Quando ebbi ricevuto il posto del necessario ricovero per il mese seguente, cercai ansiosamente di inserirmi tra gli altri giovani del corso estivo. A cominciare dagli italiani maschi con i quali per lo meno riuscivo a parlare senza incepparmi. Del resto non feci nulla per nascondere la mia debolezza, non ne ero capace, né lo volevo, e mi presentai senza celare le paure che mi assillavano da quando, finito il liceo tre anni prima, avevo smarrito la mia identità di ragazzo molto bravo a scuola, ottimo pure nelle corse a piedi e in bicicletta, e non ne avevo trovata alcun’altra.
Non era possibile: un’ identità altra era quella di un altro o degli altri, non la mia. Avevo tentato di assumere identità gregarie che mi mettevano a disagio e mi davano dolore più di una maschera o una scarpa stretta. Dovevo trovare il mio ruolo, adatto alla natura mia, e viverlo mentre lo interpretavo con bravura facendo quello per cui ero dotato, lo studio e lo sport, a livello più maturo di prima della caduta però, più alto, più proficuo, e non solo per me.
Volevo imparare a piacere alle donne. Per fare questo sarebbe stato necessario incontrare persone, soprattutto femmine umane che apprezzassero le qualità mie e mi motivassero a potenziarle. E’ bene sviluppare il proprio genio. Chi lo tradisce va inevitabilmente in rovina. Quelle che mi hanno capito e amato di più, le intelligenti e buone, mi hanno detto “tu sei un uomo speciale”, provocandomi a dimostrarlo con tutti i mezzi, con tutte le forze a disposizione.
Entrato nella camera 4 del III piano del collegio numero due, scoprìi subito le mie carte bassissime che non volevo coprire con mano tremante; voglio dire che non sarebbe stato facile tenere nascosta la sciagura dietro l’aspetto devastato dall’infelicità e con il mio comportamento tragicamente insicuro. La quasi totale disperazione traspariva da tutti i miei atti “d’allegrezza spenti”[1].
Ma Dio che mi aveva guidato fin lì, mi aiutò: i miei contubernales [2] erano persone buone: mi diedero la mano di cui avevo bisogno per cominciare la risalita dall’abisso scosceso e dirupato della sventura dov’ero caduto. Tra questi c’era Fulvio di Parma che sarebbe diventato il mio amico migliore, poi Danilo, un ragazzo veneto, studioso eppure ebbro di incontenibile gioia, almeno così mi sembrò, e Luigino un dolce ragazzo di Roma, molto sensibile, intelligente, colto e capace di comprendere le difficoltà del prossimo suo, come le proprie. Fulvio mi piacque subito molto. Mi sembrò che osservasse le cose e le persone per meditarci sopra, invece di spiarle per impossessarsene, usarle o sottometterle, come fa la gente volgare.
Aveva due anni e mezzo più di noi altri e un’aria più matura. Lo scelsi come l’educatore, il padre, il fratello, il maestro e l’ amico di cui avevo un grande, insoddisfatto bisogno. Le sue parole non erano mai prive di idèe e sentimenti: Fulvio non era vago di ciance e ostile al pensiero, come tanti burattini incontrati sia a Pesaro sia a Bologna. Anche Luigino e Danilo mi piacquero. Erano tutti e tre degli studiosi capaci di apprezzare letture e cultura. Da loro capìi di averle colpevolmente sottovalutate per nascondere la mia diversità dalla gente usuale “ una gente-zotica, vil; cui nomi strani, e spesso-argomento di riso e di trastullo,- son dottrina e saper”[3].
Quei ragazzi, se citavo un verso di Virgilio o di Euripide o di Leopardi, non mi deridevano, anzi mi approvavano e incoraggiavano a continuare o a ripetere. Capìi che questa mia sensibilità alle parole e la mia memoria ottima, rara, erano qualità, non difetti come sostenevano i più nel borgo selvaggio dal quale ero partito così desolato.
