lunedì 23 febbraio 2026

Il Marziale di Paolo Sessa. Parte prima. Di Giuseppe Moscatt

Giuseppe Moscatt

Il Marziale di Paolo Sessa

Parte prima

 

Una premessa necessaria

E' molto raro che un poeta viva buona parte della sua vita al servizio di governanti autocratici che si susseguono nel tempo del loro potere senza subire particolari reazioni. Tale fu il destino di Marco Valerio Marziale, oggi ritornato nelle librerie italiane per merito di Paolo Sessa, studioso siciliano, nato ad Avola (Sr) nel 1950, cultore delle lingue francesi e inglesi, ma anche esperto di lingue classiche, storico territorialista e di tradizioni popolari. Insegnante nei Licei, ha tenuto corsi di letteratura europea e poi si è cimentato anche nella lettura di Dante e poi sulle terre dell'Etna, dove oggi vive. A Marco Valerio Marziale ha dedicato un'opera peculiare, Marco Valerio Marziale. A mala sorti. Epigrammi scelti tradotti in siciliano (A. e B. Edizioni, Acireale/Roma, 2019) senza contare un Viaggio nella Commedia di Dante (Bonnano, ed., Acireale, 2022), dove ha fatto tesoro dei suoi numerosi studi legati alla lingua del Ghibellin fuggiasco. Ora, lo ritroviamo in un campo a lui veramente appropriato, il romanzo storico e proprio sull'amato Marziale. Operazione dove Sessa sottolinea a margine la natura di essere stato un poeta scomodo, ben sapendo che il genere prescelto non può non rispettare i canoni disegnati da un altro grande italiano della letteratura, Alessandro Manzoni. In armonia alle regole del Maestro milanese, Paolo Sessa - per i tipi di Arkadia, 2025, appunto su Marziale - non le ha affatto obliterate, anzi ne ha ripreso lo spirito e le finalità distinguendo chiaramente i tre momenti che qualificano il romanzo storico. Ovvero, le tre componenti essenziali: la verità razionale legata ai documenti che ne regolano la biografia - tema interno al genere romanzesco essenziale per la riuscita dell'opera - la verità dei suoi sentimenti e delle sue passioni - qui emergente dagli epigrammi stessi - e la verità verosimile, necessaria per fornire una situazione reale in mancanza di quei documenti esterni che rendono storica la trama. Il tutto in una mediazione intelligente, volta a coprire i vuoti di un'esistenza difficile perché le poesie erano veramente scomode e comunque utili per ogni società civile. Se ciò sia stato un risultato raggiunto lo dirà il lettore. A noi non resta che riandare al quadro storico, l'unica vera cartina di tornasole per dare quel giudizio positivo che fin d'ora non manchiamo di dare.

 

