sabato 21 febbraio 2026

Elena 19 Conclusione della giornata più bella. Tra le più belle della vita.


 

Quella sera di agosto dunque tornai trionfalmente all’Aranybika, con la mia donna, fiero di lei e delle mie prestazioni da atleta del sesso.

Cenammo e bevemmo il solito sangue di toro. Il vino dionisiaco adatto ai riti espletati nel pomeriggio. Scherzammo giovanilmente, da giovani quali eravamo.

Le chiesi di ripetere il gesto compiuto nell’Odissea da  Elena1, la figlia di Zeus: gettare nel vino un farmaco buono quale antidoto a ogni tristezza e miseria.

“Ci metterò un goccio del mio sorriso - disse - e un tocco della mia gioia”.

Parlavamo scegliendo tutti i termini e ascoltavamo con attenzione.

 Non so come possano fare l’amore i giovani dopo avere passato una sera seduti a un tavolo in due, guardando e mastricciando un telefonino. Ciascuno il suo.

 Ci soffermammo sul significato della parola cultura, come contrappeso al pur pregevole scatenamento istintivo del pomeriggio. Comunque messo in movimento anche dal lovgoς contenuto nei nostri discorsi propiziatori.  Parlare fa bene a Eros, parlare con precisione elegante fa benissimo.

Apollo e Dioniso saltano insieme non solo sulle rupi delfiche e sull’altipiano sovrastato dalle due cime del Parnaso2 ma anche sui letti, i santuari dell’amore.

 “Cultura per me”-dissi- non è il sapere dell’erudito, l’ umbraticus doctor 3 dall’anima gobba, ma è sapienza che sa di vita, ossia è potenziamento della natura. Queste formule le ho imparate da Petronio, da Nietzsche e da altri, ma il fatto l’ho sperimentato nella prassi. L’ho provato con te. Non credo che saresti venuta a letto con me se non ti avessi attirata con alcune frasi belle prese a prestito dai miei autori. Non li ho derubati, poiché la bellezza delle parole per fortuna non è soggetta alle regole della proprietà privata.

Importante è che tale bellezza funzioni nell’ingranaggio complessivo.

Cultura è “conosci chi sei”, poi “diventa chi sei”. Cultura è “niente di troppo”. Cultura è amore. Se mi chiedi a che cosa serve, qual è la sua funzione, ti rispondo che serve ad amare, amare l’umanità umanisticamente, come dicesti tu, e pure a fare l’amore magnificamente, come lo stiamo facendo noi due”.

“Cultura è rispetto e amore per la vita”, aggiunse Elena.

“Alta cultura è l’amore nostro, l’amore tra noi due, il farlo tante volte, non esserne mai sazi. Io ti amo per il tuo aspetto che riflette un’anima bella e fine, come le tue parole”, dissi.

“Io ti amo perché sei buono, Gianni, e non giochi con il cuore delle persone, come fanno tanti buffoni e troppi farabutti.

Ti amo perché fai l’amore con me, per come lo fai. Ti amo perché non ti fai servo di nessuno e non menti.

 Ti amo perché sai ascoltare, osservi con attenzione le persone e la natura, e per questo sei naturale, non artefatto”.

 

“Osservo soprattutto te Elena, amore mio, con enorme attenzione. La mia naturalezza comunque, se non proprio costruita, certo è stata educata, dai libri e dagli incontri buoni che un demone buono mi ha offerto.

Chi non viene corretto e motivato da bravi educatori quali sono stati per me gli auctores, rimane vittima della pubblicità, o dei partiti che vogliono portare le teste all’ammasso, e resta schiavo dei luoghi comuni estranei alla realtà effettuale. Noi due, con il nostro parlare e fare l’amore confutiamo in continuazione i pregiudizi degli imbecilli e le astute menzogne dei mascalzoni e dei profittatori”.

 

Intanto gli zigàni suonavano musiche popolari ungheresi.

Si mangiava e si beveva bene, e tutta l’atmosfera ci infondeva certezza del nostro amore, sicurezza nei nostri ruoli, insomma felicità.

A un certo punto mi scusai e andai in bagno. Soprattutto per guardarmi allo specchio, osservare la mia faccia giovane, tutt’altro che brutta, e compiacermene. “Ce l’hai fatta Gianni”, mi dissi. “Tu ce l’hai fatta.

Ricordi come arrivasti qui cinque anni fa, nel 1966?