Fui subito bendisposto verso queste persone tanto differenti da quelle che avevo preso la cattiva abitudine di frequentare: queste incontrate nel nuovo ambiente non mi avrebbero umiliato né deriso, né ferito, siccome non erano di uno stampo del tutto diverso dal mio. Fulvio era di destra, gli altri due di sinistra e avremmo fatto anche discussioni accese, ma eravamo tutti e quattro tendenzialmente, anzi sostanzialmente diversi dal borghese che trae identità dai miseri quattrini. A loro tre, come a me, interessavano l’amore, la bellezza, le idèe, più delle cose materiali: vestiti, automobili, amicizie influenti e utili, o altre minuzie[4].
Avevamo bisogni spirituali innanzitutto, sicché nessuno di noi è diventato un filisteo un “a[mouso" ajnhvr", un uomo estraneo alle muse”[5], uno di quegli individui “continuamente affaccendati nel modo più serio attorno a una realtà che non è tale (…) Di conseguenza le ostriche e lo champagne[6] sono il punto culminante della sua esistenza”[7]. O addirittura le partite di calcio.
Spero che questi amici, e alcuni altri incontrati prima o più tardi, non me ne vorranno se ricordando i nostri vizi e le nostre virtù non ho cambiato i loro nomi a me cari come le loro persone. Un abbraccio forte a tutti e tre.
Fulvio intanto è diventato un amico celeste.
Cari amici di quella che sarebbe stata la nostra età più bella, vi chiedo scusa se più avanti, dopo queste parole di affetto, non vi risparmierò canzonature e motteggi. Del resto non li ho mai risparmiati nemmeno a me stesso.
Avvertenza: il blog contiene sette note e il greco non traslitterato
Bologna 11 febbraio 2025 ore 18, 19 giovanni ghiselli
p. s
Statistiche del blog
All time1932104
Today499
Yesterday1216
This month16921
Last month19299
[1] Cfr. F. Petrarca, XXXV, sonetto XXVIII.
[2] Compagni di camerata . Cfr. Seneca Ep. 47, quella su gli schiavi.
[3] G. Leopardi, Le ricordanze, 30-33
[4] Plutarco, nella Vita di Solone, racconta che il saggio legislatore ateniese disprezzava la ajpeirokaliva, l'ignoranza del bello e la mikroprevpeia (27, 20), la meschinità di Creso che si era presentato coperto di gioielli e d'oro. Luciano in Come si deve scrivere la storia (scritto tra il 163 e il 165) fa questa osservazione: “Vi sono alcuni che trascurano completamente, o appena sfiorano, fatti grandi (ta; megavla) e invece, per rozzezza (uJpo; de; ijdiwteiva"), mancanza di gusto (ajpeirokaliva"), e ignoranza (kai; ajgnoiva") di quello che va detto o quello che va taciuto, si attardano a descrivere nei minimi dettagli le cose più trascurabili (ta; mikrovtata, 27)”. L’ajpeirokaliva è lo stesso difetto che il filosofo Nigrino di Luciano attribuisce ai ricchi Romani, i quali si rendono ridicoli sfoggiando ricchezze e rivelando il loro cattivo gusto: pw'" ga;r ouj geloi'oi me;n oiJ ploutou'nte" aujtoi; ta;" porfurivda" profaivnonte" kai; tou;" daktuvlou" proteivnonte" kai; pollh;n kathgorou'nte" ajpeirokalivan; “Come fanno a non essere ridicoli i ricchi con le loro stesse persone dal momento che mentre mettono in mostra le vesti di porpora e protendono le dita delle mani, denunciano il loro cattivo gusto?” (Nigrino, 21).
[5] A. Schopenhauer Parerga e Paralipomena , Tomo I, p. 462.
[6] Peggio ancora quel vero e proprio “anticibo” che qui a Bologna amano e chiamano “lasagne”. Nelle Marche “vincisgrassi” che sono meno mangiati e pure meno schifosi e nocivi Quando me lo portano a casa, dico che non ho fame e rimasto solo, lo butto nella spazzatura. Ndr.
[7] Schopehauer Op. cit., p. 463
Nessun commento:
Posta un commento