1. La Roma dei Flavi sotto le lenti di Marco Valerio Marziale (40 -104 d.C.)

Dunque, il primo imperatore in cui Marziale si imbatte è Nerone. Proprio nell'anno che a 24 anni lo si fa arrivare a Roma - è nato nella Spagna Tarragonese, a Bilbilis, oggi Calatayud, attorno al 40 d.C., secondo il suo primo attendibile biografo, il lipsiano L. Friedländer, che nel 1886 pubblica e traduce in tedesco l'edizione definitiva delle sue opere - quando poco dopo scoppiò il famoso incendio che ne distrusse buona parte dei quartieri (fra il luglio e l'agosto del 64 d.C.). L'imperatore - la cui partecipazione dolosa era alquanto oggetto di chiacchiere per le sue conclamate velleità architettoniche, ma che ancora oggi è di fatto non provata - con attenzione non solo la ricostruì, ma si diede da fare per edificare sul Palatino la sua domus aurea, un vasto complesso di palazzi che ancora vediamo. Certo si è che vittime delle voci che lo indicavano come autore furono i Cristiani e gli oppositori politici, nonché le città di provincia che dovettero sopportare donativi tributari per le ricostruzioni alquanto salate che impoverirono la popolazione. Plutarco, Svetonio e Cassio Dione, storici dell'epoca, narrano di uno splendido viaggio nel 66 in Grecia del Dittatore, un giro di recite da Olimpia a Delfi, che costrinse le classi dirigenti greche ad ascoltare le sue velleità di cantore. Nel contempo, fin dal 62, stronca congiure contro di lui, imbastite dalla potente famiglia dei Pisoni e dal prefetto della guardia pretoriana Fenio Rufo. Cadono giustiziati dal fedelissimo e dal lealissimo Tigellino proprio i Senatori che avevano appena accolto il giovanotto di belle speranze che calava nella Capitale, inviato a fare il praticante avvocato, ma che in cuor suo mirava a scrivere Odi, già metabolizzate in cuor suo fra Orazio, Ovidio e Catullo, senza contare i brevi distici di Callimaco e gli altri alessandrini come Filodimo di Gadara, Archia di Antiochio e Antipatro di Tessalonica, ultimo dei quali visse a Roma all'epoca di Augusto (circa, il 10 d.C.) cliente di Lucio Calpurnio Pisone, console e governatore dell'Asia minore e della Grecia, proprio uno di quella famiglia di oppositori citati. Tutti autori di epigrammi, cioè di brevi rime su monumenti e sepolcri, spesso mordaci e d'amore per donne non sempre oneste. Soprattutto, oggi è ricordato da poeta ironico, amico di Seneca. Sembra che a influenzarlo fosse l'epigrammista Lucillio, di cui si conoscono non numerosi epigrammi, peraltro assai succosi. Il giovane Marziale, pur essendo di famiglia agraria benestante, non poteva a Roma automantenersi col suo vago interesse per l'Avvocatura. Non gli restava però di seguire la volontà del padre Frontone che comunque lo convinse, prima di morire ucciso da rivali locali, come fu per il padre del nostro Pascoli. Andrà a Roma da Cliente, per essere legato a un Patrono, un protettore al quale si era tenuti a servizio in cambio di una misera paga, la sportula, che dalle origini dell'Urbe reggeva la relazione di servizio fra la Gens patrizia e la massa plebea, relazione che fin dal VII secolo caratterizzava l'antica Repubblica romana. Una realtà di semischiavitù che rinascerà nel Medioevo nelle campagne, quando la caduta dell'impero porterà a una fuga delle popolazioni dalle città opulente verso le aree agricole, dove il potere si stabilirà nel Feudalismo oligarchico di poche famiglie e di tanta Servitù della Gleba. Del resto, in età imperiale, dal I al III secolo d.C., dopo le guerre civili prima di Cesare e poi di Augusto, il patronaggio era divenuto una realtà pre-capitalista, rivolta a favorire l'assistenza sociale delle masse urbane, dove l'Imperatore era il patrono del popolo e delle famiglie, la classe intermedia che lottava per sedere al tavolo del Principe. Con Nerone sia ha la consolidazione di tali gerarchie sociali, preludio appunto del latifondo feudale dopo il IV secolo, al momento delle Invasioni Barbariche. Realtà che Marziale aveva già vissuto in Spagna e che cercò a Roma di ritrovare, pur di vivere da Poeta con la piccola mercede che il Patrono gli darà per vivere. Sia come sia, il giovanotto, dopo alcuni mesi di bella vita nella città di origine – un borgo agricolo della terra iberica tarragonese, ai piedi dei Pirenei e con Barcellona grande porto del Mediterraneo, vale a dire, Bilbilis, oggi Calatayud, provincia di Saragozza - alla morte violenta del padre come si disse e dopo la morte della madre Flaccilla; alla fine del 63 d.C., decise di andare a Roma, solo nelle forme per continuare la pratica d'avvocato, ma coll'animo sicuramente votato alla vita di