giovedì 12 febbraio 2026

L’apprendistato XVII capitolo. La carezza. Il bacio. L’utilità del latino. Tre ragazze: una bielorussa, una britanna e un’italica.


 

Nel 1966, sconciato com’ero, non trovai l’amore da fare né il sesso.

Non era ancora giunto il momento di risorgere splendidamente dalla strada scoscesa, a precipizio di allora,  tuttavia qualche passo di risalita lo feci: una brunetta dagli occhi chiari, piuttosto bellina e gentile, una ventenne bielorussa, non sdegnò di parlare con me. Un altro segno che non ero un mostro orrendo come avevano voluto farmi credere tanti detrattori siccome non ero impostato come loro. Sostenevano che dovevo entrare in un trattato di teratologia: infatti non fumavo sigarette, tanto meno spinelli come quelli che sanno vivere,  non giocavo a carte, non volevo fidanzarmi né bazzicare le prostitute.

Poi studiavo il greco e il latino: un’odiosa sapienza-ejcqra; sofiva- quasi fascista.

 Insomma non ero una persona normale. Di fatto non ero usuale.

 Una sera arrivai ad accarezzare le mani della lepida moretta sovietica  con un’audacia che non venne biasimata né provocò la ritrosia della fanciulla  inorridita da tanto ardire, come temevo e credevo. All’epoca le ragazze italiane erano alquanto  ritrosette al primo approccio.

 Da così poco presi comunque coraggio.

Quando il gruppo dei Bielorussi fu partito, un’altra ventenne, questa un’inglese, si chiamava Elizabeth, si lasciò addirittura baciare.

Sentite un po’ come feci, privo di esperienza com’ero.

Andammo a vedere un film. Usciti dal cinema dove la Britanna aveva appoggiato la testa sulla mia spalla destra riempiendomi di commosso stupore, lanciai nervosamente la scassata Seicento verso il margine occidentale del grande bosco; arrivati che fummo, frenai di colpo davanti a un albero antico, spensi di scatto il motore, e senza dire verbo né guardare in faccia la ragazza, mi piegai verso di lei e la baciai sulla bocca. Questo fu il mio debutto nel gesto commovente di due persone destinate alla morte e alla putrefazione.

Dopo questo contatto divenni curioso della sua anima e continuai a frequentarla.

Quella notte ero assai contento di un avvenire vago, eppure non più del tutto vuoto di promesse. Consideravo Elizabeth la compagna del resto di quel mese in terra magiara se non di tutta la vita, e la portai a vedere la campagna con la scassata Seicento. Una volta  rimanemmo senza benzina in un villaggio non lontano dal confine sovietico. Ci vennero intorno alcune persone curiose di quel veicolo senza cavalli. Non conoscevano l’inglese né l’italiano, e noi due non riuscivamo a spiegarci con il nostro poverissimo ungherese. A un tratto provai a domandare -loqueris latine? Uno di loro, forse un prete spretato, rispose Ita, loquor.

Riuscimmo a farci capire e venimmo aiutati. Sicché provai l’utilità pratica dei miei studi di lettere antiche e sentìi la solidarietà della coppia, un fatto non ovvio, tanto è vero che ne ho fruito poche altre volte in questa mia vita mortale: più frequentemente la compagna di sventura si lagna o lancia aspri rimbrotti, senza dare alcun aiuto. Soprattutto se è italica e viziata da maschi imbecilli. Elizabeth non si lamentò, né mi rimproverò, ma si adoperò con tutti i mezzi fino a collaborare al trasporto di un bidone poiché la tanica io non l’avevo. Britanna gentile, solidale, amica.

Per antitesi ti anticipo lettore che intorno al 1990 sarei andato in Grecia in bicicletta con Fulvio e una ragazza italiana. Sbarcammo a Igoumenitza e facemmo la salita che porta al santuario antichissimo di Dodona per interrogare le querce vocali e profetiche. Ebbene la compagna di quell’estate faticava molto e sbuffava sulla dura salita, più erta di quella del passo Pordoi partendo da Canazei, per intenderci. Mi chiese di aiutarla e la spinsi da dietro con la mano destra appoggiata sulla schiena di lei per diversi chilometri con una fatica titanica. Credete che arrivati in cima mi abbia benedetto fra gli uomini o ringraziato? No: mi maledisse. L’amico Fulvio trasecolò nella boscaglia.

Le querce di Dodona avevano dato questa risposta chiarissima pur senza parlare.

 

Bologna 12 febbraio 2026 ore  16, 38 giovanni ghiselli

p. s.

credo che in queste mi pagine e nelle seguenti ci sia un’educazione

 all’ affettività più efficace di tante chiacchiere inconcludenti diffuse dai media

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