Tornai in collegio e nella stanza, ansimando, pieno di sensi di colpa e di inferiorità. Salivo le scale a suon di singhiozzi penosi e di rutti ripugnanti esalati dallo stomaco guasto, pieno di cibo, disgusto, rimorso e paura di tutto.
Inciampavo negli scalini perché in ciascuno vedevo una delle mie debolezze, vizi, errori con orrori da superare e temevo di non farcela.
Dovevo cambiarmi e indossare il costume prima che giungessero gli altri tre, e questo non per pudicizia, poiché trovata la mia ottima forma in progresso di tempo, e di me stesso, mi sarei spogliato ogni volta fieramente e trionfalmente davanti alle mie amanti, mentre quel giorno remoto non volevo mostrare l’obbrobrio della pancia superfetata, e anche perché all’epoca temevo di avere piccolo il pene.
Tale in effetti appariva o addirittura spariva sotto la pancia del ragazzo deforme che ero diventato ingozzandomi continuamente.
I primi giorni andavo addirittura a fare la doccia in costume; poi, vedendo altri ragazzi nudi, in alcuni casi mi ricredetti sulle dimensioni del mio apparato, in altri mi rassegnai. Le femministe d’altra parte lo chiamavano “guerrafondaio”
La vergogna della pancia tesa, dura e prominente invece l’avrei abolita più tardi nell’unico modo possibile: eliminandola con lo sport anche agonistico e con un nutrimento frugale, essenziale.
Tuttora quando mangio solo il necessario mi piaccio per la rinuncia pulsionale.
Quantum mutatus ab illo!1. Allora Fulvio mi avrebbe fatto tutti i complimenti che meritavo. Eravamo arrivati al ‘68, anno di salvazione mia e di molti altri, soprattutto di tante donne liberate da secoli di repressione e sottomissione sessuale. Diversi anni più tardi una dottoressa, un medico femmina dico, non inesperta di maschi, mi avrebbe fatto i complimenti per tutta la mia consistenza corporea: dai capelli ai piedi. Nel 1966 sarebbe stata follia sperarlo! Ma la volontà di vita associata all’amore per la vita prevale su ogni male, poiché la vita contraccambia sempre i suoi amanti appassionati, soprattutto quelli pentiti di avere sbagliato omettendo di amarla e perfino tradendola con odio cieco e con dolore sordo ai meravigliosi richiami di lei.
Nota
1 Cfr. Virgilio Eneide, II, 274. Detto a proposito dell’immagine onirica di Ettore quale appare, deformato, a Enea durante la notte dell’eccidio di Troia.
Bologna 13 febbraio 2026 ore 16, 20 giovanni ghiselli
p. s
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