poeta. Con sé aveva la tradizionale lettera di raccomandazione dello spagnolo Terenzio Prisco per il connazionale più famoso dell'epoca, il filosofo Seneca e per suo nipote Marco Anteo Lucano, due grandi intellettuali e al momento i maggiori pensatori alla Corte di Nerone, ultimo discendente della dinastia Giulio/Claudia fondata Ottaviano Augusto, la cui fama e i cui poteri temporali vigevano dal 27 a.C.. Il poco più che ventenne Marco Marziale per alcuni anni - vd. il cap. secondo del volume di Sessa, anticipato da un capitolo primo sugli ultimi anni del poeta a Bilbilis, dove viene abilmente narrata la gioventù di un rampollo dell'epoca, un piccolo borghese di una realtà agraria non dissimile a quella di un giovane siciliano negli anni cinquanta, non lontana nello spirito da quella dell'autore - vivrà una vita grama di cliente, l'attività semi servile di uomo di fiducia degli amici connazionali ormai integrati, non solo il citato Terenzio Prisco di cui si disse, ma anche di Liciniano Lucio Valerio, due senatori a Roma e anzi il secondo della stessa gens Valeria. Mirabile è buona parte del Capitolo secondo che descrive la Roma del 63, anche per il chiaro riferimento che noi oggi vediamo in una città ritornata risorta a pochi chilometri da Roma, quella Pompei che in quell'anno stesso è distrutta dal un violento terremoto, i cui lavori di ricostruzione erano ancora in corso al momento della famosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Peraltro, le note pretese dall'imperatore Nerone di essere attore, auriga e cantante nei Circhi della Capitale, lasciavano sgomenta la classe dirigente senatoriale, preoccupata non solo per la sua originale volontà di farli esibire negli spettacoli, ma anche perplessi per la crisi finanziaria che li vedeva depauperati di fondi amplissimi per la Corte e per le quotidiane erogazioni al popolo di pane che con i giochi circensi costituivano di fatto la politica sociale di quel tiranno. Erario e amministrazione personale dei beni relativi divennero la sua politica economica, arricchita da tributi e donativi coatti che vessavano le Provincie. Le rivolte delle classi medie e dei latifondisti progressivamente si tramutavano in rivolte militari, ma anche esplodeva la resistenza di Boudicca, regina britannica, che fu a stento sconfitta dal generale Svetonio Paolino, colui che poi tradirà Nerone aderendo alla rivolta di Otone, uno dei tanti generali della prima anarchia militare post-imperiale del 68/69, che fra breve insanguinerà l'Impero. Marziale fra il 64 e il 69, intanto, osserva e riflette sul mondo romano, in quella Suburra dove andrà a vivere, una folla bestiale di persone, dove gli istinti umani erano conviventi in capanne spesso di fango e che lottavano per la loro sopravvivenza fra epidemie, carestie, rivalità e voglie sessuali animalesche, appena mitigate da conquiste quotidiane di qualche misero sesterzio che li salvava da morte certa. Un panorama che lo folgorò nella sua ansia di poetare. Perché non disegnare quel dramma che vedeva, magari ridendo di quelle larve umane? Dietro i suoi primi epigrammi, ecco l'incendio di Roma (64 d.C.); la congiura dei Pisoni (65 d.C.); la durissima repressione del Dittatore, il suicidio obbligato dei congiurati, la morte di Seneca e Lucano, ma anche la precedente fine violenta della madre Agrippina dell'Imperatore e la morte perfino di Poppea, seconda moglie del Tiranno, operazioni in mano a un esecutore di eccezione, Tigellino, prefetto della Guardia del pretorio, la Gestapo di quel Dittatore. Questa era la cornice storica che Marziale osservava e annotava, ma senza spirito rivoluzionario, quanto e piuttosto da critico realista su modello stoico. Non per nulla già popolare nello stile caustico di un poeta di corte oggi poco noto, Lucillio. L'Antologia Palatina, raccolta di 3700 epigrammi greci di oltre 300 poeti dal IV secolo a.C. alla tarda età bizantina, scoperta nel 1607 a Heidelberg, ne individuava alcuni che al giovano Marziale dovettero fare da apripista. Infatti, il nostro poeta non poteva non essere venuto a conoscenza di alcuni distici fulminanti: per esempio, la moglie terribile che fa rigare dritto il marito pugile a suon di pugni (A.P. XI, n. 79); oppure l'avvocato troppo dotto che perde la causa di un furto di maiali, citando le Termopoli (A.P. XI, n. 141); o ancora, il precettore a doppio uso, spiegare al bambino e insegnare la modestia alla madre (A.P. XI, n. 139). Nel 66 Nerone proseguiva nei suicidi assistiti del poeta Petronio arbitro e di un amico personale di Marziale, Clodio Trasea Peto, avvocato del foro spesso avversario del giovane