giovedì 12 febbraio 2026

Debrecen 1966 L’apprendistato. XVI capitolo. L’Università dell’amore.


 

Avevo bisogno di tempo per rifarmi dunque. Infatti il 16 luglio del 1966 nessuna delle aulenti creature fiorite sul prato, nemmeno una, mi degnò di uno sguardo. Eppure sentivo il richiamo forte dei capelli, dei seni, delle cosce di quelle ragazze.

Però guardando attentamente dentro il gruppo, esaminando le singole persone, queste non erano  tutte così soavi, fresche e aulentissime come mi era parso a un primo sguardo. Una zitella già un poco attempata inarcò le sopracciglia come due corna, estrasse dal rostro feroce una fila di denti aguzzi, mi indicò a un’altra con la repulsione dell’ attrice tragica che recita la parte dell’assassina, e le versò nelle orecchie parole mordaci, congetturai.  Sicché non osai avvicinarmi. Temevo che quella Erinni, o Arpia o Megera che fosse, avrebbe risposto a qualsiasi approccio mio digrignando quei denti da cane, senza contare che avrebbe potuto azzannarmi, quindi colpirmi con pugni e piedi pesanti come massi scagliati da catapulte. "Ci sono donne e antidonne" pensai. Mi è sempre bastato un indizio anche piccolo per congetturare la violenza, presoffirla e andare via per tempo.

Mi mossi dunque senza indugio in direzione della linea tranviaria nella ricerca e nell’attesa di qualche altra visione. Mi appressai all’ingresso  dell’Università Kossuth Lajos: una villa grande e bella di fine Ottocento, di stile che forse si può chiamare  neoclassico asburgico o Kaiser Königlich, imperial regio, tipico della Kakania di Musil.

Davanti alla facciata c’è una fontana rettangolare che lancia al cielo zampilli vivaci da sorgenti insonni e perenni.  I getti d’acqua  di giorno riflettono rapidamente i raggi del sole, e di notte, accese le luci, fanno piovere gocce multicolori, consolatòrie sul manto della grande madre terra,  mesta dal tramonto all’alba, per la sua condizione di vedova che la graziosa luna e tutte le vaghe stelle non bastano a consolare dell’assenza notturna del radioso marito, che porta chiara significazione di Dio.

 Dopo avere osservato questi esterni, entrai nell’edificio che sarebbe diventato il tempio dove vidi l’inizio delle mie gioie, ma non la fine. Queste sono ancora tutte dentro di me, come le pene del resto, e mi spingono a scrivere e mi aiutano a vivere acquistando coscienza.

 Come fui entrato, mi diedi a osservare cercando di cogliere segni non privi di significato per il seguito della mia vita.

 Nel mezzo della grande villa, nel piano sotto l’ingresso, c’è un vasto cortile, così lo chiamano loro, in lingua ungherese díszudvar, precisamente “cortile d’onore”, una sala enorme che vaneggia dal pavimento  all’altissimo soffitto dell’edificio occupandone la parte centrale. Le ali sono costituite da servizi vari situati in questo  piano interrato, poi da una quarantina di aule disposte sui quattro piani sopra quello terreno ai quali si sale per grandi scale di pietra. Le robuste ringhiere della monumentale scalèa che porta dal piano terra al cortile d’onore, i parapetti e le balaustre, alcuni balconi e le tante lapidi incise con nomi di eroi e di poeti magiari, a partire dal poeta eroe Petőfi, che tappezzano i muri, tutto questo forma il confine del grande vuoto centrale che sovrasta il salone dove ogni anno, all’inizio e alla fine del corso, si celebravano le due feste serali più importanti e solenni: Ismerkedési est, sera della conoscenza e Búcsú est, sera dell’addio. 

 Il megaron ipogeo quella mattina era stato in parte già preparato per la serata iniziale. Ci avevano collocato decine di tavoli ai quali avrebbero aggiunto due centinaia di sedie, e, sotto la parete che divide le due parti della scalèa due tavolate: una con cibi dolci e salati, l’altra con bevande non alcoliche, alcoliche e superalcoliche.

Ero ancora quasi astemio ma quell’estate non mi astenni del vino cercando con il suo aiuto il coraggio che mi mancava, per affrontare il prossimo, massime le ragazze. Si beveva un po’ tutti a dire il vero, siccome non ero soltanto io in difficoltà negli approcci, come potei osservare traendone conforto e coraggio. Il punto di vista sui giovani di mezzo mondo offertomi da questa università estiva mi aiutò a superare i pregiudizi negativi sul mio conto assorbiti dal conformismo provinciale, perbenistico e bigotto della gente frequentata nei precedenti due decenni della mia vita. Mi avevano ghettizzato perché ero troppo diverso e strano.

Fuori luogo tra la gente usuale, ordinaria.

Già durante questo primo mese di Debrecen, poi negli anni seguenti incontrerò diverse persone inusuali e mi sentirò via via sempre più libero di esserlo anch’io, quindi meno insicuro e meno infelice. Il movimento del’ 68 darà le ali alla mia rinascita, ma sono state  queste antiche borse di studio i primi grandi doni del cielo dai quali ho iniziato a rivivere dopo tre anni funerei.

Bologna 12 febbraio 2026 ore 9, 14.

p. s

Un sogno.

A proposito di permanenza psichica delle esperienze più significative della nostra vita e viceversa, aggiungo che questa notte ho sognato Päivi la terza delle Grazie incontrate a Debecen, quella che rimase incinta poi abortì. Assommava nella sua figura anche le altre due Grazie poiché invece di avere i suoi capelli rossi, era mora come Helena e Kaisa. Ci si baciava in Finlandia. Poi eravamo in automobile in una strada piena di bambini che ci ostacolavano. Temevo di perdere l’aereo del ritorno. Questo significa la paura di entrambi che la nascita della bambina attesa ci avrebbe fatto perdere altre occasioni amorose o lavorative. Tuttavia parlando con un ragazzo, gli dicevo che non avevo incontrato nessuna altra donna con cui avessi fatto meglio l’amore. Queste visioni e parole oniriche ci dicono quanto sono complessi i rapporti umani. Lo sono tanto che è impossibile dire a una persona. “Ti amerò per tutta la vita, lo giuro davanti a Dio”.  E’ uno spergiuro, un’empietà travestita da pietas, un’idiozia o una furfanteria con la maschera della bontà amorosa sovrapposta al ceffo cretino o bugiardo.

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