martedì 24 febbraio 2026

Kaisa 9 e 10.


La storia di Kaisa 9. Non mihi mille placent, non sum desultor amoris 1

 

 

La commedia funzionava perché era fatta non solo di calcoli, pose e citazioni, ma anche e soprattutto di simpatia autentica, forte, reciproca.

Tuttavia lo scopo ancora non lo avevo raggiunto, il bersaglio cui miravo con la tensione massima dell’anima mia e pure con quella del corpo, non lo avevo centrato. Per coglierlo in pieno, ripetei la mossa astuta e poco nobile, insomma la finta da saltimbanco dell’amore  che aveva funzionato tanto bene con Elena un anno prima. Infatti tendo a ripetere e ritualizzare  gli atti della mia vita, quando hanno successo.

Dunque le dissi: “Kaisa, questa serata è la più bella della mia vita, ma ora dobbiamo tornare: devo studiare fino all’alba la letteratura greca per l’esame di abilitazione che mi aspetta in autunno. Devo superarlo a pieni voti se voglio passare dalle medie al liceo, e lo voglio soprattutto per diventare non del tutto  indegno di te. Questa notte verserò il sangue, non di animali come fece Odisseo , ma proprio il mio, per evocare e fare parlar le ombre grandi di Eschilo, Sofocle, Euripide. Non potranno negarsi a chi sacrifica se stesso tanto devotamente”.


Non raccolse o finse di non avere colto l’allusione letteraria e rispose soltanto “D’accordo, torniamo. Niente è importante quanto studiare”

Ma si vedeva che ci era rimasta male. Ebbi paura che la mia mossa fosse stata controproducente e che la sposina potesse prendermi per uno sgobbone, un pedante dall’anima gobba, un umbraticus doctor, insomma quasi il contrario di quello che ero. Sicché aggiunsi un corollario:

“No, tu sei molto più importante per me, ma devo imparare dell’altro e progredire nel lavoro per essere, lo ripeto, quasi degno di te”.

 

“Tu sei il mio amor proprio” aggiunsi, arrivati che fummo davanti al collegio citando una frase del romanzo di Musil 2

Sembrava poco convinta, però non disse niente. In fondo avrebbe fatto una carriera scolastica e accademica molto più consistente della mia, almeno dal punto di vista istituzionale.

Qualche giorno più tardi, disse che quella notte, distesa nel letto, aveva provato una paura tremenda di non vedermi mai più.

Doveva avermi preso per in saltimbanco dell’amore. Mi rinfaccerà  tali intenzioni apertamente più avanti come vedrete ma con lei non sono mai stato un desultor amoris. Mi piaceva solo lei.

La mossa del prendere tempo per farsi desiderare era una simulazione  un tantino ignobile ma del tutto azzeccata

 

Note

 

 

 1 Ovidio, Amores,  I, 3, 15, non me ne piacciono mille, non sono un saltimbaco dell'amore.

2  L’uomo senza qualità, parte terza, 24. Lo dice Ulrich alla sorella Agathe

 

 

 

 

Kaisa  10 La lettera del marito, utile per incartare le noccioline o, forse, gli sgombri.

 

Il giorno dopo, terminate le lezioni di lingua ungherese, la incontrai nel secondo collegio dove, come ogni anno, alloggiavo.

 Quando arrivai in fondo alle scale, la vidi nell’atrio solitamente frequentato a mezzo il giorno da gente che andava e veniva, parlando delle lezioni ascoltate (1), oppure si fermava in attesa del pranzo auspicando un incontro, o magari sperava di trovare una lettera, come avrei fatto io nel 1979 ogni santo giorno, invano. Ifigenia mi aveva promesso un espresso che mai mi mandò. Ma questa è la storia tragica di sette anni più tardi e dovrò raccontarla in futuro. Se Dio vorrà.  

 

Kaisa dunque aveva in mano una busta piena di fogli: li stava leggendo. Doveva essere la prima lettura. La posta infatti non la portavano nel collegio dei Finnici alloggiati con  i Russi e gli Estoni sovietici nel collegio numero uno, ma la lasciavano tutta lì, nell’atrio del nostro collegio, in una cassetta di legno aperta davanti, formata da tanti scompartimenti, uno per nazione, ciascuno con la sua etichetta .