poeta, in quegli anni ancora presente nei tribunali più per ottenere qualche misero compenso, che non per insistere in una professione che non l'attirava, salvo a individuare temi per i suoi epigrammi, come farà Edoardo De Filippo che trasse molte storie dei suoi drammi e commedie seguendo udienze penali. Ancora nel 67, anche il generale Corbulone, fautore della pace coi Parti e con gli armeni in Oriente, cadde nella catena di morti annunziati di Nerone e non mancherà in quegli anni la presunzione artistica di Nerone, specialmente quando in quell'anno fa un giro di propaganda in Grecia esibendosi negli agoni musicali, ginnici e artistici. Mentre a Roma proseguivano le persecuzioni contro i cristiani accusati ingiustamente per il grande incendio, appiccato invece proprio da Nerone per giustificare la ricostruzione della sua mastodontica domus aurea. E poi la grande rivolta ebrea contro i romani, guidata dagli estremisti giudei zeloti, nazionalisti intransigenti. Nerone, da tattico non indifferente - benché di strategia poco prudente - trovava un altro generale alquanto abile, Tito Flavio Vespasiano. Questi occupò la città di Iotapata e fece prigioniero un cronista di storia che diverrà presto famoso, Giuseppe, poi naturalizzato romano, che scriverà una Storia Giudaica che anche Marziale conoscerà a Roma all'epoca di Domiziano imperatore, figlio di Vespasiano e fratello di Tito, i tre imperatori che seguiranno a breve. A fine 67, passata in parte la tempesta repressiva di Nerone, dopo qualche mese di necessario nascondimento dei tanti sospetti intellettuali - ivi compreso lo stesso Marziale perché frequentatore del circolo di Seneca - il senatore Liciniano lo presentò a Marco Aquilio Regolo, uno dei pochi grandi avvocati scampato alla pulizia penale di Nerone. In una cena luculliana di fine 67. Qui finalmente Marziale si svelò in pubblico: durante quel banchetto, il successo gli arrise. Da pag. 124 a pag. 126, Sessa descrive in modo perfetto lo scoop letterario di Marziale durante una cornice architettonica sfarzosa, dove uomini e donne mangiavano a crepapelle le delizie più prelibate, senza contare le risate e gli sghignazzi - e da ogni altro rumore corporeo... - che i commensali si dispensavano fra loro, serviti da schiavi ambosessi succinti, pronti a ogni servizio... Alla fine, le ovazioni fioccarono per il nostro poeta e un pesante sacchetto di Sesterzi gli pervenne da Regolo. Dopo quasi 4 anni di pene e di vita sacrificata, a quasi 25 anni, finalmente Roma gli si aprì benevola. Infatti riuscì ad avere una piccola casa senza affitto datagli dall'amico e protettore Prisco a due passi dal Quirinale, però senza acqua corrente e per di più con tani scalini, circostanze che il poeta non mancherà di descrivere nei suoi primi distici. Sessa narra del silenzio che era sceso nel salone da pranzo quando Marziale lesse i suoi primi versi sapidi sugli uomini e sulle donne romane, che aveva visto, su cui ha riflettuto e di cui esprimeva con rapidi vocaboli e con chiuse finali. Le voglie, i pensieri e le condotte belle e buone in città, in compagnia dei due Senatori di cui era stato fedele accompagnatore e servitore nelle ferie estive nel ravennate, nonché lungo le rive del fiume Aterno in Abruzzo, momenti che Sessa mirabilmente attribuisce ai primi anni di vita meno grama. E addirittura, sarà un senatore altrettanto autorevole, Gneo Minicio Faustino, ad avvicinarlo e a mostrargli ammirazione e a essere subito disposto a sovvenzionarlo. Furono una gioia e una vittoria personale purtroppo brevi: il 68 e il 69 rappresentano per il nostro eroe il ritorno degli anni di galera, per dirla con il Verdi fra il 1842 e il 1858. Sarà un biennio quello di Marziale molto più difficile dei primi anni. Mentre si succedono nuovi imperatori effimeri dopo la rivolta della Gallia di Vindice, schiacciata dal generalissimo Galba e la conseguente morte di Nerone; dopo i deboli successori Otone e Vitellio, alleati e poi uccisori delle stesso Galba; dopo quindi una vera e propria guerra civile, che riportò Roma alle Crisi repubblicane del II e del I secolo a.C.; seguirono la crisi economica, le epidemie e le carestie che colpirono l'Urbe, come Tacito e Svetonio ci raccontano con dovizia di particolari. Marziale e il servo Antio rimasero spesso chiusi in casa a meditare: l'uno a raffinare la tecnica epigrammatica e l'altro a ricopiare verso su verso. La nostalgia del passato e la apparente conclusione di un presente finalmente benevolo; imponevano di restare al coperto, in attesa che l'ultima burrasca passasse, come dirà Eduardo nelle famose battute di Napoli milionaria.

