Nel luglio del ’68 tornai a Debrecen con la borsa di studio ripristinata. Vi ritrovai gli amici del 66, con gioia, una gioia che era ed è comunque una cosa seria, siccome nata dall’avere capito le cause di una crisi dolorosissima, quasi mortale, e di averla superata :"ta; dev moi paqhvmata ejovnta ajcavrita maqhvmata gevgone"[1]
C’erano, ancora due dei tre contubernali del ’66: Fulvio che cantava bene mettendo in lingua umana il verso delle pernici, e Danilo il bevitore e pure studioso che avrebbe fatto una carriera più brillante di tutti noi nella scuola, poi si era aggiunto un nuovo studente di Parma, Claudio. Anche questo non era insignificante. Ve lo farò conoscere. E’ ancora vivo, come Danilo. Restiamo noi tre.
Una settimana dopo essere arrivato con una Mini Minor verde, in compagnia di Fulvio raccolto alla stazione di Ravenna, mi innamorai di una ragazza di Helsinki, la prima del ciclo finnico, non la prima delle amanti finlandesi però. Non posso scrivere, purtroppo, che con questa si fece il massimo- ejprvacqh ta; mevgista-[2] .
Non me lo concesse. Con pianto e rimpianto. Mio di sicuro.
Questa ragazza, Eeva Vuortama, aveva ventun anni , era bionda come è il grano poco prima di venire falciato nei giorni più belli dell’anno quando il sole ci dona benigno la sua luce già prossima al culmine e cominciamo a presoffrirne il declino.
Eva aveva gli occhi celesti, un viso bello assai, intelligente espressivo, ma di corpo non era del tutto irreprensibile. Non contraccambiava il mio amore, non veniva a letto con me nella solita camera numero 4 del secondo collegio dove dormivo con Fulvio, Danilo e Claudio, il contubernale nuovo, un ragazzo di valore anche lui.
Questa finnica dunque non mi amava, tuttavia usciva con me quasi ogni sera. Diceva che mi trovava simpatico, gentile, gradevole.
Sono apprezzamenti non sufficienti per fare l’amore e non soddisfacenti, per chi è innamorato e vorrebbe farlo. Mi dispiaceva assai quel suo sostanziale diniego della mia persona intera, ciò nondimeno la frequentavo assiduamente siccome sentivo di non perdere tempo in quanto da lei imparavo, come Odisseo dalle Sirene, pur costretto anche lui a non chinarsi su quelle bocche dalle voci soavi, su quelle lingue fatate. Mentre la osservavo e ascoltavo, pur inceppato dall’impossibilità di fare il massimo, vedevo immagini necessarie alla mia crescita. Mi sentivo sollevato sulla pianura della Verità quando potevo starle vicino. Le idèe che questa ragazza ventunenne impersonava e interpretava erano quelle del buon gusto e dell’arte. Mi educava con l’eleganza del suo stile.
Migliorai in tutto durante quel mese grazie a lei. Feci progressi perfino nel mio inglese studiato a scuola solo fino alla quinta ginnasio, come usava in quel tempo. Noi Italiani eravamo, con i Francesi, i meno capaci di parlare altra lingua che quella materna nell’università ungherese frequentata da studenti di quasi tutto il continente eurasiatico. Da Eva imparai a capire e a parlare la lingua di Shakespeare, che al ginnasio sapevo solo tradurre.
Apprendevo perché ascoltavo tale maestra con enorme attenzione in quanto consideravo evangelica ogni parola sua e, se me ne sfuggiva anche una sola, me la facevo ripetere tutte le volte necessarie.
Noi umani siamo inclini ad amare chi ci rende migliori. Eva mi insegnò a correggere tanti difetti della mia educazione e del carattere: quell’estate avevo conquistato da poco un aspetto piacevole, da lepido moretto sia pure ancora non abbastanza snello e tanto asciutto da essere scambiato per un torero di successo, comunque andavo fiero dei progressi del corpo dando troppa importanza all’aspetto, come un pezzente arricchito sopravvaluta il denaro.
