Contiguo allo stadio c’è quella casetta o casinetto1 che tornerà in primo piano nella storia di Helena, particolarmente nell’episodio di una notte simile a quella di Valpurga con la tentazione che mi provenne dalla deliziosa ragazza di Strasburgo Josane, quando mi comportai come santo Antonio evitando umiliazione e dolore all’amata compagna finlandese. Una delle mie opere buone. La prima e ottima.
Eravamo nel 1971. Nemmeno allora dovevo sfuggire alle prove2.
Neanche in questi giorni quando mi adopero per rendere perfetto il mio capolavoro, per preparare le conferenze, e ricostruire i muscoli intorno al femore spezzato poi operato nel luglio scorso nell’ottantunesimo anno di vita.
Quel casinetto dunque è una casa non grande, a due piani simmetrici3, come quella di Eufileto, il marito becco e vendicativo, l’ omicida difeso da Lisia.
Nel 1966 sedetti sulla terrazza prospiciente la pista delle mie future corse catartiche ma quel giorno stetti lì fermo a trangugiare un caffè e ingozzare dei pasticcini, indifferente a quel luogo che sarebbe diventato uno dei più significativi della mia vita mortale.
Al secondo piano il custode abitava; al primo teneva un bar con seggiole e tavolini, sia nell’interno sia nella terrazza, dove ci sarebbero state alcune feste intermedie tra quella della conoscenza e quella dell’addio dove Afrodite riuniva ragazze e ragazzi perché si conoscessero nella prima, si amassero nelle successive, e si salutassero per sempre, con gratitudine eterna, nell’ultima.
Là si sarebbero consolidate oppure avrebbero vissuto ore di crisi i miei rapidi amori pellegrini; là donne straniere e pure italiane, come vedremo, mi avrebbero approvato o redarguito, esortato o confutato insegnandomi buona parte di quello che ora so. A scuola non ho imparato di più né di meglio.
Su uno di quei tavolini a metà agosto del 1974 piangevo ricordando la bella e triste storia di Päivi che conoscerai, lettore. Quella sera non ero più un ragazzo: ero arrivato vicino alla svolta dei trenta in attesa del prossimo insegnamento al liceo, perduta la donna che amavo e la bambina aspettata da lei solo per un paio di mesi, spariti gli amici, ero desolato del tutto e facevo il non facile conto del bene e del male. Dovevo affrontare debitamente l’età adulta trovando il metodo adatto. Capivo e sentivo che la strada degli ultimi anni non andava più bene. Avevo perduto tutti gli affetti.
A un tratto nel rosso del cielo mi apparve un girotondo di amici ancora vivi e uno-Bruno- morto già allora. Oggi soltanto Danilo è superstite, oltre me, di quell’allegra brigata. Il vino dunque non fa poi tanto male.
Nel luglio del ’66 però, imbestiato com’ero, in quel casinetto vidi soltanto un bar dove sedermi per bere un caffè assai zuccherato e perdere altri dieci minuti di questa rapida vita mortale oziosamente, ossia senza agire, né osservare, né meditare in modo costruttivo, ma solo cercando di tenere a bada l’angoscia e assecondare l’ingordigia animalesca del ventre. Trangugiato il lungo caffè pieno di zucchero non senza delle paste orrendamente dolci che avevo aspettato a lungo con impazienza frenetica, si era fatto il tocco, come si diceva nella bella parlata toscana di casa mia, cioè l’una, insomma l’ora di desinare nella mensa. Un pranzo immeritato. Mi avrebbe fatto meglio una bastonatura da bestia quale ero.
Avvertenza il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato
Note
1 Cfr. Mozart-Da Ponte, Don Giovanni, I, 9: “Quel casinetto è mio: soli saremo, e là gioiello mio, ci sposeremo. Là ci darem la mano, là mi dirai di sì”.
2 Cfr. Odissea, I, 18.
3 Cfr. l’orazione giudiziaria di Lisia Per l’uccisione di Eratostene: “oijkivdiovn ejsti diplou`n, i[sa e[con ta; anw toi`" kavtw” , E’ una casetta a due piani che ha gli ambienti di sopra simmetrici a quelli di sotto.
Bologna 13 febbraio 2026- ore 10, 47 giovanni ghiselli
p. s.
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