 

2. L'avvento di Vespasiano e Tito (69 -79 d.C.). I primi sogni di Marziale

La domanda popolare di ritorno all'ordine e alla pace quotidiana nelle vie di Roma, dopo la sanguinosa terza guerra civile, successiva alla morte di Nerone - e alla confusione del potere trapassato in un triennio fra generali imbelli come Albo, Otone e Vitellio - venne incarnata dall'arrivo a Roma del generale Vespasiano, un esterno alla classica classe dirigente nativa dell'Urbe, legato però alla classe senatoria guidata da Muciano, ormai da tempo in rotta con Nerone. Vespasiano era di origini provinciali, il padre un funzionario Sabino e dunque un cavaliere borghese e non patrizio. Lo accompagnava come consigliere un giovane sacerdote giudeo, Giuseppe, che lo aveva seguito da cronista nelle guerre ebraiche, autore di una Storia ebraica narrata appunto da un ex zelota, ora liberto ormai affiliato al nuovo imperatore e personaggio che poteva essere un modello del futuro Marziale nel campo della poesia come un altro fedele al nuovo imperatore. Il generale Primo, uno dei primi seguaci di Vespasiano, non privo di velleità imperiali, si accordò col Senato guidato da Muciano, fautore del generale di origine sabina. Del resto, Vespasiano aveva dato segni di equilibrio lungo gli anni del suo cursus honorum: neutrale con Caligola; obbediente a Claudio e fedele a Nerone. Fin dal 51 era stato capo della spedizione in Britannia e poi nel 66 in Giudea. Moderato in politica, esperto nell'amministrazione, oggi si direbbe un ottimo manager, alternando tecnica, buon senso, rispetto per il lavoro, libero di trattare con tutti i corpi sociali dell'epoca. Insomma, un liberale, tutto Patria, Famiglia, Stato, amico del popolo, quasi un emulo dell'ideale Augusto, divenuto Imperatore con l'appellativo di Cesare per la sua abilità militare (del resto, varie epigrafi lo ricordano come un Pontefice laico autorizzato al Governo da un Senato a lui molto più favorevole rispetto a quello di Claudio e Nerone). Tacito ne consacrò il potere ribadendo la classica prerogativa di Imperatore già offerta proprio a Ottaviano. E Marziale? Dopo i mesi bui di Galba contro Otone - quando Roma era divenuta un campo di battaglia - e quando Flavio Sabino, il fratello di Vespasiano, fu preso e ucciso addirittura sul Campidoglio, mentre il Palazzo di Tiberio e il Tempio di Giove Ottimo Massimo bruciavano; il nostro poeta e il servo Antio stavano chiusi in casa. Brevi uscite, timori di aggressione; fame e mercato nero, minacce e violenze quotidiane. Come avverrà a Roma durante l'occupazione tedesca dopo l'eccidio delle Fosse Ardeatine del 1944. Infine, la liberazione dal tiranno Vitellio, dopo la sua tragica morte non dissimile a quella di Donato Carretta, linciato a Roma il 18.9.1944, durante il processo all'ex questore della città Pietro Caruso, vicenda che è stata di recente narrata da Walter Veltroni nel 2024 (v. d. La condanna, ed. Rizzoli, 2024). La pace e il ritorno all'ordine, lungo il 70 d.C., furono per l'ormai maturo Marziale e per l'amico e non più solo servo Antio, a portata di mano. Gli amici e protettori, il compaesano Giulio Marziale, Faustino Senatore della cerchia politica di Mucino e il vecchio collega Liciniano, divennero mai suoi abituali commensali. Mentre la forma repubblicana sembrava riemergere in politica, dietro la quale però rimaneva integra la figura del Principe protettore, cioè un capo Legibus Solutus, dove la famiglia rimenava al centro del potere. I figli Tito e Domiziano lo seguiranno infatti al soglio imperiale, sia politico che religioso. Una Repubblica autoritaria fondata sull'equilibrio col Senato - lasciato ai suoi affari paleocapitalisti - e con l'attenzione per le masse di clienti e plebei cui bastava elargire spesso e volentieri panem et circenses. E gli intellettuali? Il maggiore, Elvidio Prisco, primate degli Stoici, reclamava qualche diritto pubblico più invocato dal pensiero morale dell'epoca proprio da Seneca. Almeno una limitata libertà di parola, forse una piccola facoltà di dire la verità, non poteva non essere tollerata. Cosa che spingerà presto i Flavi a eliminare coloro che la reclamavano perché poteva eccitare qualche moto ribelle del Senato come era avvenuto per Nerone (infatti circolava nel popolo la definizione di Domiziano come Calvus Nero). Insomma, tanto per fare qualche esempio moderno, si possono citare Cromwell e Napoleone. Come per i tiranni moderni, anche Vespasiano iniziò una riforma dell'esercito: più legionari locali; più generali specializzati; più forze alle frontiere, un limes più rinforzato fra l'alto Reno e l'alto Danubio. Pace in Britannia, pace in Asia Minore, e stragi a Gerusalemme, come si disse e come era di solito per i Romani, cioè terra bruciata. Evento quest'ultimo che avrà come narratore d'eccezione quel Giuseppe divenuto Flavio per merito appunto dell'Imperatore Vespasiano. Marziale, a detta dell'acuta analisi di Sessa, passerà il decennio successivo all'arrivo di Vespasiano fra pranzi, spesso non tanto munifici, scrivendo i primi libri di epigrammi proprio per declamarli in quei Conviti. Erano nella prassi nugae, nuvole di pensieri cui a volte seguivano letture più elevate, che anche oggi vediamo comparire nei social fra una notizia e l'altra, oppure nelle sere d'inverno tra interviste televisive sui fatti politici del giorno. Marziale - sempre presente alle cene di Regolo e Faustino, ma anche