venerdì 20 febbraio 2026

Elena 15. La nausea il risveglio dall’incubo.


 

Nell’innaturale  oscurità meridiana  ronzavano zanzare assetate, sifoni abietti, che miravano a riempirsi di sangue. Scorpioni raccapriccianti riempivano il mio scalzo cammino drizzando minacciosi le chele letali.

Il lucus della gioia radiosa e della speranza si era mutato nella selva  dello sconforto e della disperazione. Da  putridi stagni provenivano aliti fetidi e soffocanti.

Lugubri gufi lanciavano lunghi lamenti  dagli alberi strani.

Upupe immonde annunciavano con singulti funerei la fine dell’amore che avrebbe potenziato la mia vita per sempre. Civette obese e ripugnanti lanciavano gli annunci dell’apocalisse vicina.

Altri suoni malaugurosi venivano da orribili sistri rosi dalla ruggine, agitati da mani sinistre. L’inferno doveva essere rimasto senza inservienti poiché tutti i suoi demoni avevano riempito il grande bosco di Debrecen.

Provai ad alzare il viso al cielo ma questo era stato risucchiato dal vuoto.

Il mondo, colpito da infezione diffusa, si presentava sconciato e degradato in uno squallore abominevole, trasformato in un guazzabuglio che negava l’amore e la vita.

Il cosmo mi chiudeva le porte. Si aprivano quelle tartarèe del caos cieco che se mi avesse sottratto Elena avrebbe compiuto il suo capolavoro. Da quella ianua inferni traspariva l’antimondo tetro e sinistro della morte.

Vedevo l’interno della mia tomba con il mio cadavere già decomposto.

Gli occhi erano buchi neri, le ossa rami secchi e fratturati: la mia persona, ben tenuta con cura durante gli ultimi anni della mia vita mortale era diventata ripugnante a vedersi.

Infine apparve draco ille magnus , serpens anticuus, qui vocatur Diabolus et Satanas-oj kalouvmeno" Diavbolo" kai; oJ Satanav"1.

Si mise a fischiare, poi sogghignando disse: “dispera!”

Stavo per mettermi a piangere, lì nel prato della sventura, ma pensai che era ingiusto e sbagliato. Non dovevo darla vinta a Satana.

Però poi pensai che questo dramma, in quanto tale, doveva essere agito2 , non solo sofferto da me. L’etimologia mi aveva dato una spinta, mi aveva aiutato, come  altre volte.

Allora decisi che non dovevo restare seduto su quell’erba sciagurata a soffrire, che dovevo allontanarmi da quel luogo funesto: il compito assegnatomi dal destino era cercare e ritrovare la bella donna, la sola creatura capace di illuminare la vita del mondo, renderle tutti i colori, e avvalorare la mia.

Sentivo la necessità di contrapporre al gregge di Ades che mi opprimeva, il volto santo e il corpo immacolato, reale di Elena la donna compiuta.

Era necessario che andassi a cercarla per confutare la deformità che mi aveva assalito, o per confermarla. Lo avrebbe deciso lei. Dovevo ritrovare e riaprire la ianua caeli, la porta del cielo e della realtà. Elena poteva restaurare la mia mente disfatta, rimettere in sesto il mio animo morso dai serpenti e rimorso dai tormenti, rilegarlo come un libro mangiato dalle tarme.

Era arrivato il momento della rivolta, era ora di porre termine al quel rimuginare doloroso, maniacale. Ne avrai le tasche piene anche tu, caro lettore.

Sollevai la testa dal gorgo degli affanni, mi alzai di scatto dal prato dell’acciecamento e scappai via senza nemmeno salutare i compagni vestiti di nebbia folta: prima corsi verso il collegio numero uno fino alla porta di camera sua dove bussai ripetutamente con mani frenetiche, invano; poi, invece di fermarmi a intonare un paraklausivquron3 mi diedi a correre in direzione delle cliniche universitarie, che comprendevano il reparto delle “donne pregnanti e malate”, com’era scritto sopra l’ingresso dell’istituto già visitato e osservato con cura durante un prolungato intervallo tra le lezioni di lingua ungherese che mi importavano molto meno di quella femmina finnica, non per lascivia e dissolutezza, ma poiché sapevo che l’idioma magiaro avrebbe avuto un’importanza minore dell’amore di lei riguardo alla mia crescita umana e alle richieste del mio destino cui non potevo né volevo sottrarmi.

La clinica non era lontana dal nostro collegio e si poteva raggiungere facilmente piedi, ma vi lavoravano medici strani: era insomma un ambiente dove la bella donna, forse già in quel momento, sottostava a una visita imbarazzante, per giunta senza potersi spiegare con il ginecologo asiatico o africano, che magari era bravo e gentile, ma, se non sapeva parlare inglese né finlandese, le avrebbe fatto domande incomprensibili, mentre le palpeggiava il bianchissimo ventre con mani nere oppure olivastre.

“Certo”, pensavo, “se i dottori neri, o gialli, o bianchi, parlano solo ungherese o altre lingue da lei sconosciute, Elena avrà bisogno di aiuto”.

Rimuginando, correvo lungo i binari.

Ero innamorato; del resto le avevo promesso che l’avrei accompagnata in ospedale per aiutarla, perciò l’avrei fatto anche se mi fosse stata indifferente o nemica.

Che cosa speravo realmente? Che fosse incinta davvero, che abortisse, che venisse in Italia con me?

Non lo so. Col tempo, tanto tempo, ho capito che la sua funzione “storica” nei miei confronti era nutrirmi lo spirito per il tempo veloce e prezioso di un mese scarso, e accrescere la mia autostima con le qualità non comuni di cui l’avevano dotata benignamente gli dèi perché ne facesse dono a me.

Correvo e mi ponevo domande: “Elena deve donarmi il corpo e l’anima sua. E io come la contraccambio? ” Mi davo anche delle risposte: “Intanto oggi l’aiuto a spiegarsi con il ginecologo senegalese o vietnamita, e le faccio sentire la mia solidarietà, poi magari la renderò immortale raccontando questa storia  bella di aiuto reciproco. Ci metterò la verità e la bellezza che si trova nelle opere d’arte.

 

Avvertenza; il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato

 

 

Note

[1] Cfr. Giovanni, Apocalisse, 12, 9.

2 Cfr. dra`ma da dravw “faccio”

3 Lamento davanti alla porta chiusa.

 

Bologna 20 febbraio 2026 ore 18, 05 giovanni ghiselli

p. s.

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