mercoledì 11 febbraio 2026

L’apprendistato. Dodicesimo capitolo. La meta raggiunta. Silvia, Nerina, Helena.


 

Uscito dall’ospedale, mi diressi alla vecchia Seicento, incerto se procedere a piedi  lungo i binari per esplorare il luogo oltre la piazza dove tizzi lanciati dal sole già alto guizzavano sul selciato, oppure fare retromarcia e seguire in automobile il giro del tram che si era mosso e piegava verso sinistra, ossia iniziando il ritorno verso il centro. La cosa mi fece tristezza: ero appena arrivato e non dovevo retrocedere subito.

 Invero ne ero pure tentato: tornare indietro, evitare la prova, schivare il confronto con ragazzi non tanto sconciati quanto ero io in quel tempo.

Ero giunto dunque a un bivio che non è solo una scisth; ojdov~[1] , una strada spezzata in due, tanto è  vero che Edipo vi ammazzò Laio, il proprio padre, e quattro della sua scorta. L’incrocio ha pure un significato psicologico.

 Sicché mi venne in mente il mio primeggiare di una volta; ricordai  Achille che cedere nescius [2],  non si lascia bloccare dalla profezia del cavallo fatato Xanto, e gli risponde:"ouj lhvxw"[3]. Ripetei quelle parole eroiche a me stesso, prima in greco, poi in italiano: “non cederò”. Mi piacqui: lo avrei ripetuto in inglese alla prima straniera che si fosse lasciata corteggiare. Anche alla seconda magari. Ma come si diceva? Ricordavo to yield, forse da Shakespeare. Al ginnasio ci avevano insegnato a leggere il Macbeth  e il Giulio Cesare ma non sapevo parlare l’inglese corrente. Del resto avevo sentito dire da un professore di Glottologia, un donnaiolo,  che le lingue si imparano a letto.

La mia mente riprendeva a orientarsi sulla stella polare della vita

I come to praise the life, not to bury myself, mi dissi, vengo a lodare la vita, non a seppellire me stesso.

 

Proseguìi a piedi. Fatti duecento metri vidi e  riconobbi alcuni studenti della facoltà di Lettere di Bologna che, arrivati la sera prima, si erano già sistemati. Questi mi riconobbero a loro volta, sebbene fossi male in arnese.

 Quindi  mi accompagnarono fino al collegio poco distante dandomi buone notizie sull’ambiente, immagino per incoraggiarmi. Si vedeva che ne avevo bisogno.  Nell’ultimo breve tratto della lunga trasferta venni  aiutato da quei Samaritani mossi visceralmente[4] a compassione dal mio aspetto devastato.

 Ero stato altresì assistito dal destino, poiché all’origine di tutto c’è  il Fato, "cum  fatum nihil aliud sit quam series implexa causarum" [5],

dal momento che il fato non è altro che la serie concatenata delle cause.

 Infine tornai a recuperare l’automobile, e andai a presentarmi alla segreteria, quindi alla ricezione dove mi assegnarono un posto in una camera a quattro letti. Il viaggio di 1200 chilometri iniziato a Pesaro due giorni prima, e svoltosi tra alcune speranze e mille terrori, finalmente era giunto alla meta.

Non sarebbe stato altrettanto faticoso, mentalmente, quando lo avrei ripetuto in bicicletta nel 2011, nonostante una caduta precipitosa in un fosso profondo, con la bici sotto di me e sopra di me lo zaino, oltre il buon Dio. Grazie a Lui, chiunque Egli sia,  il fosso era erboso,  e l’avello suburbano di gianni ghiselli non è stato scavato a Nagykanizsa la cittadina situata tra il confine della terra magiara  e il lago Balaton.

Allora, nel 2011, sollevai il fianco già antico e raggiunsi di nuovo la meta con Fulvio, il vecchio amico oramai settantenne, anzi l’amico nobile che nel momento più difficile mi proibì di soccombere, e i due amici giovani, gli ex allievi Maddalena e Alessandro conforti e sostegni dell’età vetusta di noi due anziani reduci da un’altra epoca.

 Superati gli anni  della sciagura, anche grazie agli incontri fatti nell’Università estiva di Debrecen, le cose mi andarono bene, sempre meglio. Quasi invulnerabile come Achille ero diventato con il volgere delle stagioni.

Dopo il liceo la visione del mondo mi era stata oscurata dalla mancanza dell’amor proprio necessario alla salute, a quella fisica e a quella mentale.

La benevolenza di sé stesso, la filautiva,  prima o poi attira l’amore degli altri necessario a mantenerla.

Chi ne è privo, o privato, è pure impedito di raggiungere qualsiasi meta che non sia quel bene agognato con le forze più vive dell’anima.

Le poesie di Leopardi sono belle per chi le legge, e consolatorie, ma per l’autore furono consolazioni insufficienti, credo, tali che sicuramente non sostituirono  il premio grande, davvero olimpico, cui aspirò per tutta la vita il grande Recanatese: negli auspìci dovette sostituire con la morte “bellissima fanciulla” quella ricompensa del valore che io, da eterno scolaro, chiamo “borsa di studio”, insomma l’amore di una donna bella, fine e viva  

La morte potrebbe essere sì una  “bellissima fanciulla-dolce a veder”, ma non tanto bella e dolce quanto Silvia e Nerina, le ragazze vive osservate, ammirate, pensate, sempre senza uno straccio di contraccambio.

 Elena che certificò la mia resurrezione nel 1971 era sì lieta come bella, e non teneva un piede, o tutti e due, nella tomba come le fanciulle di Leopardi. E soprattutto mi contraccambiò.

Il Recanatese è rimasto per me un maestro di pensiero e sensibilità ma non di vita.

Pensate che ho una parentela acquisita con lui. Non di sangue purtroppo. O per fortuna:  se no potrei essere gobbo.

La mamma della nonna materna Margherita era una Carancini di Recanati e sua sorella aveva sposato il marchese Rodolfo Antici che l’aveva nobilitata. Io verrò nobilitato  da Elena. Già il suo nome è circonfuso di luce sacra.

Non sente il gusto della vita chi non assaggia il  sapore di donne liete e belle, un piacere che ci assimila agli dèi, “perché la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina” [6].

Ma torniamo a quel mattino antico. Ti ricordo, lettore novello, che era il luglio dell’anno di mia salvazione 1966. 

Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato. 

 

Note

35 Sofocle, Edipo re, v. 733

36 Orazio, Odi , I, 6, 5- 6:" gravem /Pelidae stomachum cedere nescii ", la funesta  ira di Achille incapace di cedere. 

37 Iliade , XIX, v. 423.

38 Cfr. N. T. Luca, 10, 33 “Samarivth" de; ti" ojdeuvwn h\lqen kat j aujto;n kai; ijdw;n 4Seneca, De beneficiis, IV, 7

39 Seneca, De beneficiis, IV, 7

40 G. Leopardi, Operette morali, Storia del genere umano.

 

 

Bologna 11 febbraio 2026 ore 14, 09

giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Sofocle, Edipo re, v. 733

[2]Orazio, Odi , I, 6, 5- 6:" gravem /Pelidae stomachum cedere nescii ", la funesta  ira di Achille incapace di cedere. 

[3] Iliade , XIX, v. 423.

[4] Cfr. N. T. Luca, 10, 33 “Samarivth" de; ti" ojdeuvwn h\lqen kat j aujto;n kai; ijdw;n ejsplagcnivsqh”.

[5] Seneca, De beneficiis, IV, 7

[6] G. Leopardi, Operette morali, Storia del genere umano.


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