Mangiammo un piatto di carne senza le patate insipide come certe persone, e per giunta eterne nemiche della santa snellezza dovuta al mio progetto e a me stesso. Sapevamo entrambi che l’aspetto ordinato fa parte del dovere dell’insegnante il quale rappresenta una figura emblematica agli occhi dell’allievo. Come un principe per il suo popolo. Condividevamo il disprezzo di Hanno Buddenbrook per i professori connotati dallo squallore [7]. Tornammo a Debrecen nella notte nuvolosa, attraverso la puszta più che mai deserta. Arrivati nel campus universitario, davanti al kollegium, salutammo Fulvio e Marja Liisa che non avevano trovato modo né voglia di comunicare e si separarono subito, non senza un paio di smorfie quasi spettrali della ragazza iperborea che digrignava i denti torcendo la bocca.
Seppi poi da Helena che tornata in camera trovò la sua contubernale mentre se la prendeva con i cuscini. Come la vide entrare, la megera finnica si mise anche a gridare gonfiando il collo. La mia donna, pur forte e coraggiosa, per schivare la presenza di quella indemomiata , andò a chiedere asilo politico in un’altra stanza.
Lo stesso dovrò fare io molti anni più tardi per evitare una che non mi piaceva punto e voleva darmi la buona notte prima accarezzando la mia svogliatezza poi inveendo contro il demone languido che ero diventato proprio con lei , frigidus sed callidissimus urlò, si spogliò, prese la rincorsa e mi sferrò un pugno nell’occhio più debole con violenza canagliesca imparata da Ipponatte. Non mancò di citarlo gridando: “kovyw jIwavnnhn to;n ofqalmovn” 7bis
Mi vennero in mente anche i centauri stupratori raffigurati nel frontone occidentale del tempio di Zeus del maestro di Olimpia.
Non riuscii a dissuaderla cum civilitate né volevo sedarla, sicché me ne andai a dormire nel contiguo androceo dove Fulvio e un tal Valerio mi accolsero quale martire e , aggiunsero, vergine.
Subito dopo il congedo dai due amanti mancati, Elena e io, amanti in pectore, nel petto già fervido, il mio almeno lo era, ci incamminammo per il bosco segnato da parecchi sentieri, verso la zona dov’era il laghetto con il ponticello di legno. Al fianco della bella donna perfino la tenebra mi appariva paradisiaca.
Giunti là, sedemmo su una panchina sotto una quercia immensa, sull’orlo dell’acqua. Elena mi parlò della sua vita in Finlandia, del suo lavoro che amava e del suo uomo di cui, invece, non sembrava innamoratissima. Disse comunque che voleva rispettarlo, e che gli voleva bene, particolarmente da quando, negli ultimi tempi, avevano quasi deciso di vivere insieme perché lei forse, probabilmente, aspettava un bambino. Quest’ultima notizia mi impressionò, ma non fu un deterrente tale da farmi cambiare proposito. Anzi, il desiderio di unirmi a lei ne fu incentivato: all’amore si aggiungeva il gusto del proibito, della libertà assoluta, e quello della rivalsa: lei era bella e fine; di lui disse che era facoltoso, non colto, un poco strambo, un po’ anche beone e fisicamente prestante.
Pensai: “ E’una specie di Puntila brechtiano , comunque nemmeno ai suoi occhi è un magnanimo eroe senza macchie, come dovrò apparirle io, per vincere la battaglia erotica. Sì mi aspetta un agone quasi militaresco: “Militat omnis amans et habet sua castra Cupido”.
Sentite le sue parole, il mio demone avido, magro, cupamente famelico, mi spingeva più che mai a corteggiarla perché si unisse con me e mi nutrisse con la sua carne bianca e sostanziosa, dopo avere abolito tutti i divieti di cui ero stato imbevuto in famiglia e in parrocchia, tabù che in passato mi avevano oscurato la gioia di vivere.
“Perché hai scelto quell’uomo?” Le domandai a bruciapelo.
“Perché è buono, mi dà sicurezza e il suo aspetto mi piace”.
Gongolando dentro di me senza farlo vedere, anzi con aria compunta, un poco gesuitica, le feci notare che non gli aveva attribuito genio né doti speciali, quelle che alle donne di una certa levatura piacciono al di sopra di ogni altra cosa.
La potenza mentale che attira le femmine umane belle e fini, Elena non l’aveva riconosciuta al suo compagno, mentre in me la stava riconoscendo e incentivando dopo poche ore di conversazione.
La partita a scacchi dunque poteva procedere. Lo svantaggio della prima serata era stato colmato e si stava rovesciando in vantaggio.
Per confermarlo, passai all’attacco. Le domandai a bruciapelo: “ E’ intelligente il tuo fidanzato?”
“Crede di esserlo” rispose non senza ironia, aprendo la strada al mio trionfo, infondendo ulteriore coraggio al demone mio.
“Una precisazione decisiva”, pensai, “un segno del cielo che significa molto. Uno squillo che annuncia la vittoria e trae l’anima in alto. Il cielo stellato ora non solo è sopra di me, è anche è dentro di me, e io ne colgo i messaggi con astrologica filologia e pure con intelligenza erotica”.
Sicché dissi subito: “Anche se tu hai un uomo e aspetti un figlio da lui, io ti amo, e sento che se mi ricambierai, noi ci rafforzeremo e diverremo più felici, dum vita manebit”[8]. Se non potrai amarmi, io accetterò questo destino malvagio: sarò un vir fortis cum mala fortuna compositus”. Cercavo di controbilanciare il mio inglese modesto e troppo neolatino con il latino vero, quello classico che la bella donna conosceva e intendeva, come vedremo.
