Molto importante per la mia generazione fu la rivoluzione spirituale del 1968. Un evento mondiale che mi aiutò a riconoscere e approvare del tutto gli aspetti migliori del mio carattere e a prevedere i tratti decisivi del mio stile di insegnante: non demagogicamente permissivo come furono molti durante l’auge del movimento studentesco, né, tanto meno, dispotico come altri, o magari gli stessi sono diventati nella fase della restaurazione regressiva iniziata alla fine del ’69 in concomitanza con la prima delle stragi di Stato.
Allora cominciavo a insegnare e volevo diventare un educatore interessato alla crescita umana e culturale degli studenti. Sarebbe stata parallela alla mia.
“L’umanità visse allora-scrive Benedetto Croce- uno di quei rari momenti nei quali la lieta fiducia di sé stessa e del suo avvenire tutta la riempie, e ampliandosi nella purezza di questa gioia, essa si fa buona e generosa, e vede attorno a sé fratelli e ama”[1]
Cito queste parole relative ai moti del 1848 e le riferisco anche al momento di lieta fiducia della mia generazione.
Da questo movimento studentesco dunque, e pure da Helena di Praga, presi la fiducia di poter ridurre lo squilibrio che ancora sentivo tra la mia vita e i miei sogni, tra le mie capacità e i miei atti.
Nell’aprile del ’68 andai a Praga attraverso uno scambio di posti con gli studenti cecoslovacchi che alloggiavano nel collegio Irnerio di Bologna mentre noi “irneriani” eravamo in uno studentato della città magica.
Passai le notti comprese tra il 10 e il 20 aprile, in una stanza del collegio praghese facendo l’amore con Helena, la fanciulla onesta che mi donò tutta sé stessa senza chiedere nulla in cambio: non dico soldi o regali, ma nemmeno alcun impegno o rinuncia. Pur troppo poco mi chiese quella ragazza che mi piacque assai e le volli anche un poco di bene, ma interessato com’ero alla rivoluzione del nostro mondo e della mia persona, alla diciannovenne in quel tempo non diedi tutta l’importanza che aveva e avrebbe avuto più tardi, beninteso per me. La ripensai e l’ho riconosciuta soltanto alcuni anni dopo, riconsiderandola e rimpiangendola, invano, quando tornai a Praga, per cercarla, nella primavera piovosa del ’72.
Nel frattempo in Italia erano cominciate le stragi che seguitarono a lungo.
Quando le telefonai, Helena, rimasta onesta, mi tenne lontano poiché nel frattempo aveva stretto un legame con un compagno di università.
La indico quale modello a quante fanno mercato della loro gioventù, oppure, dopo avere preso un impegno con un uomo, appena questo si volta, si intrigano con altri che sanno lusingarle suscitando nelle labili menti vani sogni, folli speranze, morbosi ricordi. Oppure una libidine pazza. Meno riprovevoli queste. Agiscono male, sed non propter nummos , ma non per i miseri quattrini né per il potere fallace.
Helena Schejbalova mi ha aiutato a uscire del tutto dall’abisso di vuoto identitario in cui ero caduto dopo il liceo.
In quella primavera fatata tutti noi giovani universitari si pensava e parlava politicamente. Il 1968 fu uno degli anni in cui la gioventù credette nel progresso della libertà e della giustizia.
Ogni discorso era politico: ossia relativo alla polis, alla comunità. Si viveva da comunisti, nel senso più vero cioè etimologico, non da egoisti. Aiutarsi a vicenda era perfino una moda per molti. Quasi tutti poi sono tornati egoisti appena la moda è passata
Io no in quanto avevo capito che vita politica, impiegata per il bene comune, significa anche vita umana e felice. Nelle assemblèe del movimento studentesco cui partecipai a Bologna, a Roma, a Milano, non avevo i mezzi culturali per parlare, siccome mi mancava la preparazione necessaria. La mia era limitata alle lingue antiche studiate per gli esami e alle date della storia greca e romana , insomma a quanto avevo imparato senza gioia per il voto. Altro non mi avevano insegnato né mi avevano invogliato a cercare per mio conto.
Nelle assemblèe non prendevo la parola che non possedevo, però ascoltavo quelli già preparati a parlare politicamente appunto. Mi sensibilizzai alla filosofia e alla storia moderna, quindi cominciai a studiarle. Avevo finito gli esami, e l’Università di Bologna, dopo l’estate non l’avrei più frequentata: dovevo preparare la tesi-sulla poesia ungherese del Novecento. Mi laureai nel marzo successivo; in aprile feci delle supplenze a Pesaro, e dopo l’estate ebbi l’incarico a tempo indeterminato nel Veneto profondo, a Carmignano di Brenta, in provincia di Padova e vicina a Cittadella, Bassano e Vicenza.
