mercoledì 11 febbraio 2026

L’apprendistato . Decimo capitolo. La cena suicida.


 

“Ah che barbaro appetito!

Che bocconi da gigante!

Mi par proprio di svenir”. (Da Ponte, Don Giovanni, II, 17)

 

 

         All’Hungaria tornai a essere preda della dismisura insensata: mangiai molto, carne e tante patate in umido, senza fame siccome  durante il giorno, viaggiando, avevo inghiottito pane e cioccolata.

“Mangiare cibo non meritato con il moto-pensavo- è un vizio deleterio,  e ingozzare come sto facendo adesso è un atto tra i più tragici, vicino al suicidio. Ma non posso farne a meno”

Intanto dalla mia bocca usciva  da una parte e dall’altra una zanna come di porco[1], entrambe cariate e fetide.

Altra gente intorno a me ingoiava con ingordigia.

Unti entravano nelle fauci i bocconi. Per la fretta frenetica alcuni pezzi cadevano dalle labbra nel pavimento[2].

 

 

Ogni tanto qualcuno entrava in bagno con la pancia gonfia del cibo non digerito. Il più malandato di costoro non ne uscì con le sue gambe[3].

 

Vennero a prenderlo degli infermieri e lo portarono via gonfio del cinghiale non digerito, poi lo caricarono sull’ambulanza. 

 

A un certo punto i miei intestini cominciarono a fare rumore e dovetti correre nella latrina. Nemo nostrum solide natus est [4], pensai liberando le budella gonfie di ogni porcheria. Sebbene degradato a condizione bestiale, non avevo osato avvalermi dell’editto preparato dall’imperatore Claudio , quo veniam daret flatum crepitumque ventris in convivio emittendi [5].

Tornai nella sala da pranzo, ructabundus e mezzo ubriaco.

Osservavo le facce attonite e rubiconde dei miei vicini.

Le loro vite e la mia avevano lo scopo di fare da transito a cibi e bevande, fino a renderci sconci e infermi, infarciti come si era di schifezze e porcherie.

 

“Non itelligitis quia omne quod in os intrat in ventrem vadit et in secessum emittitur?”,  ricordai. Parole di Cristo[6]. Ricordai anche l’onesto Giovanni che mangiava solo miele e locuste. Pensai che per ritrovare la linea e la forma atletica perduta avrei divuto mangiare locuste senza miele per un paio di anni.

 

 Il motivo di quel rimpinzarsi era l’infelicità totale, a partire da quella sessuale. Basta guardare certi preti obesi e alcuni fratacchioni.

I felici non sono ghiotti. “Per me è impossibile chiamare vorace uno dei beati: me ne tengo lontano”,  avevo letto nell’Olimpica I di Pindaro.

 

Lo ricordai e lo riferìi a me stesso, con pena da aspirante suicida non ancora determinato a morire.

Facendo così, mangiando da individuo immondo, rendevo sempre più difficile la soluzione del problema di fondo: il buon esito della ricerca di una femmina umana bella e fine. L’avrei trovata nel 1971 dopo avere eliminato una ventina di chili.

Non avevo chiara coscienza di quanto sto raccontando, ma ne sentivo l’angoscia mentre mi ingozzavo senza fame né tregua. Non riuscivo a tenermi lontano da quel vizio  che faceva parte della generale perversione e contorsione-diastrofhv- della mia natura: finito il liceo aveva perduto l’ojrqo;" lovgo" la ragione che deve mantenersi diritta di fronte a qualsiasi lusinga  e pure a ogni dolore. Mi ero snaturato quasi del tutto. Il cibo funzionava come un anestetico pessimo che toglie ogni sensibilità tranne il desiderio di morte. Forse attraverso quel mangiare smodato volevo raggiungere il peso e l’insensibilità di un bove, poi scoppiare :

"Semibovemque virum semivirumque bovem "[7], mormorai.

 Ci voleva una diovrqwsi", un raddrizzamento, una correzione, e questa poteva venire solo dall’amore di persone buone. Il seguito della storia di Debrecen me le farà conoscere, e io a voi. Per educarvi.

Quando quel cibo pesante mi ebbe riempito fino alla gola, con fatica mi alzai e uscii.

 Tornai all’Aranybika e andai a letto con l’angoscia di non farcela il giorno seguente a trovare l’università, o, se pure l’avessi trovata, a inserirmi tra le ragazze e i ragazzi: tutti certamente più belli, meno infelici, meno grassi, meno miopi, meno cariati e sconciati, meno colpevoli e soprattutto meno insicuri di me.

Provai a promettere: “tutto questo fa schifo. Non mangerò più in maniera  tanto bestiale”.

Avvertenza: il blog contiene sette note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 11 febbraio 2026 ore 11, 24 giovanni ghiselli

p. s

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[1] Cfr. Dante Inferno XXII, 35.

[2] Cfr. Persio, Satira III, 102 “Uncta cadunt laxis tunc pulmentaria labris” 

 

[3] Cfr. Giovenale, Satira I, 142-144

Poena tamen praesens, cum tu deponis amictus,

turgidus et crudum pavonem in balnea portas:

hinc subitae mortes, però la punizione è presente, quando deponi le vesti gonfio e porti nel bagno il pavone non digerito: di qui morti improvvise

 

[4] Satyricon 47. Sono parole di Trimalchione

[5]  Svetonio Vita di Claudio, 32

[6] N. T. Matteo, 15, 17

[7] Ovidio Ars amatoria (II,24).


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