sabato 21 febbraio 2026

Elena 16. L’uscita dalla cupa caverna degli ottenebrati mentali.


Arrivato nella piazza dell’ospedale universitario, Orvostudományegyetem, era già imbarazzante la scritta sul frontone della facciata principale, vidi Elena io stesso, con gli occhi miei[1], mentre con il suo incedere elegante si avvicinava al grande cancello d’ingresso: la candida veste e l’incarnato bianchissimo risplendevano al sole che, annunciato poco prima da Iride, la grande sciarpa multicolore del cielo, e sviluppatosi completamente dalla caligine opaca e dalle nuvole oscene, con la sua luce piena, eroica, restituiva tutti i colori e i significati buoni alle persone e alle cose.

Sul mondo  riviveva la bellezza che l’invida tenebra aveva mortificato. 

A me il redivivo fulgore mostrava il bene massimo: la donna mia che camminando con i suoi passi eleganti faceva danzare i raggi del sole mentre la illuminavano tutta.

La sua carne vibrava di luce, la potenziava magicamente, la moltiplicava.

La limpidezza del cielo rendeva di nuovo lucidi i miei pensieri . Nelle aiuole ardevano fiori d’oro. Frusciavano liete le fronde del bosco, gli uccelli non gridavano più sinistri versi di morte.

I capelli corvini le screziavano la pelle e il vestito con pennellate di nero luminoso, come l’ombra meridiana degli alberi variegava il verde vivo dell’erba.

I binari del tram riverberavano i dardi luminosi del sole.

Tutto sfolgorava di bellezza e di gioia, tutto imprimeva un moto allegro e vivace al mio sangue che pulsava rinato nelle vene del corpo e della mente resuscitata. Torrenti di luce scorrevano fuori e dentro di me.

Ogni cosa diventava ricca di significati buoni.

Il sole, amico della bellezza, donava gocce d’oro, e aveva fatto fuggire nelle caverne i parti orrendi della mia mente ottenebrata. La felicità aveva restituito alla madre terra le sue trecce verdi, le  mammelle ubertose, a me la forza, la bellezza e la grazia della rinascita voluta. Ogni deformità era sparita.

La natura si riapriva, pullulava di vita.

 

Raggiunsi l’amabile amata e le chiesi se potevo aiutarla.

Il petto le sfavillava a ogni passo, immillando i sorrisi del sole.

Rispose direttamente e con nobile semplicità “sì, certo”, non senza un lieve sorriso di gratitudine, poi spiegò che si era mossa da sola perché dopo le ore di scuola non mi aveva visto arrivare, ma sperava che l’avrei raggiunta presto: continuava a pensare che il mio aiuto le sarebbe stato prezioso. Elena rendeva aulente l’aria del mezzogiorno estivo con i suoi sospiri. Dopo gli occhi che l’avevano vista da lontano, ora ne gioiva, da vicino, l’olfatto.

Le dissi che l’avevo aspettata sul prato che separa e unisce i collegi, poi l’avevo cercata con una certa apprensione, ed ero felice di averla trovata e di  aiutarla. Avevo un’aria da uomo pio, protettivo, quasi paterno.

Aggiunsi che non poteva avere alcun morbo, in quanto la malattia è cancro della bellezza e la sua risplendeva con la forza della salute.

Così entrammo insieme, prima nel giardino del complesso ospedaliero, poi nella “Clinica delle donne pregnanti e malate” dove un medico nero ci disse in ungherese che la signora aspettava un bambino.

Disse anche “ambulantia” che significa “ambulatorio”, ma Elena credette che significasse “autoambulanza” a mi supplicò di condurla con l’automobile dovunque dovesse andare. Le dissi che vivevo solo per lei , proclamando l’abnegazione di ogni altro interesse e scopo.

Per sdrammatizzare aggiunsi una battuta corredata di un paradigma mitico invece di chiarirle l’equivoco linguistico“ti pare che potrei non accompagnarti? Per te attraverserei a nuoto l’Ellesponto come Leandro, e senza affogare. Tu mi dai la forza della vita”. Sorrise compiaciuta

La nostra intesa aumentò.

La bella donna aprì le braccia con lieto sembiante e mi baciò due volte la faccia.

Mentre uscivamo, osservai una statua situata vicino all’ingresso. Non so quale luminare della medicina di Debrecen rappresentasse, ma la interpretai come un’immagine del dio Priapo, un dio davvero grande e importante[2], che ammiccava. Accipio omen gli dissi con aria da maschio vicino al trionfo, protetto da tanto nume. Sentivo che Cloto aveva impiegato fili forti per tessere la trama della mia vita.

Note

[1] Cfr Satyricon, 48, 8 "nam Sybillam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: "Sivbulla tiv qevlei"; " respondebat illa: " jApoqanei'n qevlw". Infatti la Sibilla di sicuro a Cuma l'ho vista io stesso con i miei occhi sospesa in un'ampolla, e dicendole i fanciulli: 'Sibilla, cosa vuoi? ' rispondeva lei. 'morire voglio'.

 

[2] E’ il dio dell’erezione, per chi ancora non lo sapesse e invece di pregarlo dalla mattina alla sera, prende il viagra, vergognosamente. L’ira santa di Priapo colpisce questi farabutti snervati

 

Bologna 21 febbraio 2026 ore 9, 41 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time1951403

Today1463

Yesterday2067

This month36220

Last month19299

 


Nessun commento:

Posta un commento