Il cuore dunque del Veneto bianco.
Durante le assemblèe studentesche dei primi mesi del ’68 mi sensibilizzai anche al problema del prossimo insegnamento , il metodo la via (odós) da seguire per educare alla letteratura e alla vita, una strada sulla quale avrei proceduto fino alle lezioni universitarie tenute nel primo decennio del millennio seguente.
Già in quella primavera fatale mi resi conto che il metodo non doveva essere coercitivo, dogmatico, autoritario, ma educativo e accrescitivo, basato sul rispetto della persona che non andava trattata male presupponendone la disonestà come avevano fatto con me alcuni insegnanti di scarso valore proiettandomi addosso le loro insufficienze. Dal movimento del ’68 dunque presi a riconoscere e valorizzare la parte bella e buona della mia persona come, tanto per fare un esempio relativo soltanto al corpo, con la bicicletta ho valorizzato le gambe ereditate da mia madre e da mio nonno materno che vinceva le gare ciclistiche, e ho tenuto da conto i capelli che non erano diventati bianchi nemmeno a 70 anni , grazie all’eredità pare di origine etrusca, presi dalla zia materna Giulia di Sansepolcro. Gioielli preziosi più dei diamanti.
Fin da bambino ho sempre detestato i controlli sadici, l’autorità irrazionale e inautorevole dei luoghi comuni seguiti dal gregge di chi non è capace o non ha il coraggio di pensare con la propria testa, di crescere fino a diventare se stesso, a rivelarsi qual è sotto la scorza dei pregiudizi e delle superstizioni che le mode sfacciate, la pubblicità ingannevole e ogni autorità antiumana vogliono imporre a tutti e a ciascuno. In una certa fase della vita è necessaria una rivolta anche contro le imposizioni ricevuta in famiglia fin dall’infanzia. Poi, trovata l’identità propria e possedutala con sicurezza, si possono e devono recuperare gli affetti per chi ci ha messo al mondo e comunque allevato. Infine quando siamo ormai vecchi e i nostri cari sono morti, possiamo valorizzare tutto il bene e il bello che ci hanno lasciato e pensare che le loro ossa si son fatte coralli1bis
Nelle assemblèe studentesche dunque compresi che mi mancava del tutto una cultura politica e critica indispensabile alla vita che volevo fare. Ancora non conoscevo Tucidide, ma più avanti, insegnando greco nei licei dal 1975, avrei avuto conferma della mia convinzione che chi non prende parte alla vita politica va considerato non pacifico bensì inutile (oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on) 2
Eppure quando iniziai nel Veneto, il preside retrivo e refrattario più di un prete vandeano, mi disse: “ricordi professore che a scuola non si deve fare politica”. Io non gli diedi retta e lui non mi diede “ottimo”, ma solo “valente” un giudizio politico negativo che mi penalizzava nel punteggio, sebbene fossi stato l’unico dei suoi giovani insegnanti a superare lo scritto del concorso per passare alle superiori. Allora compresi che il merito contava meno del servizio al potere, della raccomandazione, dell’intrallazzo. Per carità, raccomandazioni ne ho avute anche io ma sono venute tutte da quanto ho scritto. Ora, per esempio mi leggono in molti in ogni parte del mondo senza che abbia mai avuto nessuna pubblicità dalla televisione o dai giornali.
Nel ’68 dunque ancora non conoscevo il logos epitafios attribuito da Tucidide a Pericle, ma in quei giorni lessi la meravigliosa Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di quel prete e uomo sublime che fu Don Lorenzo Milani, il ricco andato in paradiso passando per la cruna di un ago. Come, mutatis mutandis, i comunisti Engels e Luchino Visconti e pure Btrcht.
Il priore di Barbiana mi aiutò a comprendere che educazione è vicendevole promozione umana e culturale tra docente e discente3, è reperimento di spirito critico nei confronti di ogni moda, luogo comune, dogma contrario alla vita, è apprendimento innanzitutto della lingua 4 che va conosciuta tanto da parlare e scrivere in modo chiaro e profondo. Nel ’68 avevo capito che dovevo procurarmi questi mezzi di educazione e di crescita
Note
[1]Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, capitolo sesto
1bis Cfr. Shakespeare La tempesta, I, 2.
2 Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 40, 2
3 Mutuo ista fiunt, et hominess dum docent, discunt (Seneca Ep., 7, 8). Anche questo l’ho imparato insegnando
4 Don Milani insegnava tra l’altro che "bisogna sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti nell'arte della parola"Lettera a una professoressa (p. 95)
Bologna 14 febbraio 2026 ore 11, 55 giovanni ghiselli
p. s.
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Arriverò a due milioni entro l’estate prossima se tanto mi dà tanto.
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