domenica 22 febbraio 2026

Conclusione della storia di Elena. Capitoli 23 e 24

 Elena 23 Io non sono materia.

 

Elena dunque mi stava lasciando. Allora finalmente compresi. Capii di essere stato stupido, volgare e crudele; capii che quella creatura in attesa di un’altra creatura, non doveva subire ingiustizia, umiliazioni e dolori. Non da me. Avevo compreso e sentivo che non vi è felicità grande senza morale profonda1.

L’azione cattiva è pessima per chi l’ha progettata e la compie 2.

Chi prepara il male a un altro, lo apparecchia a se stesso 3.

Ne avrei avuto rimorso per tutta la vita, forse anche oltre. E non solo per questo: io l’amavo, lei mi aveva reso migliore, e siccome in sua presenza mi vergognavo di essere ingiusto, mi avrebbe reso ancora migliore. La terra è in mezzo alle stelle, e sulla terra ci sei tu amore mio. Già il tuo nome è circondato da un alone sacro.

Mi alzai, le afferrai la mano sinistra e dissi: “Scusa, Elena, aspetta. Ora devo parlare io a te. Ne ho bisogno. Ti prego”. Si fermò, mi guardò, poi sedette di nuovo. Questa volta sul mio, sul nostro letto, sul talamo sacro dove Eros ci aveva uniti in tanti, tantissimi eppure mai troppi tripudi gioiosi. Sospirai profondamente, le accarezzai i capelli neri, folti, lucenti. Mettevano in risalto il bianco vivo della pelle.

 La guardai con simpatia autentica. Elena era come me quando venivo vessato dai prepotenti: chiedeva giustizia a uno che aveva provato l’iniquo impulso del tradimento e dell’oppressione.

“Scusami, amore, hai ragione. - dissi - Prima stupidamente ho bevuto due o tre palinke e ho perso la lucidità mentale. Poi ho ballato e ho sorriso sfacciatamente con quella ragazza francese. E’ vero, le ho fatto la corte, ma niente di più. Ho detto poche parole vuote”. Mi fermai un momento.

Poi le citai quanto dice Hans Castorp a madame Chauchat, la donna dagli occhi da Chirghisa: “Parler français, c’est parler sans parler, en quelque manière… sans responsabilité, ou comme nous parlon en rêve

Helena mi guardò perplessa.

“Ora ti metti anche a parlare francese?”, mi domandò.

“No, je ne parle guère le français: ho solo imparato a memoria alcune parole di Thomas Mann”4, risposi.

Poi continuai: “L’ho abbracciata, come si fa quando si balla, le ho fatto qualche complimento, ma non l’ho baciata. Comunque mi dispiace, ora me ne vergogno. Io voglio te, ne sono sicuro, voglio stare con te, soltanto con te, finché tu mi vorrai. Voglio rispettarti come rispetto me stesso, perché tu sei la mia compagna e ancora di più perché ti amo. Tu devi essere sempre felice, almeno per quanto dipende da me. Ne sento la responsabilità”.

Mi osservava, prima con sguardo dubbioso, poi capì e sentì che parlavo sul serio, con la testa e con il cuore, con tutto me stesso insomma. Infine mi sorrise convinta e mi accarezzò. Allora io, spingendole in basso le spalle, la stesi sul letto, quindi cominciai ad accarezzarle una coscia, sotto la gonna, con l’intento evidente di fare l’amore subito. Ma lei scostò la mano intempestiva e tutta la mia persona importuna, tornò a stare seduta come su un trono, e disse perentoria: “Aspetta”.

“Perché aspetta? ” le domandai, fingendo di non capire o senza capire davvero. Non ricordo.

“Perché voglio parlare ancora. Io non sono…” Disse  una parola inglese che non compresi. Le chiesi di ripeterla. “In latin is “materia” spiegò. Io non sono materia.  

 

 

 

Note

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1 Cfr. R. Musil, L’uomo senza qualità. Verso il regno millenario. “E sostengo che non vi è profonda felicità senza morale profonda”.

2 Cfr. Esiodo, Opere e giorni, v. 266.

3 Cfr. Esiodo, Opere e giorni, v. 265. Seneca ribadisce tale legge-quella del contrappasso- nell’ Hercules furens: " quod quisque fecit, patitur: auctorem scelus repetit " (vv. 735-736) , ciò che ciascuno ha fatto lo patisce: il delitto ricade sull'autore.

4 La montagna incantata. V Notte di Valpurga. Parlare francese è parlare senza parlare… senza responsabilità, oppure come parlare in sogno… quasi non parlo il francese.

Bologna 22 febbraio 2026 ore 9, 45

p. s.