dei nuovi senatori della famiglia Domizia - deliziava quegli incontri culturali, dedicati a famosi poeti dell'età di Augusto - Catullo, Ovidio e Orazio - mentre i senatori scambiavano idee e piani di contratti fra un piatto e l'altro, a volte allietati da liberti e schiavi compiacenti a tutto. Le sue giornate passavano lente, scandite da appuntamenti grigi e da notti insonni passate a rivedere le bozze dei suoi brevissimi pensieri, veloci e incisivi, anche per non tediare gli ospiti. Senza contare che non si sottraeva a essere plagiato e recitato senza alcuna autorizzazione, anche perché gli editori dell'epoca gli chiedevano sempre più fondi per le spese anche per essere pubblicizzato a Corte, tanto che il libraio Quinto gli domandava compensi esosi per gli scribi e gli inchiostri. Plagiatori, editori, commercianti avidi, falsi acquirenti che lo ripagavano di versi alquanto faticosi da inventare, con mere coppe di brodaglia e un piatto di cavoli al posto della moneta sonante; erano tutte motivazioni che lasciavano il nostro eroe stanco, indignato, derubato e incompreso. La sportula di avvocato di famiglia, come lo era stato agli inizi, era tornata nelle forme di futili guadagni per i suoi Carmi. Era una nuova realtà che lo atterriva. Le speranze che nascevano nelle cene, morivano all'alba. A un tale Fidentano che lo aveva copiato e che vendeva forse meglio di lui, rispondeva: Tienteli pure i miei Carmi, chiunque tu sia. Erano i miei, ma così ridotti preferisco siano i tuoi, anche se nessuno ti crederà... Non si diventa poeti né si acquistano lettori comprando per pochi sesterzi un rotolo di papiro su cui copiare malamente i versi di un altro. Epigramma che si rivela nella sua cruda melanconia come simbolo delle intenzioni di Marziale di dare forme più appetibili al lettore che si fosse dedicato alle sue rime, ma anche un sottile senso di vendetta per coloro che non badavano alle forme pur di imitare il suo stile caustico e mordace. Fra il 71 e il 78 ci fu uno studio matto e disperato per la poesia più alta pur di favorire un pubblico più serio e ben più remunerativo. L'immediata fievole reazione lo avvilì al punto di meditare il ritorno a casa, se non il peggio. Neppure la progressiva frequentazione dello storico, Deciano di Emerita, un vecchio avvocato che aveva incontrato nel 77, gli diede conforto. Malgrado avesse collaborato con lui, al foro del Tempio della Pace - il nuovo tribunale varato da Vespasiano, con un esito più che soddisfacente - non ebbe che da lui un buon pranzo per la vittoria. Epperò, Deciano lo invitava a scegliere una volta per sempre il cavallo su cui puntare, Avvocatura o Poesia. E Marziale sgombrò l'equivoco in cui persisteva, una toga pulita e riccamente adornata, che ammantava un cuore di poeta, scettico e realista. Forse uno Storico in erba? Cosa che era pericoloso, vista la recente morte violenta di Elvidio Prisco, un altro suo conoscente storico molto meno compromesso e assai più onesto dei tanti intellettuali che frequentava, non però gradito al Potere. Un consiglio però il nostro eroe seguì dopo quell'incontro. Andare dal maggiore intellettuale del momento, il maestro e pedagogo Quintiliano. Poco dopo, il Nostro e quest'ultimo si incontreranno. E si ebbe una tipica cena fra un intellettuale arrivato a Corte, e un intellettuale impegnato fuori dal coro, piuttosto votato a dare un volto umano al mondo che lo circondava. Quintiliano gli confessava di ricevere 100.000 sesterzi come insegnante del Verbo dell'Imperatore; l'altro credeva più onesto stare dietro la porta del Potente a chiedere solo un piccolo compenso senza parlarne troppo male, ma ridendo di lui... Quasi come Foscolo che immortalò se stesso criticando la politica restauratrice e illiberale di Napoleone Imperatore. Quintiliano comprendeva le difficoltà etiche di Marziale. Con fare mellifluo e di circostanza gli promise aiuto, lo ricevette altre volte, ma la situazione imbarazzante di Marziale di fronte al conformismo accomodante degli intellettuali di Corte continuerà ancora, come fu per Moravia legato al Partito e come per Pasolini ormai distaccatone. E venne il 79, a rovinare la vita economica di Roma, risollevatasi dai provvedimenti finanziari di Vespasiano. Nei nove anni di potere, sul modello greco classico che aveva studiato in Oriente presso le Corti ellenistiche, il nuovo Imperatore applicò il principio della programmazione economica preventiva: recuperò fondi, fece risparmi pubblici, limitò le spese private del figlio Tito - peraltro a lui subentrato nel potere nell'estate del 79 - alzò i tributi nelle province, creò il Catasto, addirittura costruì i gabinetti pubblici a pagamento (e risparmio al lettore i versi osceni di Marziale al riguardo, leggibili nel volumetto Marziale, i cento epigrammi proibiti, testo latino a fronte, N.C., Editori, Milano, 1985, a cura di Franco Zagato e illustrazioni di Tony Zancanaro). Certo si è che la sua azione finanziaria produsse un miglioramento generale che Tacito gli riconobbe. Purtroppo, a ottobre, quando Tito stava perfezionando le scelte economiche del padre, la tremenda eruzione del Vesuvio su Pompei ed Ercolano distrusse la fiorente economia campana, con effetti perniciosi per Roma. Tuttavia sembrò a Marziale che gli Dei lo avessero finalmente osservato, come quando egli ogni sera, al lume di candela, faceva tesoro degli episodi di vita che gli capitavano al mattino