giovedì 12 febbraio 2026

Sofocle Edipo a Colono vv. 982-990. Traduzione e commento.


 

Edipo

 

Mi partoriva infatti, partoriva senza sapere, ahi la sventura,

me che non sapevo, e dopo avermi partorito

mi generò dei figli, sua stessa vergogna.

 

Le pene del parto

Il parto è considerato più di una volta da Euripide come una pena per la donna anche quando non c’è di mezzo l’incesto. Faccio qualche esempio.La Medea di Euripide afferma di preferire la guerra al parto  inaugurando un tovpo" che arriva a non poche donne di oggi. “Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli/ in casa, mentre loro combattono con la lancia,/ pensando male: poiché io tre volte accanto a uno scudo/ preferirei stare che partorire una volta sola.  ( Medea, vv. 248- 251).-wJ~ tri;~ a]n parj ajspivda-sth`nai qevloim j ma`llon h] tekei`n a{pax

-Ennio (239-169 a. C.) traduce i versi di Euripide quando fa dire alla sua Medea exul :"nam ter sub armis malim vitam cernere/quam semel parĕre”, infatti preferirei decidere la vita sotto le armi tre volte che partorire una volta sola.

Nelle Fenicie di Euripide la Corifea commenta la pena di Giocasta per Polinice dicendo:"deino;n gunaixi;n aiJ di' wjdivnwn gonaiv,-kai; filovteknovn pw" pa'n gunaikei'on gevno"" (vv. 355-356), sono terribili per le donne i parti attraverso le doglie, e tutta la razza femminile è in qualche modo amante dei figli.

Giocasta lo è stata anche troppo; Medea evidentemente fa eccezione.

Nell' Ifigenia in Aulide la Corifea comprende la pena di Clitennestra per la figliola,  ricordando

quale prova terribile sia il parto:"deino;n to; tivktein kai; fevrei fivltron mevga-pa'sivn te koino;n w{sq' uJperkavmnein tevknwn" (vv. 917-918),

tremendo è partorire e comporta una grande magia d’amore comune a tutte, tanto da soffrire per i figli.

Partorire dunque è una delle cose tremende (ta; deinav). 

 

Tanto più perché il parto può causare una perdita di bellezza: nell’Hercules Oetaeus pseudosenecano, Deianira, vedendo la fulgida bellezza della giovanissima Iole, lamenta l’oscurarsi della propria con queste parole:

Quidquid in nobis fuit olim petitum, cecidit et partu labat” (vv. 388-389), tutto quello che una volta in noi era desiderato, è caduto e con il parto vacilla.

 

Le matrone romane potevano arrivare a vergognarsi di avere partorito e allattato i figli poiché dopo non potevano più essere eccitanti con un bel seno. Lo ricavo da Properzio che esorta l'amante alla rixa amorosa nella luce:"necdum inclinatae prohibent te ludere mammae:/viderit haec, si quam  iam peperisse pudet " (II, 15, 20-21), non ancora le mammelle cadenti ti impediscono tali giochi: badi a questo una se si vergogna di avere già partorito.

Edipo

Ma una sola cosa di sicuro so bene: che tu deliberatamente 985

infami, me e lei, mentre io senza volerlo

 la sposai e contro voglia ora ne parlo.

 

Fromm sostiene che nell’Edipo re non c’è alcun cenno all’amore da sposi tra Edipo e Giocasta.

E. Fromm in Il linguaggio dimenticato  considera il parricida Edipo e Giocasta, quali rappresentanti di quella civiltà matriarcale, antiautoritaria, antistatale, che viene faticosamente sconfitta dalla seguente cultura patriarcale, foriera del principio di autorità impersonato da Creonte. In questo conflitto, il desiderio sessuale del figlio per la madre non entra: "Nel mito non vi è indizio alcuno che Edipo sia attratto o si innamori di Giocasta"(p.192).

 

Ma non avrò fama di malvagio riguardo a queste

nozze, né per l’assassinio del padre che tu sempre

mi rinfacci vituperandomi  crudelmente 990

 

Bologna 12 febbraio 2026 ore 19, 20 giovanni ghiselli

 

p.s.

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