Torniamo al giorno della scoperta della zona universitaria.
Dopo avere osservato il megaron delle feste dalle quali temevo di rimanere escluso, malmesso com’ero, uscìi dall’Università e mi incamminai per il bosco che da qualche sentiero era segnato. Era una grande foresta di querce dall’altissima chioma e di bassi cespugli. Nagyerdő la chiamano loro. Era davvero grande (nagy), folta e bella, tanto da farmi venire in mente “la divina foresta spessa e viva” del paradiso terrestre di Dante 1
Uso l’imperfetto perché quando vi tornai in bicicletta nel 2011 molte cose erano già cambiate in peggio.
Nel 1966 dunque notai coppie di innamorati dai sorrisi contenti e dalle voci sommesse, quanto diversi dai rumorosi turisti coatti a mostrare come ci si diverte sulla riviera adriatica! Gli adulti “devono” sbellicarsi dalle risa ogni tre minuti, i ragazzi gridare a squarciagola. Per giunta “devono” mangiare spesso e fumare, perché così fan tutti. Se no, che vacanza sarebbe? Mancava solo il cellulare in quel tempo.
Sicché non rimpiangevo più l’estate di Pesaro, confusa e assordata, pure assai meno delle spiagge romagnole strapiene di vacanzieri amanti del caos, discoteche e altri orrori del genere. Profane mecche dello stordimento.
Mi guardavo intorno con l’attenzione che si presta a un mondo nuovo nel momento della scoperta: osservavo gli alberi antichi dalle radici giganti, dal fogliame aereo, i cespugli bassi dalle ombre dense, l’erba fitta costellata di fiori variopinti, come le ragazze sul prato, del tutto ignare di me. Notai i gambi dritti come falli di maschi bisognosi di amore.
Non si udivano rumori molesti di automobili o motociclette che allora in Ungheria scarseggiavano e comunque erano escluse dalla grande foresta circondata dalla linea del tram numero 1, veicolo pubblico dai passaggi molto frequenti e silenziosi. Poche persone avevano l’automobile e quasi nessuno la usava.
Sicché si potevano ascoltare le voci della natura.
Gli uccelli fischiavano contenti, le cicale pazze di sole stridevano, i batraci gracidavano da un laghetto situato al centro di una radura assolata. Volavano sciami di farfalle dai vari colori e tante libellule azzurre danzavano disegni approntati dal coreografo supremo. “Sacra città è Debrecen”, pensai in quel momento anti vedendo quanto mi aspettava negli anni seguenti, “Bella è Debrecen”. Capivo che in quell’ambiente avrei funzionato.
Come mi avvicinai all’acqua, vi saltarono svelte le rane scattando come molle non più compresse. Nel lago nuotavano piccoli pesci rossi e alcuni neri alquanto più grossi: gli uni e gli altri aprivano e chiudevano fequentemente la bocca muta, come tante persone vaniloquenti.
Quel laghetto brulicante di vita era accarezzato dalle foglie e dai rami sottili dei salici ai bordi, e varcato nel mezzo da uno stretto ponte di legno: vi sarei passato sopra tante volte con lieto rumore di passi, in compagnia degli amici, poi delle amanti, di giorno per andare nella piscina, di notte per entrare in un locale sull’altro lato: il Vecchio Vigadó da dove si diffondeva e aleggiava nel bosco la musica dei violini e dei cembali che si accordava con i tremuli trilli dei grilli, mentre un suono d’arpa magiara diffondevano i rami mossi dal vento che faceva oscillare le verdi vesti degli alberi antichi scoprendo la luna con le stelle del cielo. Ed erano tutti presagi d’amore.
Nota
1 Purgatorio, XXVIII, 2
Bologna 12 febbraio 2026 ore 17, 15 giovanni ghiselli
p. s.
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