Mi sentivo attraente: già quasi bello, benvestito non senza tocchi di sprezzatura, fornito dell’ automobile allora di moda e credevo, sbagliando, che questo bastasse ad affascinare e conquistare una donna non ordinaria. In quel mese compresi che quanto avevo raggiunto con grande fatica non era tuttavia sufficiente con una della levatura di Eva. Capivo che mi mancavano competenze speciali, capacità egregie, uno stile non ordinario. Quella ragazza manifestava il suo stile da artista quando cantava o danzava meravigliosamente, e rivelava la sua intelligenza educata quando parlava facendomi vedere le idèe del bello con semplicità e del bene senza mollezza.
Le sue parole e i suoi movimenti erano di luminosa chiarezza: sicuri, espressivi, pieni di significato. Volevo diventare come lei e la presi quale maestra di stile, elegantiae arbitra.
Come avevo fatto con le miei consaguinèe per gli aspetti che mi piacevano in ciascuna di loro e mi si addicevano, come farò con le tre finniche egregie degli anni seguenti, quando avevo imparato come si deve parlare e agire con le donne di valore, e ve lo insegnerò, se continuerete a leggermi.
Quando ballava sulla terrazza e mi sorrideva, Eva, bionda di chioma, luminosa di occhi e bianca di pelle com’era, mi faceva pensare al sole quando appare scoperto dai soffi del vento che sposta i rami frondosi della grande foresta e allontana le invide nuvole acquose, o anche alla luna in mezzo alle stelle lucenti che cantavano inni di gioia intorno alla casta diva in sintonia con i disegni ballati da Eva vestita di nero e adorna di lunghi capelli mossi a danzare in armonia con i suoi passi.
Da questo periodo piuttosto faticoso e artificioso si vede, caro lettore, che non ho fatto l’amore con Eva e che questo rimpianto mi offusca ancora il cervello. Vedrai viceversa con quanta evidenza e bella semplicità racconterò gli amori con le tre Grazie
Quando il denso fogliame scuro o le nuvole inquiete nascondevano i tripudi degli astri, allora, se la finlandese aurichiomata si allontanava dalla terrazza, tornava il buio nel mondo e si spengeva ogni barlume per me.
Mentre la osservavo, per la prima volta capìi che a questa mia vita mortale potevano dare motivi di gioia non il denaro, la carriera, il successo caro al volgo, ma l’amore e l’arte. Sentivo di essere potenzialmente della razza di Eva: quella dei vivi davvero: la stirpe degli artisti fiammeggianti di un fuoco che traspare dalle espressioni del volto e del corpo: il gevno" degli eterni ricercatori della bellezza. Di questa famiglia eletta faceva parte quella giovanissima donna: in lei anche il movimento di un dito era un’espressione non ordinaria. Avevo bisogno di tempo, di studio, forse di altro dolore che avrei attraversato senza sciuparmi, di gioia, di amore, poi sarei diventato un artista anche io. Lo volevo con tutte le forze per essere degno di Eva o almeno di una donna altrettanto dotata di quello stile dell’immortalità che a me ancora mancava.
Una per cui non sarebbe stata nemesi[3] patire a lungo il dolore di una successiva, nascita nuova. Questa mi sarebbe costata due anni di studio con sacrificio totale di quasi tutti gli altri interessi. Qualche anno più tardi però. Prima c’erano le tre finlandesi amabili, amanti e amate.
Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato
Bologna 14 febbraio 2025 ore 18, 56 giovanni ghiselli
p. s.
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Meno di sessantamila ai due milioni: se mesi, male che vada. Ora comprendo che la rottura del femore era nei disegni della Provvidenza, una “provvida sventura” per dirla con il Manzoni dell’Adelchi.
L’ incidente di luglio ha donato tempo al mio studio, ha raffinato la mia sensibilità, ha migliorato il mio stile, ha moltiplicato i miei lettori giornalieri, fatto che è un grande stimolo per me.
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