Il giardino era pieno di vita, eppure non la sentìi vivere anche dentro di me prima dell’alba fatata in cui lo percorsi abbracciato a Helena biancovestita che adunava nel volto sereno la luce della graziosa luna e di tutte le vaghe stelle, e, mentre cantava Summertime con voce calma, manifestava l’armonia che finalmente mi aveva accolto offrendomi le sue meraviglie impersonate da lei, donna dotata di stile, capace di infondermi nell’anima la verità semplice bella e santa che vivere, soprattutto d’estate, è facile, piacevole e gioioso, se non abbiamo commesso delitti inespiabili o sbagli irrimediabili.
Allora pensai: “sum, o superi, beatus, nullique potestas hoc auferre homini” , sono felice e nessuno ha la possibilità di togliere questo all’uomo che ora sono.
L’orto botanico divenne un pezzo di paradiso terrestre solo dopo la conoscenza di quella femmina umana rara, talmente bella e fine che la terra dove era passata olezzava.
Helena mi aprì la strada verso le altre muse di questa mia vita mortale. In lei ho previsto le seguenti e nelle migliori di queste ho ricordato lei. Perché la donna che una sera mi disse: “io non sono materia” e mi fece provare vergogna dell’ ingiustizia che stavo per infliggerle, ha risvegliato in me l’idea dello spirito, e attraverso il suo petto, il suo cuore, mi ha fatto auscultare i palpiti dell’universo.
Ma questo sarebbe avvenuto cinque anni più tardi, cinque tutti interi, nell’estate felice del 1971.
Nel luglio del ’66, mentre percorrevo i sentieri ghiaiosi dell’orto botanico, le piante, le erbe e i fiori dei quali pure leggevo con sguardo ebete superficiale e distratto i nomi latini incisi nei cartelli di latta inchiodati su pezzi di legno piantati nella terra contigua al sentiero ghiaioso dove camminavo con passo stanco, da vecchio anzi tempo, quei vegetali denominati Heuchera Sanguinea, o Campanula Karpatica, per me erano soltanto materia e non risvegliarono la mia fantasia, né mi infusero il gusto della vita con cui potessi difendermi dal marcio sapore di morte che avevo in bocca e nel cuore.
L’anima mia storpia era sempre gravata dalla paura di non trovare una donna, né alcun affetto, e, in quel momento in particolare, di non inserirmi nel nuovo ambiente pieno di giovani meno disgraziati, insicuri e infelici e di me. La mente sciancata dal peggiore dei vizi, l’autodisprezzo, era diventata uno spettro svigorito, desolato inquilino di un corpo gonfio e infiammato dal cibo.
Con l’amore di Helena, invece, nell’ orto botanico avrei visto trionfare la vita: alberi strani e altri già noti, piccole piante esotiche irretite da ragnatele azzurre filate con arte, stagni vivaci dove nell’acqua guizzavano pesci pieni di voglia di vivere come gli uccelli contenti che sfrecciavano nel cielo, e rane abbicate alla terra che ripetevano il loro verso antico 1 ringraziando il creatore. Quella donna mi ha fatto capire che la vita stessa mi amava, la vita che è la verissima amante degli uomini buoni i quali non possono non contraccambiarla.
Prima di Helena non ero in grado di notare la parentela di tutto con tutto: non mi accorgevo che le ninfèe distese sopra lo stagno sembravano pezzi di un mosaico strano, né assomigliavo le tartarughe a soldati vecchi ma ancora validi, collocati a difesa del luogo con lo scudo dorsale che non avrebbero mai potuto abbandonare. Mi sarebbero venuti in mente i Germani di Tacito e dissi a Elena che pure quelle testuggini dovevano avere il senso dell’onore militare “scutum reliquisse praecipuum flagitium”1bis.
“Sei intelligente e colto- fece lei-Ho fatto bene ad amarti”.
“Tu hai fatto molto bene a me”, le risposi.
“E tu a me”.
Magnifiche provocazioni erotiche. Fu impossibile non raccoglierle subito, lì dove eravamo.
Avvertenza: il blog contiene due note e il greco non traslitterato
Note
1 berekekeke;x koa;x koavx nelle Rane di Aristofane, 209 e 210
1bis Tacito, Germania, 6.
Bologna 13 febbraio 2026 ore 9, 55
giovanni ghiselli
p. s.
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