mercoledì 11 febbraio 2026

L’apprendistato . Capitolo undecimo. L’ospedale di Debrecen. Il segno purgatoriale.



La mattina mi alzai e uscii dall’albergo per tempo. C’era il sole e il corso brulicava di gente.

 Con l’automobile mi avviai nella direzione indicata seguendo i binari del tram numero uno, l’unico invero dell’unica linea tranviaria, che, girando ellitticamente, collega la stazione all’università e viceversa: Egyetem-Pályaudvar-Egyetem: i due fuochi dell’ellisse di ferro.

La luce mi confortò.     jAnovrqwson seautovn”sussurrai, “raddrizza te stesso: ‘adesso mi chiama il destino’, direbbe un personaggio della tue tragedie”.

 

Drammatizzarmi mitizzandomi è sempre stata una mia tendenza, ereditata o presa per mimesi da mamma, nonna e zie. Le seduttrici mentali.

Anche da Eschilo, Sofocle, Euripide e Shakespeare a dire il vero.

Per giunta Leopardi e tanti altri. Parenti spirituali questi.

 

Al di là del tempio cristiano la strada entra nell’ombra di grandi alberi che via via si infittiscono fino a formare la foresta nel cui centro c’è il collegio dove avrei passato il mese seguente cercando di restaurare la  mia vita in rovina. Sarei andato spesso a camminare nel bosco fitto- frequens lucus-  di alberi antichi che circonda il complesso universitario.

 Il  secretum loci, la solitudine del luogo arcano, mi avrebbe aiutato a riflettere sugli errori fatti dopo il liceo, a correggerli, a risollevarmi.

Il genius loci mi avrebbe aiutato. Una femmina umana e semidivina speravo. Sarebbe stata Helena 5 anni più tardi.

Dopo circa tre chilometri, la mia scassata Seicento  sbucò in una radura  assolata dove vidi un grande edificio di stle neoclassico con la scritta sesquipedale e incomprensibile Orvostudomáyegyetem.

Sorgeva in una piazza vasta dove il tram numero 1 era in sosta, non sapevo se voluta, o dovuta a una qualche paralisi.

 Pensai di essere arrivato all’Università estiva della mia borsa di studio. Parcheggiai l’automobile, attraversai un portone monumentale, entrai nell’atrio e proseguìi verso il giardino dove si affacciavano porte e finestre. Cercavo una plausibile segreteria per presentarmi e ricevere  l’alloggio  che mi spettava. Ma tra i fiori e le erbe camminavano a stento, o sedevano sulle panchine, diverse persone per lo più anziane e malandate. In pigiama per giunta. Altri, meno vecchi e malconci, giravano affaccendati, vestiti con camici bianchi. Capìi che ero finito nell’ospedale di Debrecen, forse il nosocomio di tutta la puszta .

 Mi posi delle domande: “Buon segno o presagio sinistramente ominoso, preludio allo sfacelo definitivo, magari al mio ricovero in un manicomio Debrecen dove senza volere mi sono ospedalizzato, sarà il luogo della mia guarigione, o la mia decadenza è irredimibile, la caduta precipitosa, a testa in giù, è irreversibile, e la puszta sarà la meta dell’ultimo viaggio? Ho percorso 1200 chilometri così laboriosi per arrivare a una tomba sperduta?

Et mihi  tantum de funere iter?[1]  Chiuso in una nicchia anonima del colombario più tetro e periferico d’Europa,  chi  mi dirà”Vale, passando, e ti sia lieve il suol?”

Aggiunsi altri quesiti del genere con un pizzico di ironia per non scivolare nell’eccesso plebeo della posa tragica che rischia di assumere maschere così deformate e grottesche da apparire ridicola.

Ricordando tali questioni, ora sorrido di quella infelicità attenuata da un barlume di intelligenza coltivata e dalla volontà di capire. Con il tempo e la visione d’insieme, con il panorama vasto e vario presentato dagli anni passati vivendo intensamente, leggendo e riflettendo, ho capito che i presagi sono sempre buoni per le persone buone e intelligenti, basta capirne il significato e cogliere i nessi. Nulla avviene per caso.  I fatti interferiscono insieme.  C’è una series causarum,  una concatenazione di cause, eiJrmo;" aijtiw'n.  Tutto è causato e accade necessariamente, nulla è casuale. Quello che appare eventum , elemento accidentale, è di fatto coniunctum, è una conseguenza necessaria anche se lì per lì sfugge alla comprensione ed è una nuova causa di un’altra conseguenza. Lo capisce  la  suvnesi" , l’intelligenza appunto, che è capacità di mettere insieme fatti anche lontani. Tutta la natura è congeniale a se stessa,  come mi ha suggerito Platone[2] e ho verificato con una lunga esperienza delle cose moderne.

Ricordai la preghiera di Ecuba nelle Troiane di Euripide portate all’esame di maturità tre anni prima e la contaminai con un’espressione dell’Agamennone di Eschilo.

 Alzai gli occhi al cielo  e mormorai:” Dio , chiunque tu sia[3], difficile da conoscere, sia necessità di natura, sia intelligenza dei mortali [4], aiutami”. 

 

Un uccello dalle ampie ali attirò la mia vista: pensai che fosse una risposta, un o{rni" profetico, e chissà,  forse pure ai[sio"[5].

Volatus avium dirigit deus[6] ricordai.

 

I libri mi hanno aiutato. Anche con le donne, fin da bambino: in casa le zie, la mamma la nonna disprezzavano e maltrattavano  i maschi adulti , ma tenevano in pregio me perché ero bravo a scuola.

Poi altre donne via via: grazie ai libri letti sapevo parlare, ascoltare, comprendere molte cose.

 Cinque anni più tardi, nel 1971, in quell’ospedale avrei accompagnato Helena  che aveva bisogno del mio aiuto e me ne fu molto grata contraccambiandomi e favorendo il mio definitivo riscatto dall’infelicità. Ora comprendo che essere entrato nel nosocomio per sbaglio non fu un fatto casuale ma un presagio di felicità.

 

Ma torniamo al 1966. A uno dei biancovestiti ben messo domandai dell’Università, in inglese. L’ospedaliero con il dosso della mano destra mi fece segno di uscire e di girare a destra.

“Segno purgatoriale” [7] pensai.

Ero sulla strada buona: quella di intendere i segni e di collegarli tra loro.

 

Avvertenza: il blog contiene sette note e il greco non traslitterato.

 

Bologna 11 febbraio 2026 ore 11, 44

p. s

Questo è un bel capitolo che l’editore non ha stampato. Troppo difficile per lui. Non abbiamo funzionato bene insieme. In questi frangenti ottima cosa da fare è cambiare aria. Il mio lavoro è limato ad unguem  con acribia amorosa e non deve subire cambiamenti in peggio da chi non se ne intende: “procul este profani!”

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[1] Cfr. Lucano, Pharsalia V, 811

[2] Th'" fuvsew" aJpavsh" suggenou'" ou[sh",  Menone, 81d.

[3] Cfr. Eschilo, Agamennone 160. E’ il canto del pavqei mavqo~ (v. 177)

[4] Cfr. Euripide, Troiane, 886-887

[5] Favorevole . cfr. Sofocle, Edipo re, v. 52

[6] Ammiano Marcellino, XXI, 1, 9.

[7] Cfr. Dante, Purgatorio, III, 100- 102: “Così il maestro; e quella gente degna/ ‘Tornate’ disse; ‘intrate innanzi dunque”/coi dossi delle man faccendo insegna”


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