Questa tua immagine gradevole era ancora fasciata di grasso, di sudiciume, e il tuo il fetore soffocava perfino i maiali della puszta, offendeva la foresta, il tuo buio spirituale oscurava il cielo. Eri come un bastone di legno marcio che avvolga e racchiuda una verga d’oro 4 , quella che vedi ora.

Rendi grazia al Creatore, a Elena, alla mamma che ti hanno modellato così bene. E anche al padre tuo, e alle zie Rina,  Giulia, e Giorgia che ti hanno aiutato. E a tua sorella Margherita che si è fatta educare da te quando era una bambina, alla nonna Margherita che tante volte ti ha offerto il suo sostegno, e non solo affettivo. Ai suoi genitori, i bisnonni Scattolari che ci hanno lasciato la terra avita di Tavullia e di Montegridolfo. E al nonno Carlo Martelli dal quale hai ereditato molto più della roba: lo sconfinato amore per le donne, per il sole, la bontà d’animo e il non comune talento ciclistico.

Hai dentro il loro sangue, e ora pure quello del sole 5.

Questa donna ha trovato e raccolto i tuoi pezzi mentali ancora sparsi e confusi, e li sta mettendo insieme giusto in tempo per rimetterti in vita e in gioco, in questo gioco competitivo, terribile e stupendo che è la vita umana ricca di amore. D’ ora in avanti non voglio perdere più nemmeno una gara. A Elena e ai miei consanguinei sarò grato per sempre.”

Quindi tornai al nostro tavolo e ripresi a parlare con lei, ad ascoltarla, a osservarla e ammirarla. Più tardi facemmo ancora l’amore, nel grande bosco, un altro santuario del nostro connubio sacro, della nostra ierogamia.

“Il grande bosco è rimasto per sempre il bosco più bosco di ogni bosco, più suggestivo delle foreste del Caucaso o della Svizzera, forse perché crescendo su terre sabbiose forniva un esempio di tenacia che gli dava una vita, nonostante le sue misere risorse, piena di forza e di robustezza, che altrove non vedevo mai”. Questa è Magda Szábo, la brava narratrice di Debrecen cui ora è intitolato il caffè sotto l’Aranybika.

Fulvio però dopo avere letto queste pagine dice che il cantore di Debrecen sono io e che dovrebbero dare il mio nome alla Nyári Egyetem, l’Università Estiva dove abbiamo passato alcuni mesi tra i più belli di nostra vita mortale.

Mi venne  voglia di rivolgermi a lui:

“Caro compagno dell’età mia nova, e della seguente  da rinnovare, ricordi ancora quei nostri giorni fatati e fatali? E come potresti averli scordati, carissimo amico in esilio anche tu dalla nostra città incantata? All’apparir del vero anche se non siamo caduti, ci siamo annoiati. Ora va meglio. Tu dipingi anche ora che stai su nel cielo. Io scrivo e tengo conferenze, faccio lezioni per educare i giovani a non dimenticare il bello, il buono, la cultura e l’arte.

E il mio blog, sapessi che soddisfazioni mi dà con le tante visite quotidiane di persone che mi leggono, e con me i nostri classici greci, latini, italiani, inglesi, russi e tedeschi!

 Pensa agli scrittorucoli che, pur pompati dai media, nessuno legge perché non dicono niente!

Ti ricordi quella canzone, mi pare si chiamasse Delilah: “C’era una volta un bianco collegio fatato, un grande mago l’aveva creato per noi”?

She was my woman! Dico di Elena che mi hai aiutato a conoscere. Eravamo ragazzi allora.

 Sì, noi amavamo, amavamo le donne e ci volevamo bene tra noi, tu, io e parecchi altri. Anche al grande bevitore di Bassano del Grappa volevamo bene! Cantavamo insieme, mezzi brilli pure noi. E adesso chi vuole più bene a chi? Chi canta in tutte le lingue: “Gallus est mortus, gallus est mortus, gallus est mortus, gallus est mortus, non cantabit iam coccodì coccodà, non cantabit iam coccodì coccodà”?

Oppure Bocca di rosa: “La chiamavano Bocca di Rosa, metteva l’amore, metteva l’amore. La chiamavano bocca di rosa, metteva l’amore sopra ogni cosa”. Chi ama più come ho amato  Elena che tu mi aiutasti a imbarcare condurre nella nostra osteria quella sera di luglio?

 E’ passato più di mezzo secolo eppure  io continuo ad amare, a cantare la bella Debrecen che non c’è più, con la sua Università circondata dalla  grande foresta, priva di sfarzi dipinti 6 ma ricca di memorie, di affetti, di sapere e sapienza più dei tanti ambienti falsi, inquinati, invidiosi che abbiamo frequentato in seguito”.