e che, con perizia inusitata metteva in versi. Sì, perché a novembre un invito gli pervenne da una donna che lo aveva impressionato per bellezza e intelligenza, in una di quelle sere sontuose piene di cibo e culture che il vecchio Petronio arbitro aveva descritto mirabilmente nel poema a sfondo etico chiamato Satyricon. E il primo del mese Polla Argenteria ricevette tutta l'intellighenzia romana sulla sua terrazza all'Esquilino, il tetto di Roma. Esemplare al riguardo di quella cena è il film/affresco La terrazza di Ettore Scola, forse l'unico film che rappresenta la caduta dell'impero democristiano, alla fine della prima Repubblica italiana. Quando le maschere di Andreotti, Craxi, Berlinguer e Forlani rivestiranno i panni di quei vecchi intellettuali di Corte e di quelli con loro in contesa, tutti presenti a lodare o a minacciare quel sistema democratico. Così quella sera all'Esquilino, riuniti a ricordare Lucano, il poeta epico fatto morire da Nerone, stavano i vecchi e i nuovi cantori del mondo Flavio, ivi compresi i figli di Vespasiano, i nuovi generali, i nuovi senatori della finanza e dell'economia commerciale e agraria, nonché i futuri intellettuali, sempre sulle scale a piangere un piatto di minestra, primo fra tutti Marziale. Regina della serata, Polla dalle lunghe trecce, fermate da esili nastrini azzurri sul collo dritto e orgogliosa di sostenere una bellezza senza fronzoli, come scrive con rara attenzione il nostro Sessa. Ci accolse leggera, quasi silenziosa, con poche parole misurate, non meno sinceri dei suoi sguardi. Una bellissima vedova, quasi coetanea di Marziale. Sessa poi ci dice che il nostro Eroe cadde colpito dalla sua bellezza e fu il suo amore a prima vista, dopo anni di amori a pagamento futili e freddi nei lupanari della Suburra, uno dei suoi ambienti preferiti dove sapeva cogliere le miserie degli uomini che li frequentavano. Un amore più spirituale che Marziale riprese dopo quella cena fatale, ritornando da Lei con la scusa di regalarle le sue brevi nugae, accompagnandole con rose rosse imbarazzanti. Una frequentazione fitta e dolorosa perché Polla, al di là del comune sentimento favorevole alla poesia, non andò al di là di un compenso di denaro, quasi un dono per le belle rime ricevute e nulla più. Infatti quell'amore spirituale non si tramutò in nessun sentimento, visto che non scoccò mai di più fra i due ormai quarantenni, con un Marziale per un attimo divenuto un romantico come il giovane Werther. Ma fu comunque la scintilla che lo indusse a non partire definitivamente dalla Roma di Tito. Un breve Principato quello del figlio di Vespasiano - 79/81 d.C. - che fu quasi interamente dedicato alla costruzione di opere pubbliche, alla ricostruzione delle città distrutte dalla eruzione del Vesuvio e dal frenare le intemperanze del fratello Domiziano, pronto a succedergli al trono secondo le disposizioni concordate dal padre con il Senato, rimasto favorevole alla loro famiglia. Tito rimase impegnato nella lunga ripresa dello Stato, nonché occupato a limitare le mire espansionistiche del fratello da allora aduso ad accuse anonime contro gli avversari politici. E siamo all'80 d.C., la vita di Marziale scorreva ancora nel grigiore delle giornate, piene di speranza per un amore non corrisposto, un'attività poetica senza prospettive pratiche rivolta al sostegno della vita quotidiana, divisa fra pranzi e cene come mero compenso alle sue premure di servizio, spesso di scarso contenuto e di magra soddisfazione del suo animo di poeta spiritualmente elevato, ma ora costretto a coltivare quell'Umanità che fino a quell'ora aveva osservato. Per di più, poco dopo le feste Saturnali del gennaio di quell'anno, un'epidemia di peste scoppiò in città e il poco ottenuto venne meno al nostro epigrammista, visto che tornò a chiudersi in casa, fuori dai Fori divenuti improvvisamente silenziosi. E poi una carestia che mobilitò le masse affamate, con furti e rapine all'ordine dal giorno. Quasi come da noi oggi, dopo il Covid e il conseguente aumento della delinquenza e i rischi della sicurezza personali che agitano i giornali di questo triste presente. Anzi, anche a Marziale capitò il drammatico episodio della scomparsa e della morte violenta del suo amato servo Antio, col quale da molti anni aveva condiviso le avversità degli anni dopo Nerone e le fatiche della sua creatività, visto che Antio gli aveva fatto da scriba attento e preparato. Dopo le affannose vicende della sua ricerca e il ritrovamento del cadavere, la scoperta dell'assassino - un povero affamato in cerca di mangiare, rubato al servo che lo aveva appena procurato - e la sua sommaria condanna a morte; Marziale dovette anche assistere a un altro grave incendio di Roma, dal campo di Marte ai templi di Giove Capitolino, di Iside e Serapide, nonché a danni seri al Pantheon e alle terme di Agrippa e Nerone. Salvi furono invece i vespasiani dell'imperatore Flavio, la grande trovata di quel Dittatore, molto utili per risanare le finanze dello Stato. In primavera dell'80, poi, il poeta Giulio Marziale - un altro poetastro che componeva fra una comparsa e l'altra in tribunale - gli regalò Demetrio, uno schiavo greco, abile nel trascrivere dal greco e dal latino in bella copia, oltre a essere un ottimo cuoco e un cameriere perfetto, quasi da far dimenticare il povero Antio. Ma un evento centrale, di sviluppo della realtà personale di Marziale era