotto le ruote, e mentre  correvo nel buio su scarpe leggere, temevo il contrappasso: che dei  porcospini ruzzolassero sotto i miei piedi e rizzassero i loro aculei dentro il calcagno appoggiato e oppresso dal peso della mia pancia superfetata, facendomi lanciare urla di dolore  tanto forti da spaventare quelli che cenavano dentro le case esterrefatti  e da svegliare i bambini già messi a dormire. 

 

Ero spaventato anche io. Sentivo delle cagne o dei lupi ululare nell’ombra. Altri versi simili a sghignazzate di iene digiune si aggiravano nell’aria con il verso di orrore dei gufi. Mancava solo lo strazio gridato dalle stridule strigi.

Ma non ce n’era bisogno: i canidi sono sempre state le bestie che ho temuto di più.

Mi vennero in mente dei versi che avevo appreso da una citazione di T. S. Eliot, morto il giorno prima che dessi finalmente l’esame di letteratura inglese: “But keep the wolf far hence, that's foe to men,/For with his nails he' ll dig them up again"[1].

 Per fortuna non perdevo sangue altrimenti cani o licaoni affamati avrebbero potuto seguire la traccia delle gocce sbranandomi come un cucciolo  indifeso, un maialotto desolato e terrorizzato dalla macellazione della madre.

Dovevo allontanarmi dai mostri e dai terrori della notte, uscire dal buio, tornare nell’ambito dell’umano.

Finalmente arrivai nella luce del corso. Il suo bagliore non era sinistro.

“Non esiste una vita dai significati forti che non sia stata segnata da dolori e da orrori”, pensai.

 

Non avevo la forza di saltare la cena ma non volevo mangiare all’ Aranybika.

 Preferii tornare all’Hungaria dove il cameriere era più rozzo del necessario, e sgarbato, ma non truffaldino e ricattatorio. Così al primo impatto  il toro d’oro, mi diede un piccolo dispiacere. Provengo da gente parsimoniosa e lo sono anche io, ma, più che per i venti dollari, ero dispiaciuto per la truffa e il ricatto di quel guardiano dall’infame sorriso prossenetico.

Del resto non ero del tutto scontento: intanto avevo trovato una camera e un letto dove passare la notte. Giunto sulla strada principale anzi ero quasi contento di essere stato risparmiato dai denti forti dei canidi affamati.

   Il laccio della mente si stava sciogliendo. Guardavo la scritta luminosa Aranybika: mi aiutava a stenebrare le lunghe  ombre dell’inquietudine.

Forse già presagivo il bene che mi avrebbe fatto quel luogo:  con il passare del tempo, anni di tempo, e nel lungo progresso  della mia persona, proprio lì, nel grande hotel della città universitaria, avrei vissuto diverse ore liete e importanti per la mia crescita, in compagnia di alcune tra le donne belle e fini che dovevano stimolarmi a maturare, a diventare una persona non infelice, non brutta, non cattiva. Quelle cene sarebbero state comunioni religiose , tanto che avrei voluto indossare una pianeta e brindare mettendo il vino rosso egribikaver, il sangue di toro di Eger, in un ciborio.

Adesso il grande albergo di Debrecen è un monumento duraturo più della sua materia, un tempio edificato dentro l’anima mia. Contiene la memoria di alcune tra le ore più intense della mia gioventù, un ricordo che nei momenti difficili in quanto deserti di affetti, mi incoraggia a procedere verso tempi migliori che, come quelli meno buoni del resto, ricorrono sempre. Rebus cunctis inest quidam velut orbis[2].

 

Bologna 11 febbraio 2026 ore 10, 49

giovanni ghiselli

p. s.

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[1] J. Webster, Il diavolo bianco (del 1612),  I, 2., ma tenete ma tenete lontano il lupo, che è nemico degli uomini, altrimenti con le sue unghie li dissotterrerà.

Avevo preparato maniacalmente questo esame, data la mia tragica insicurezza. Presi 30 e lode e il giorno dopo salìi a San Luca a piedi. Cosa di cui oggi, ciclista annoso, mi vergognerei. Quella salita piuttosto dura deve essere scalata in bicicletta, nel minor tempo possibile.

 

 

[2] E’ l’idea del ciclo che Tacito applica ai costumi :"Nisi forte rebus cunctis inest quidam velut orbis, ut quem ad modum temporum vices ita morum vertantur "(Annales , III, 55), a meno che per caso in tutte le cose ci sia una specie di ciclo, in modo che, come le stagioni, così si volgono le vicende alterne dei costumi. 


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