“Forse non aspetto un bambino”, replicò, “né rimarrò con lui. Sai, io non sto del tutto bene. A volte sento grandi dolori nel ventre. Quand’ero più giovane, da adolescente, mi hanno operata. Poi stavo molto meglio, ma ultimamente, con l’interruzione delle mestruazioni, sono tornati i dolori. Un medico di Yväskylä, poco prima che partissi, mi ha detto che devo farmi vedere presto, qui a Debrecen. Potrei essere incinta, ma potrebbe essere un cancro. Ho paura. Comunque devo fare una serie di analisi, cominciando dal test di gravidanza. Ho molta paura. Non sono sicura di aspettare un bambino, né di volerlo, e ho terrore di essere malata a morte. Poi ho altri timori”.
Qui si interruppe. “Cioè?” le domandai spaventato, commosso, eccitato.
Quella donna era la femmina incinta: la madre, amata nobis quantum amabitur nulla [9], la mamma che non era stata abbastanza affettuosa con me sebbene, ora ne sono certo, mi amasse, né io ero stato capace di comprendere lei, nonostante l’amassi molto; Elena era inoltre la giovane bisognosa di aiuto e conforto: la figlia che non avevo e forse non avrei avuto mai il coraggio di mettere al mondo; era la donna intelligente, ammirata e desiderata: l’amante e l’amica a me congeniale e piacente che cercavo da sempre. Le femmine leziose, le sbiadite e le variopinte, le sciocche come patate, le frustrate aggressive, le cretine integrali, le morte di studio o di sonno, le commedianti incolte, le chiacchierone petulanti in vari modi incontrate fino a quel momento non avevano mai suscitato interesse nell’anima mia. Certo non così grande e forte.
Rispose: “Non so parlare ungherese, e in clinica temo di non potermi spiegare”.
“Ti aiuto io”, proposi, “io me la cavo, anzi, per te sarei capace di improvvisarmi eloquente anche in questa lingua magiara”. Non dissi “ostrogota” poiché l’ungherese e il finlandese sono idiomi imparentati. Sarebbe stato offensivo. Aggiunsi che le mie parole si sarebbero accese di una luce chiarissima, riverberando la splendente bellezza di lei. Una bellezza, aggiunsi, che era anche intelligenza e moralità.
“Voglio farmi ricordare da te, meritando di te” conclusi.
Ma Elena non si lasciò impressionare granché dal mio slancio: mi prese la mano destra e disse: “Gianni, io non ho bisogno di un amante. Tu sembri buono. Possiamo essere amici, se vuoi. In ogni modo mi piaci: sei intelligente, sei simpatico, sei gradevole. Tu sai piacere, davvero, e io sto imparando a stimarti, a volerti bene. Però non deludermi con una richiesta che ora non posso esaudire. Adesso non lo farei con nessuno, nemmeno con lui”.
La guardavo con aria di assenso.
Le dissi: “non preoccuparti. Ti farò questo piccolo favore e altri molto più grandi, se vorrai, senza aspettarmi in cambio nient’altro che la tua amicizia. Non devi giustificarti: non dire altro. L’aiuto che posso darti non ha bisogno di lunghi discorsi. Mi vengono in mente alcune parole dello sposo innamorato, il Commendatore, alla moglie donna Anna, nel Don Giovanni: ‘Dalla tua pace la mia dipende-quel che a te piace vita mi rende-quel che a te incresce, morte mi dà’. La musica di Mozart è la voce di Dio, il suo talento un dono di Dio. Come sei tu per me”.
Canticchiai le parole di Da Ponte e intanto pensavo: “Sembra un rifiuto, ma non lo è. Mi ha riconosciuto tutte le qualità per cui una donna di valore ama un uomo. Mi prega di non chiederle amore, mentre è lei che me lo offre. Sennò tornava in collegio con l’altra, la brutta, la forsennata medusa dalle gote accese. La faccenda della lingua ungherese è un pretesto, magari suggerito dal fato, un’occasione offerta alla crescita della nostra intesa. I medici ungheresi o vietnamiti della clinica universitaria almeno un poco di inglese certamente lo sanno parlare. Che noi due si faccia l’amore è destino. Dio stesso lo vuole e io non recalcitro mai al volere di Dio. Sono naturalmente, e senza sforzo alcuno, concorde con Lui e con il fato che poi è la sua stessa parola.
Sono perfino disposto ad aiutarla gratis et sine corporis voluptatibus, se il Fato dispone questo e lei davvero non può darmi nulla in cambio. Ma è molto improbabile, quasi impossibile”.
Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato.
![]()
[7] "I maestri supplenti o tirocinanti che lo istruivano in quelle prime classi, dei quali sentiva l'inferiorità sociale, la depressione spirituale e la poca cura dell'esteriorità fisica, gli ispiravano, oltre il timore della punizione, un segreto disprezzo" T. Mann, I Buddenbrook (del 1901) , p. 330.
7 bis Ipponatte (VI secolo a. C., fr. 70 D.), colpirò Giovanni con un pugno nell’occhio.
[8] Cfr. Eneide, VI, 608
[9] Catullo, 8, 5., amata da me quanto nessuna sarà amata.
Bologna 19 febbrai 2026 ore 10 giovanni ghiselli
p. s
Statistiche del blog
All time1947304
Today270
Yesterday1424
This month32121
Last month19299
Nessun commento:
Posta un commento