nell'aria, un passaggio di grado che gli allontanò il pensiero di un triste ritorno a casa e gli consentì ulteriori anni, forse più proficui della sua carriera di scrittore versatile. Invero, proprio nel giugno dell'80 Roma si inaugurava il Colosseo. Svetonio racconta celebrazioni per 10 giorni e in uno solo furono esposte 5000 bestie feroci. Addirittura, scrive Sessa, nella apertura del Colosseo le masse scesero dal Celio, dal Viminale e dal Campo di Marte fino alla Via Sacra (a pag. 171 Sessa si dilunga in modo ampio sulla geografia urbana dimostrando anche una ottima geografia dei luoghi). Un lungo periodo di spettacoli di ogni genere - musici, mimi e giocolieri – era mai avvenuto, tanto che le cronache confermano la volontà dell'Imperatore di manifestare l'enormità dell'evento come il momento più glorioso della Storia. Anche Marziale pare ne fosse inebriato. Una vecchia idea gli frullava in mente dall'epoca dei Consigli di Quintiliano: perché non avvicinarsi all'Imperatore proprio in quella straordinaria situazione? Da qui, Marziale non cambierà più: il delirio della folla, la visione di scannanti di condannati a morte, di cristiani violati come carne al sole, le lotte fra gladiatori, diventarono scenette racchiuse nei suoi folgoranti distici. Proprio Demetrio - il suo nuovo fidata schiavo - gli portò sul tavolo di studio tanti episodi tanto gustosi quanto sgradevoli (per esempio, nel volere rappresentare il mito di Pasifae, cioè una giovane donna cristiana venne violentata da un toro …). E il plauso a Tito non mancò: in occasione della rievocazione del mito di Ero e Leandro, Marziale, dopo aver visto la scena della morte in mare di Ero, così stigmatizzò: Se l'onda notturna ti ha risparmiato, non meravigliarti, l'onda era Tito! La rilettura del mito fatta per attutire l'effetto finale doloroso della storia, costituì un elogio all'Imperatore che diede un lieto fine che acquieterà il popolo in lacrime. Il metodo di incensamento del potente, presentandogli brani a sua lode, gli sembrò una strada opportuna. Il nuovo editore Trifone accettò subito di stampare, propagandare e finalmente vendere. E la dedica di Marziale diventerà la formula che indicherà la figura di Tito nella Storia fino a oggi, almeno finché l'archeologia del'900 non svelerà come la citata repressione giudaica ebbe come ribelli crocifissi ben 5000 persone attorno a Gerusalemme conquistata e distrutta, senza contare i tanti ebrei che con la diaspora conseguente invaderanno Roma e che diverranno Cristiani anche per reazione politica contro di lui. La buona fede di Marziale è però intatta. La sua dedica - ciò che era stato delizia del tiranno è diventato con te, o Cesare, delizia di tutto il popolo - illuminerà il pensiero storico a lui contemporaneo anche come alternativa al successore Domiziano. Grande invece fu la sua gioia nel vedersi stampato un volume che finalmente gli rese giustizia per l'interesse pubblico che produsse. Il Liber de Spectaculis Marcus Valerius Martialis Poeta, stazionerà nelle vetrine della libreria di Trifone accanto ai Tristia di Ovidio e alle Georgiche di Virgilio, gli unici grandi poeti di Roma che il nostro poeta elogerà nelle sue rime. Molto gli costò però la loro stampa, ma ne valeva la pena per l'obiettivo di essere sulla scrivania di Tito. Un Senatore, Vibo Crispo, riuscì nell'impresa. Tito fu entusiasta di quelle lodi sperticate per la sua creazione e per avere fra le mani uno straordinario strumento di propaganda. E già nei Saturnali dell'80 un premio rilevante per Marziale arrivò: la concessione del Cavalierato, lo ius trium liberorum, cioè un piccolo sussidio fisso ai cittadini che avessero più figli per incoraggiare la natalità. Inoltre, tale titolo lo esentava da obblighi personali con i Terzi senza alcuna sportula, nonché di ereditare beni pubblici indicati dall'Imperatore. Infine, il potere di adire le magistrature, cosa che Marziale molto presto otterrà, attraverso la successiva carica di Tribunus Semestralis, che lo qualificherà finalmente Cavaliere. Insomma cariche onorarie e una sufficiente retribuzione, acquisita senza figli e senza combattere, come dirà lui stesso nei sui tanti epigrammi autocritici. Titoli che gli facevano ottenere gratis qualche posto al Colosseo da spettatore, qualche coppa di vino, qualche momento per mantenere la sua casa del Pero, il bugigattolo al piano terzo vicino al Quirinale, in cima a scale ripide la cui salita e discesa quotidiana cominciava a pesargli all'età ormai di 40 anni. Almeno le donne di strada, qualche spettacolo lubrico e un po' di vino gli era assicurato... Faustino, suo modesto mecenate, gli festeggiò questo passo avanti con una festicciola dove un anello patrizio gli venne in regalo per sancire la piccola sicurezza conquistata. In fondo il favore imperiale - ivi compreso quello dell'erede Domiziano che pubblicamente gli aveva sorriso - era stato consacrato. Molti di più leggevano e commentavano le rime del liber spectaculis, magari comprandone qualche copia. Poi la notizia della morte di Tito, dopo appena due anni di Regno. L'ennesima delusione? A più di 40 anni, il nostro eroe non cessava di sperare di avere quella laurea di poeta imperituro, magari non ricco, ma degno di essere ricordato. E la speranza in Domiziano e in un amore più evidente da parte di Polla gli sembrarono più vicine.

Giuseppe Moscatt

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