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Elena 24. L’alba nell’orto botanico. Summertime. Tu infatti mi hai salvato la vita ragazza, madre, signora.

 

“Magnifica” pensai. La stimai e l’amai ancora di più per questa bella affermazione della sua dignità di donna e di persona; quindi vidi con chiarezza maggiore quanto fossi stato volgare, crudele e immorale civettando con la ragazza francese.

“Non tutte le femmine dunque”, pensai, “sono creature contraffatte, sagaci segugi a caccia di matrimonio, maschere prive di interiorità: leziose e smancerose, o tetre e arrabbiate, parassitarie o prepotenti, istrioni tragiche o guitte comiche, volgari mime arcisfrontate o ipocrite perbeniste pudibonde, quali le considerano, e spesso le condizionano a essere, i maschi frustrati nell’amore e nel lavoro. Se ci sono nemiche, siamo noi uomini che spesso le rendiamo tali 1

Guarda questa finlandese: una donna autentica, una creatura spirituale che ti mette addosso la vergogna di essere rozzo e sozzo, egoista, immaturo e ti fa crescere con l’esempio di un comportamento, di uno stile elevato”.

 

Quindi le dissi: “Elena, oltre all’amore e al rispetto, io per te provo ammirazione poiché tu sei capace di aprirmi ogni giorno nuovi spiragli sull’anima mia. Davvero tu non sei soltanto né soprattutto materia, anche se bella. Prima di tutto sei spirito: mente, cuore e stile. Tu sei tutto questo.

La tua parte materiale è spiritualizzata, sicché lo spirito traspare nelle tue forme, tesoro.

 Ti prego, non andare via, non lasciarmi troppo per tempo, ante diem, amore mio! Da te ho imparato più che dai libri. Quello che tu mi hai insegnato, lo insegnerò. Quod a te didici, docebo”.

 Così, con l’amore, le contraccambiai pure il latino.

Rispose con un sorriso di gratitudine e gioia. Qualche giorno più tardi mi rese felice dicendo che mi amava anche perché, quando ne avevo avuto l’occasione e la possibilità, non le avevo fatto del male. Come fa la canaglia di tutte le classi sociali, le caste, le religioni, i partiti.

Così la sera del 4 di agosto del 1971 io le chiesi perdono e facemmo la pace, poi parlammo a lungo e facemmo l’amore; quindi tornammo a ballare sulla terrazza, a festa quasi finita. Eravamo felici. Prima di andare a dormire, ciascuno nel suo edificio del grande collegio immerso nella grande foresta di Debrecen, passeggiammo in mezzo alle piante strane dell’orto botanico. Volevamo ancora stare insieme, sebbene oramai l’alba cedesse all’aurora.

Elena cantava: “Summertime and the living is easy, fishes are jumping and the cotton is high”, con voce calma e calda; e bruna com’era, vestita della tunica bianca, calzata di sandali neri con fibbia, sembrava un’antica poetessa greca che recita una sua lirica in lode della bella stagione, dell’amore e della vita.

“La terra è in mezzo alle stelle che ora si spengono nel bianco rosa del cielo, mentre il tuo volto si illumina”, pensai.

“Il ricordo di te durerà per sempre in me, e il nostro amore sarà l’eredità delle nostre vite. Lasceremo questo nostro tesoro all’umanità”, le dissi.


Quel momento, verso le tre del mattino, è stato uno dei più chiari e luminosi della mia vita mortale.

Mentre la donna, rischiarandosi alle rosee carezze di quell’aurora lontana, celebrava l’estate e la nostra felicità con limpido canto, la luce crescendo e propagandosi ovunque, mostrava la bellezza ordinata della vita terrena e io me la sentivo fluire dentro, nei polmoni e nel sangue pulsato dal cuore pieno di gioia. Avvertivo il richiamo dell’arte che è fusione di bellezza, bontà e verità.

Tutte le piante, i fiori e le erbe dell’orto botanico si vivacizzavano: i campanellini dell’Heuchera sanguinea trillavano di felicità, la Campanula carpatica brillava di luce azzurra, e la Tunica saxifraga dal carneo colore danzava nella brezza mattutina al canto della donna amabile e amata.

Sentivo l’ordine del cosmo e sapevo che il nostro amore ne faceva parte, contribuiva a formarlo. Respiravo con il mondo: ero entrato in quella unità, che è secondo natura, della mia persona con l’universo. Credo che sia questa la quintessenza della felicità.

“L’amore è la vita, l’amore è Dio”, pensai. “Un dio tanto umano da rendere divine le sue creature più buone e più belle, più simili a lui.”

