martedì 17 febbraio 2026

Scuola settimo capitolo. Riflessi e riflessioni sull’acqua del fiume Brenta.


 

“Mi dia un’aula soleggiata-gli chiesi-. La scuola è arrivata agli ultimi giorni ma io e i miei allievi vogliamo continuare a studiare insieme fino agli esami”

“Non voglio che lei trasformi questa scuola onorata in un club di sovversivi” rispose.

“Casomai sarebbe il tiaso  di una confraternita santa la cui religione è lo studio”

Cossa vu to. Lei può vedere le ragazze solo nelle ore scolastiche secondo il calendario ministeriale e l’orario ricevuto da me. Altrimenti si aspetti una censura che la rimanderà da dove è venuto.”

“E dei ragazzi miei allievi che cosa vuole fare?”

Non rispose e fece spallucce.

“Ho capito, ho sentito” conclusi.

Continuai a tenere lezioni pomeridiane nello spiazzo davanti alla scuola, sotto la finestra del preside, dove c’erano i tavolini del bar Centrale.

Seguitai a studiare e a fare lezione fino alla vigilia dell’esame.

Sapevo che lo stipendio non bastava a ripagare il mio lavoro, anzi non sarebbe bastato nemmeno a mantenermi dignitosamente così lontano da casa. Per la dignità morale e intellettuale ci voleva lo studio con l’impegno educativo, per quella materiale l’aiuto della zia Giulia di cui ho detto.

Il preside, che non voleva o non sapeva essere nemmeno del tutto  cattivo, non mi mandò la censura però mi diede Valente invece di Ottimo dato agli altri insegnanti,  con tutto che in marzo ero stato l’unico dei giovani docenti a superare lo scritto dell’abilitazione.

 

Torniamo alla mattina  del 29 ottobre 1969,  quella del primo incontro von il cap ostile.

Dopo il telegramma kafkiano, tornai dal preside che mi disse: “Comincerà domani. Per oggi rimane la professoressa che lei ha messo in mezzo alla strada”. Prendeva tempo: forse sperava ancora di trovare il modo di allontanarmi.  Seppi poi che quella supplente nominata e sostenuta da lui non era laureata. Non che la laurea trasformi un cretino e un ignorante in un educatore colto, ma le leggi che possono costringere i furfanti a essere  cauti erano dalla mia parte e lui ebbe il coraggio di violarle solo penalizzandomi, di due punti, con la qualifica che era un giudizio politico del tutto immotivato.

 

Quella mattina libera andai dunque a esplorare i dintorni con la Mini minor regalatami dalla zia Rina. Sorelle Materassi le chiamava la mamma, pure lei amante della letteratura e del cinema e un poco svitata come me.

 

A Tezze sul Brenta fui attirato dall’acqua del fiume che rifletteva il campanile del paese e la santa faccia del sole, immagine visibile di quella divina. Mi fermai a fissare la corrente lenta  come facevo a Moena con quella precipitosa del torrente Avisio. Pure io ero diventato meno precipite.

 Sul greto sassoso c’erano due cacciatori con dei cani che correvano su e giù. Erano snelli, muscolosi, vitali. Cercavano qualche cosa, come me.

Volevo trovare la mia parte di giovane uomo nella vita siccome quella del ragazzo studente, prima studioso poi gaudente, l’avevo già recitata tutta dalle elementari di Pesaro alle Università di Bologna e di Debrecen. Scuole di studio e di vita. Dovevo interpretare bene il nuovo ruolo che il destino mi aveva assegnato in quel paese lontano, tra gente diversa e strana. L’acqua  non era torbida. Si potevano contare le pietre sommerse.

“Come un sasso che l’acqua tira giù”. No, non era l’Avisio fragoroso che osservavo negli anni Cinquanta. La corrente del Brenta era tranquilla come la morte di quell’estate meno lontana.

Il sole galleggiava nel fiume come un canotto rotondo e risplendeva in cima al campanile come la mela, e ragazza, di Saffo troppo elevata per essere còlta. Helena distava due anni, Kaisa tre, Päivi cinque; la ventura significativa , Ifigenia, nove, con diverse altre in mezzo.

 Le tre finlandesi sono state le donne più importanti della mia vita mortale  con un mese di amore ciascuna. Non abbiamo fatto in tempo a disgustarci dell’amore.

Ho raccontato quelle storie perché contengono il meglio della vita amorosa, con l’intesa e la trasfusione delle anime.

Quel giorno mi sarei riempito di gioia se avessi previsto quella grande felicità tripartita ma allora antivedevo, e non vanamente, solitudini grandi e lunghe, mesi di ascetismo da anacoreta.

Salìì al castello di Marostica. Era circondato da tanti voli di uccelli. Le foglie dei ciliegi erano vizze però ancora verdi, i pampini delle viti arancioni o purpurei. Nell’aria aleggiava  la malinconia, oltre gli uccelli meno contenti che in primavera. Era finita  la stagione dei tripudi, e un’epoca della mia vita mortale. Il giorno seguente sarebbe iniziata l’era del gianni ghiselli professore di lettere in una scuola media.

Bologna 17 febbraio 2025  ore 10, 08 giovanni ghiselli

p. s.

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