venerdì 13 febbraio 2026

L’apprendistato XXVII parte. Il corteggiamento balordo.


 Nella piscina dunque mi diedi a cercare i contubernali temendo di non trovarli. A mano a mano che non li scorgevo, la paura  di restare solo cresceva e diventava ansia. Dopo una decina di minuti cominciai a disperarmi.  Assidui terrori mi resero addirittura pensoso di gettare dentro l’acqua  la pena e il dolor mio. Ma non c’era nessuna vasca abbastanza profonda da affogarvi e continuai a cercare dovunque.

Dopo avere girato in lungo e in largo osservando la gente, soprattutto le donne giovani e belle, nel centro di una vasca circolare dall’acqua caldissima, sopra un’isoletta di pietra, vidi raggruppati Fulvio, Danilo, Ulderico, il  Romano nuovo arrivato, più un paio di sconosciuti, tutti intorno a una ragazza sola, bellina quanto si vuole, ma che non li  degnava  di uno sguardo. “Bella e sdegnosa!” pensai ricordando con ironia un luogo comune dell’epoca quando i maschi corteggiavano accanitamente  le riottosette dell’epoca che al primo approccio mostravano riluttanza, come le femmine di molti altri animali.

 Dopo esserci ambientati a Debrecen, avremmo chiamato la vasca in questione “piscina dei sifilitici”, poiché il la sua acqua termale, quasi bollente, faceva bene a diversi malanni, e molti dei coricati là dentro erano un po’ malandati, smozzicati 1 perfino. Vincendo dunque la ripugnanza dell’acqua rovente e zigzagando tra i mutilati distesi in quella bolgia, resistendo anche al dolore iniziale dei piedi e dei polpacci lessati2,  che comunque mettevo in mostra sollevando i calzoncini stracciati quando scendevano, e tirando i tendini per mettere in rilievo la buona fattura dei muscoli da ciclista, l’unica cosa rimasta ben fatta nel mio corpo devastato dal cibo e dalla sventura, mi avvicinai ai contubernali e salii sull’isoletta del corteggiamento inopportuno.Volevo osservare da vicino la scena che da lontano mi sembrava una recita di attori ebbri.

Danilo,  sonoro e rubicondo, gridava: “Bea tosetta, cara da Dio, perché non

rispondi, Dio caro? Rispondi, ugheresina bella!”

Quella non solo non rispondeva ma non gli rivolgeva nemmeno una rapida occhiata. Fulvio provava a interessarla con cenni del capo e ammiccamenti vari; Ulderico, le agitava davanti al volto le mani con alcune dita drizzate, forse per suggerirle un appuntamento appartato a una certa ora.  

Gli sconosciuti della seconda fila parlavano tra loro e ridevano: dovevano essere ragazzi autoctoni divertiti dalla comicità della scena. I mezzi impiegati dai miei connazionali  erano del tutto inadeguati al fine.

Io,  ragazzo disgraziato assai, non avevo esperienza di corteggiamento, ma desideravo talmente tanto le femmine umane, da capirle ancora prima di conoscerle, e da comprendere che quel modo di procedere non aveva alcuna possibilità di successo. Del resto conoscevo la psicologia femminile per essere stato allevato dalla mamma, tre zie e la nonna, cinque nutrici tutte attente intorno a me per molte ore di ogni giornata. Ero attento a mia volta nei loro riguardi. I maschi non c’erano quasi mai e quando c’erano non contavano niente: venivano zittiti appena aprivano bocca o li mandavano via. Con me avevamo un atteggiamento del tutto diverso perché ero bravo a scuola fin dalle elementari.

Sapevo come funzionava la testa di molte donne, e per quanto avevo visto in casa, avevo capito che molti uomini erano più deboli di loro.

Quindi, spinto dai ricordi delle imperiose matriarche  e dalla inadeguatezza di quei contubernali,  osai intromettermi con forza, e atteggiandomi a intenditore, dissi: “Salve, ragazzi, è un piacere grande incontrarvi, però, se permettete, state facendo un grosso errore: non si corteggia una sola donna in tre alla volta e in tale maniera goliardica, per non dire infantile o addirittura ferina”.

Danilo mi guardò bieco, e disse: “Cossa vu to? Stai poco bene? Se vuoi, vieni avanti a darci una mano, se no, tirati indietro, o tirati su con una graspa. Cosa c’è che non va? Non vedi che bea che xe? Non sarai mica finocio anca ti? Non vedi che bea, cara da Dio? Non è il tuo tipo?”

“Sì-risposi- è bellina assai, è cara da Dio, piace molto anche a me, è quasi il mio tipo, però io sto dicendo tutt’altra cosa”. Avevo imparato a difendermi respingendo gli attacchi delle badesse di casa.

“Cossa vu to dire” gridò il veneto, sempre più rosseggiante e sfavillante tra i vapori dell’acqua rovente e i fumi interni dell’alcol.

Temevo una sua invettiva; invece la voce emessa dalla faccia trascolorata3,  si contrasse in un singhiozzo, poi tacque. Quindi con miglior labbia4,  il giovane infatuato  prese una grossa borsa messa al riparo sul vertice dell’isoletta lapidea, l’aprì, tirò fuori una bottiglia di palinka, ne bevve un paio sorsi, poi me l’allungò, dicendo quietamente: “ Manco male che non sei finocchio. Me saria dispiaso!  Non fare storie, bevici sopra anca ti, pesarese caro da Dio!”.

Pensai che la piscina calda nel pomeriggio offuscato eruttasse una oscurità capace di ottenebrare le menti dei miei compagni di stanza, ma non lo dissi. Anzi, assaggiai la palinka all’albicocca offerta da quel ragazzo di Bassano del Grappa che dopo tutto trovavo simpatico: il liquore ungherese mi sembrò più caustico dell’acqua che mi aveva scottato le gambe. Più avanti purtroppo tale brace liquida arrivò a non dispiacermi. Però per fortuna, mi emancipai presto da quella strana consolazione. Grazie alle donne mie benedette.

Dopo avere letto questo capitolo potreste domandami: come è possibile che tu attraversando il bosco di Debrecen per andare in piscina ti sia trasformato in questo modo?.

Si vede che era arrivato il momento,  che il genius loci,, un demone buono e benefico  mi aveva dato la sveglia dopo tre anni di sonno. Stavo entrando nel dormiveglia. Quando tornerò a Debrecen nell’estate del ’68, oramai desto quasi del tutto, grazie alla Pasqua di Praga passata molto bene con Helena, la boema ventenne bellina e generosa,  una studentessa di Padova che avevo conosciuto nel 1966 mi disse: “come hai fatto gianni a trasformarti così? Ti ricordi com’eri? Ci facevi una gran pena”.

“La sorte dolorosa e pure generosa-risposi-mi è stata maestra”.

Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato

 

Note

 

1Cfr. Dante, Inferno, XXIX, 6.

2Cfr. Dante, Inferno, XXI, 135.

3 Cfr. Dante, Paradiso, XXVII, 21.

4Cfr. Dante, Inferno, XIV, 67.

Bologna 13 febbraio  2026 ore 16, 56

giovanni ghiselli

p. s.

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