sabato 14 febbraio 2026

L’apprendistato XXIX parte. La lezione di Fulvio. Il ritorno in Italia.


 

 Fulvio mi fu di aiuto non piccolo: mi incoraggiò a pensare con la testa mia, ad abbattere le lunghe muraglie gelate dei luoghi comuni, l’erta e scivolosa barriera formata da pregiudizi diffusi nell’ambiente chiuso di mia provenienza.

 L’amico parlava esprimendo idee, non preconcetti.

Allora erano tutte nuove scoperte per me.

Una volta disse, ricordo, che la bellezza fisica è un valore reale, una forza potente poco riconosciuta, a parole, dai più, perché solo pochi possono attribuirsela plausibilmente, mentre i valori dell’intelligenza della cultura, dell’onestà, che molti ardiscono ascriversi arbitrariamente, vengono celebrati quasi da tutti, perfetti imbecilli, ignoranti e farabutti compresi.

 

Sicché decisi di migliorare il mio aspetto e iniziai presto a farlo.

 

Volevo immergermi nei fiumi della vita, smettere di limitarmi a correre sui greti dove sassi aguzzi mi ferivano le piante dei piedi.

Volevo guizzare sano come un pesce e ribattezzarmi nel luccicante chiarore del tremolare  dell’acqua illuminata dal sole. 

Fulvio mi induceva a riflettere e mi insegnò a influenzare le donne belle e fini. Infatti la rara capacità del pensiero autonomo, una volta coltivata con esperienze vissute e  tante letture, mi fu indispensabile per interessare e commuovere le femmine umane migliori, le belle e fini cui già in quel tempo aspiravo, sebbene sprovvisto ancora di mezzi adeguati.

Quelle che agognavo con tutte le brame infatti non si sarebbero accontentate di filastrocche costituite da stupidi e nauseanti ritornelli già sentiti più volte, né di sciocchezze infantilmente insensate, in quanto esigevano a buon diritto un uomo dotato della capacità di pensare, parlare, comportarsi con autonomia, intelligenza, sicurezza. Oltre che di un aspetto attraente, beninteso. Tale tipo di donna in grado di individuare e scegliere il meglio sarebbe  stata due anni più tardi  Helena di Praga, poi dopo altri tre anni l’Helena finlandese e l’anno seguente Kaisa e altri due anni dopo Päivi delle quali racconterò le storie grandi e meravigliose anche se forse oramai saranno mummificate o ridotte all’ombra terribile di come erano allora. siccome con la più recente fui felice la sera di agosto nella quale Nixon diede le dimissioni: cinquantuno anni e mezzo or sono. Eppure sono state le più significative della mia vita. Dopo di loro Ifigenia.

 

 

Il ritorno in Italia

 

Il beneficio più grande di questa prima esperienza nell’università estiva di Debrecen fu che, tornato a Pesaro poi a Bologna, mi sentìi meno insicuro e infelice di quando ero partito in cerca di liberazione. Il viaggio di ritorno lo feci con Fulvio nella Seicento; veramente questa arrivò soltanto a Lova di Campagna Luppia, e di lì dovemmo proseguire in corriera fino alla stazione di Bologna, quindi prendemmo strade diverse per tornare alle case materne, ciascuno alla sua. L’automobile  decrepita, dopo averci preannunciato la propria morte ansimando sfinita sulle rampe del Tarvisio, aveva fatto altri duecento chilometri aiutata dalla strada in discesa, poi verso sera era spirata, lì, al confine tra  la grande pianura padana e la laguna veneta, dove vedemmo tramontare un sole esausto, offuscato dai moscerini e dalle brume dell’estate morente anche lei.

Mi venne in mente, e ricordo anche oggi,  quanto mi cantava la mamma alla fine degli anni Quaranta: “triste tempo, l’alberello senza foglie resterà, ed il pover giannettello solo solo che farà?”

Invece alla fine dell’estate del 1966 non ero più solo e desolato come in luglio quanto partii da Pesaro: avevo conosciuto ragazze e ragazzi, anche persone buone, e avevo trovato degli amici, Fulvio sopra tutti.

Rimasti appiedati a qualche centinaio di chilometri da casa, non potevamo chiedere aiuto perché il “maledetto e abominoso ordigno” che detesto, ossia il cellulare, ancora non esisteva, sicchè passammo la sera in una locanda campagnola scambiandoci impressioni e riflessioni sul mese vissuto insieme e sulle persone conosciute. Se ci fosse stato il telefonino e posto che uno di noi due, letterati ipotecnologici, lo avesse avuto, avremmo perduto un simposio e uno scambio proficuo di pensieri non volgari né banali, anzi ricchi di pathos e di logos. Contento di ciò, mangiai appena un boccone.

Fu l’antiabbuffata rispetto a quella orribile dell’arrivo all Hungaria di Debrecen.

Mi ero già avviato sulla strada della resurrezione.  

La fine della vecchia automobile ebbe una conseguenza positiva siccome il male viene per giovare quando il destino prende il verso giusto, quello che favorisce la vita.

Poco tempo dopo infatti la zia Rina mi regalò la Mini Minor da cui trassi altra libertà e ulteriore coraggio.

Salutato l’amico che non avrei più perduto, nemmeno dopo la sua morte terrena avvenuta diversi decenni più tardi, e, terminato il viaggio sapendo più cose di me stesso e del prossimo, mi ritrovai a Pesaro già piuttosto cambiato, e non in peggio: avevo smesso di pensare che la mia vita sarebbe trascorsa tutta tra sconfitte, umiliazioni, dolore e odio come era caduta di degradazione in degradazione da quando avevo finito il liceo: fino a quella bassa età  del ferro nella quale aveva trionfato la brutalità calpestandomi il cuore e il cervello,  l’anima intera rinnegata da me stesso.

A Debrecen avevo incontrato ragazzi buoni che mi chiamavano per nome, non con epiteti carichi di ludibrio, mi parlavano senza insultarmi e mi ascoltavano con attenzione; poi avevo trovato giovani donne che mi avevano sorriso e si erano lasciate avvicinare in vari modi; avevo conosciuto persone che avevano riso e scherzato con me, non di me, e mi ero convinto che quel rispetto era giusto siccome io non ero stupido ignorante e cattivo: lo erano piuttosto  quanti mi avevano maltrattato dopo il liceo per il risentimento causato del mio essere stato egregio nelle scuole pesaresi  e per  la soddisfazione di vedermi smarrito, disorientato, abbattuto, dopo avere perduto il ruolo di primo delle classi che non c’erano più.

Avevo del resto capito che quel rancore era stato scatenato non solo dal mio essere bravo ma anche dal narcisismo egoista con cui mi presentavo. Dovevo dunque tornare a primeggiare, non per vantarmene bensì per fare del bene: il mio e quello degli altri. Insomma volevo diventare contento di me e benefico, soccorrevole, ricevendo a mia volta l’aiuto degli amici e ancor più di una donna del mio stampo, della mia levatura, della mia razza spirituale. Ma questa dovevo incontrarla. Un grande aiuto mi verrà dal movimento studentesco degli  seguenti. Sarannno gli argomenti dei prossimi capitoli.

Fine dell’estate 1966

Bologna  14  febbraio 2026- ore 10, 46

giovanni ghiselli     

p. s

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