 

Ma torniamo al tavolo dove Elena mi aspettaca

Prima di andare a dormire facemmo un giro nel bosco. Non senza qualche sosta.

Le cantai e tradussi, con variazioni minime, una strofa della Canzone di Marinella di Fabrizio de Andrè, un altro dei miei educatori.

 “E c’era il sole e avevi gli occhi belli,

io ti baciai le labbra ed i capelli.

C’era la luna e avevi gli occhi stanchi,

io misi le mie mani sui tuoi fianchi”.

Minä rakastan sinua  7,mi sussurrò Elena nella sua lingua dolce. Le risposi con un sorriso: non sapevo dire “anche io” in finlandese. Ma non era necessario: si vedeva che l’amavo. Si capiva dal piacere mai esausto e condiviso. Non c’era bisogno di dirlo. Bastava lo sguardo.

 Eravamo felici. Una donna e un uomo in mezzo alla natura. Dove l’Italia e la Finlandia si erano strette in alleanza.

 Senza calcoli, senza arzigogoli, senza dolore, senza noia: nient’altro che noi due, il nostro amore e la nostra felicità. Sono rari nella vita momenti del genere.

Vengono e vanno. Comunque ritornano, siccome il cammino della vita, come quello dell’eternità ha le sue curvature, i suoi giri 8. Questo con Elena, posso dirlo dopo tante e varie giravolte, è stato il più bello.

 

Andammo a dormire ciascuno nel proprio collegio, ma nel sonno gocciava davanti agli occhi il sogno che eravamo nello stesso letto e facevamo l’amore. Elena e io.

 

 

 

Note

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1. Odissea, IV, 220-221.

 

2. Cfr. Euripide, Baccanti , vv. 305-306

 

3. Nel Satyricon, l’io narrante Encolpio mette sotto accusa il tipo dello studioso, estraneo alla vita, lo stesso che Nietzsche definirà "l'eterno affamato, il "critico" senza piacere e senza forza, l'uomo alessandrino, che è in fondo un bibliotecario e un emendatore, e si accieca miseramente sulla polvere dei libri e degli errori di stampa"Nietzsche, La nascita della tragedia p. 12. Il protagonista del romanzo di Petronio lo contrappone ai grandi tragici: "nondum iuvenes declamationibus continebantur, cum Sophocles aut Euripides invenerunt verba quibus deberent loqui, nondum umbraticus doctor ingenia deleverat " (2, 3-5) , ancora i giovani non erano chiusi nelle vuote declamazioni, quando Sofocle e Euripide trovarono le parole con le quali dovevano parlare.

 

4. Livio (I, 56) racconta che Bruto aveva portato in dono ad Apollo una verga d'oro inclusa in un bastone di corniolo con un incavo fatto a questo scopo, recando un’ immagine enigmatica del suo carattere: "aureum baculum inclusum cornĕo cavato ad id baculo tulisse donum Apollini dicitur, per ambagem effigiem ingenii sui".

 

5. Cfr. il faraone Amenhotep (Amenophi IV) nel romanzo di T. Mann Giuseppe e i suoi fratelli: “Guarda qui!” disse a Giuseppe. “Avvicinati e guarda!” E scostando la batista dall’esile braccio gli mostrò le vene azzurre nella parte interna dell’avambraccio. “Questo è il sangue del Sole!” Giuseppe il nutritore (IV volume) , p. 204. Anche Medea ha sangue del sole.

 

6. Nella commedia pastorale As you like it (1599) di Shakespeare, il duca esiliato dal fratello e rifugiatosi nella foresta di Arden con i nobili suoi fedeli dice: “Now my co-mates and brothers in exile, -hath not old custom made this life more sweet-than the painted pomp? Are not these woods-more free from peril than the envious court? ” (II, 1) , ora miei compagni e fratelli d’esilio, non ha l’antico costume reso questa vita più dolce che lo sfarzo dipinto? Non sono questi boschi più liberi dal pericolo dell’invidiosa corte?

 

7. Io ti amo

 

8. Cfr. F. W. Nietzsche, “Also sprach Zarathustra”, ’Der Genesende’, 2, 59-69 “Così parlò Zarathustra”, ‘Il convalescente’, 2, 59-69: “Die Mitte ist überall. Krumm ist der Pfad der Ewigkeit. ” Il centro è dappertutto. Ricurvo è il sentiero dell’eternità" 

Bologna 21 febbraio 2026 ore 17, 25 giovanni ghiselli.

p. s.

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