Ancora oggi, dopo cinquantaquattro anni e sei mesi, se per caso sento una voce femminile cantare quell’aria di Gershwin, rivedo l’estate di Debrecen con la grande foresta di alberi sacri, le querce dodonee che accarezzano le stelle del cielo, rivedo i salici che, piegati sul lago, vellicano le schiene purpuree dei pesci, rivedo le farfalle variopinte che danzano, la vegetazione strana dell’orto botanico, rivedo le membra di un bianco luminoso, i neri capelli, il volto dolce e intelligente, lo sguardo bello e buono di Helena Sarjantola che quell’estate remota, con parole piene di significato, con lo sguardo espressivo e penetrante, con la figura ben modellata da quel sommo artista che è Dio, mi mostrò l’idea eterna della bellezza corporea armonizzata con la nobiltà dello spirito.

 

Domenica 22 agosto 1971, quando partì dalla Keleti Pályaudvar, la stazione orientale di Budapest, lasciandomi l’immortale memoria di sé, prima di salire sul treno celeste chiaro, come i laghi e il cielo un poco sbiaditi della sua terra, Elena mi ringraziò di non essere stato cattivo, né volgare, né stupido con lei. Le promisi che non lo sarei stato mai più con nessuno, perché con lei mi ero sentito bene, ero stato, finalmente, me stesso. Le ripetei le parole dette da Odisseo a Nausicaa al momento del congedo: tu di fatto mi hai salvato la vita, ragazza 2.

Non ho sofferto per la sua sparizione, forse perché il desiderio ardente di quella donna, oltre che brama carnale del suo corpo era un bisogno struggente di identità da definire e completare grazie a lei.

Quel 22 agosto Elena aveva già compiuto la sua funzione “storica”.

 Dopo la partenza del treno non l’ho più vista, nemmeno quando, nel settembre del 1974 andai a Yväskylä a trovare Päivi che aspettava una bambina da me. Eppure l’ho sempre pensata come la creatura preziosa che, contraccambiando il mio amore, per prima mi ha insegnato ad amare la vita, a credere nel Bello e nel Bene, ad avere fiducia in me stesso, a diventare quello che sono, qualunque piccola, poca e povera cosa io sia.

Comunque corrispondente alle mie aspirazioni commisurate alle mie qualità.

Nei momenti più tristi e desolati di questa mia vita terrena, quando altre persone mi hanno deluso o tradito, da Päivi che incinta di me, e forse, ancor più gravida di dubbi che del bambino, dopo l’ultimo incontro in Finlandia non mi mandava notizie, a Ifigenia, la figlia spirituale che durante una notte atroce  volle gettò nella spazzatura la nostra intesa, sempre mi sono rifugiato nel ricordo della notte felice in cui Helena mi insegnò ad aborrire dall’ingiustizia; poi, mentre il sole spuntava sul giardino di quel paradiso e versava le prime luci della sua bellezza inesausta, lei con angelica voce cantava che la vita è bella, serena, meritevole di riconoscenza al Creatore, degna di essere vissuta in pieno, con gioia3.

Se 4 dopo questa mirabile vita terrena, potremo viverne un’altra in mezzo alle stelle del cielo, o se avremo una seconda possibilità qui, su questa meravigliosa  terra illuminata dal sole, io spero di incontrarti ancora, Elena, amore mio, e di amarti di nuovo.


Note

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1. Cfr. Seneca, non habemus illos hostes sed facimus (Lettere a Lucilio, 47, 5), non abbiamo quelli (gli schiavi) quali nemici, ma li rendiamo tali.

2. Odissea, VIII, 468 Suv ga;r  m j ejbiwvsao, kouvrh, tu infatti mi hai salvato la vita, ragazza.

3. Come ha raccomandato di recente papa Francesco: "non abbiate paura della gioia!". Parole sante.

 Le aveva già scritte Strabone il quale nella sua Geografia- redatta nei primi anni del regno redatta nei primi anni del regno di Tiberio- afferma che gli uomini imitano benissimo gli dèi quando fanno del bene ma, si potrebbe dire anche meglio, quando sono felici, (" a[meinon d& a[n levgoi ti", oJvtan eujdaimonw'si", X, 3, 9) .

4. Non sono d’accordo con gli estremisti del laicismo i quali che escludono questo “se” cruciale. La penso come il buffone di corte Touchstone, “Pietra di paragone”, che nella commedia pastorale As you like it di Shakespeare sentenzia: " 'If' is the only peace-maker: much virtue in 'If' " (V, 4) , "Se" è l'unico paciere: c'è molta virtù nel "Se".

 

Bologna 22  febbraio 2026 ore 10, 02 giovanni ghiselli

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