Mentre la ragazza sposata leggeva, io attendevo con impazienza che non davo a vedere, ma temevo che quella lunga lettera, probabilmente del marito, forse nemmeno uno scimunito, data la moglie bella fine e colta che aveva trovato, la riconducesse al loro connubio mandando in malora il mio piano condotto con tanta abnegazione.

tiv" ojdw'/, tiv" ojdw'/ ; tiv" ;”([1]), pensai, pieno di spavento.

Quindi mi dissi.“Ieri sera hai vinto,  ma oggi devi lottare ancora perché la fortuna a doppio taglio non ti recida dimezzando la tua persona e sottraendoti il successo finale”. Aspettavo con un’impazienza dissimulata non senza sforzo.

Intanto però temevo di morire affogato in quell’ondeggiare dei flutti della sventura che potevano sommergere e annientare la strada costruita con tanto impegno.

Quando Kaisa alzò gli occhi colore di viola e mi guardò, le domandai a bruciapelo: “Ciao, novità?”.

Intendevo tra noi. L’amata piegò i fogli adagio adagio, li ripose nella busta che poi mise dentro la borsa portata a tracolla, quindi finalmente rispose : “No, potrei incartarci le noccioline o forse gli sgombri (3 )”.

Pensai: “Meno male, è carta che finirà nel cestino o nella latrina, in cessum emittetur 4. Molto presto, oggi o tutt’al più domani , verrà fatto da noi il massimo concesso a un uomo e una donna durante questa precipitosa vita mortale prima che precipitino nel burrone scosceso del nulla”.

Sicché il filo del rasoio della sorte non mi aveva mutilato.

Quindi le dissi: “Mi fa molto piacere trovarti qui. Stavo venendo a cercarti”.

“Anche io” fece lei, e andammo a bere l’aperitivo, un quartino di sangue di toro, al “Palma”, un Eszpresszó contiguo alla piscina.

 L’acqua battesimale  ci bagnava già i piedi. Ci apprestavamo a versarcela sulle teste per la consacrazione che ci avrebbe rigenerati e resi cultori di Eros. Eravamo assai contenti di quel sicuro avvenire che avevamo in mente e nel cuore, non c’è bisogno di dirlo. Ma la contentezza è un dono di Dio e ricordarla fa bene, fa solo bene. Anche a te che mi leggi, credo, e intanto ti vengono in mente i successi raggiunti e le gioie da te stesso provate in questa vita mortale. Né io né Kaisa siamo sempre vissuti tra la noia e la paura della morte. Nemmeno voi, se mi leggete.

 Perciò facciamo tesoro dei sentimenti cari e soavi provati e vissuti con gioia5.

Baci

gianni

 

 

Note

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 (1) Cfr. T. S. Eliot: “In the room the women come and go-Talking of Michelangelo(The love song of J. Alfred Prufrock, vv. 13-14)

(2) Euripide, Baccanti, parodo, 68. Chi è per strada, chi è per strada? Chi?.

 In questa triste circostanza di invasione virale, ce lo chiediamo ogni volta che incrociamo un nostro simile spaventato, come siamo tutti.

(3) Cfr. Catullo 95, 8-9: at Volusi Annales Paduam morientur ad ipsam-et laxas scombris saepe dabunt tunicas”, ma gli Annali di Volusio, moriranno proprio lì nel Padovano e daranno spesso voluminosi cartocci per gli sgombri. 

(4) Cfr. N.T. Matteo, 15, 17  e Catullo,   Il primo verso del carme 36, un endecasillabo faleceo,  che menziona  con spregio( gli Annali di Volusio : “ Annales, Volusi, cacata carta

(5)  Cito di nuovo alcune preziose parole di Ugo Foscolo i cui scritti sanno non solo di letture e di cultura ma anche di un’esistenza vissuta amando la grande bellezza della vita a partire da quella delle donne. Così spero delle parole mie: “Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore” Ultime lettere di Jacopo Ortis, 26 ottobre 1797

 

Bologna 24  febbraio 2026 ore 9, 52

giovanni ghiselli

p. s

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