Due giorni più tardi, mercoledì 28 luglio 1971, dopo avere parlato a lungo e avere provato sempre più forte il desiderio reciproco, dopo avere sentito la nostra empatia fino alla trasfusione delle anime l’una nell’altra, alle dieci di sera facemmo l’amore tra lenzuola pulite, nel mio letto della camera numero 4 lasciata a nostra disposizione, non senza qualche bisbiglio, dai tre compagni con i quali la dividevo.
“Mi sono fatta desiderare troppo a lungo?” domandò lei, quasi volesse chiedere scusa.
La mano mia discorreva lasciva per le sue membra.
“No. Anzi, hai fatto bene. Così, come vedi, il desiderio è aumentato. Poi mi sei diventata più cara, poiché ho dovuto conquistarti contro la tua volontà”, la giustificai.
Quello fu il giorno della mia seconda data di nascita.
Tutto si era compiuto. Avevo raggiunto l’inaccessibile.
Fu la volta che ritrovai il sorriso delle cose che vedevo quando ero bambino.
Avvenne in me una renovatio mentis che mi rese più gradito a me stesso, più contento di me, più buono con gli altri. Fu allora che delle gioie mie vidi l’inizio.
Avevo superato stranamente e meravigliosamente la prova di piacere a una donna bella, fine e inizialmente proibita.
I miei piani, dapprima rozzamente abbozzati, poi raffinati e rifiniti non senza abilità, e probabilmente con l’aiuto del mio demone buono se non proprio di Dio, furono comunque portati alla piena realizzazione da quel destino o quella provvidenza che compie tutto quanto avviene su questa terra, dalla caduta di un passero, come dice Amleto1, alla gioia di un uomo e una donna in quell’estate lontana. La nostra felicità fu di assai “breve intervallo superata da quella divina”2. Gli dèi stessi santificarono l’ amore che c’è stato tra noi, Elena e io.
Del resto sarebbe stato più facile proibire al mare di sollevarsi verso la luna che impedire a me di amare quella donna mirabile e a lei di contraccambiarmi.
Dopo avere fatto il massimo concesso a un uomo e a una donna mortali, i nostri occhi brillavano di un fuoco prometeico e si correva il rischio di non riuscire a smaltire una felicità grande tanto che l’indigestione di gioia ci portasse a commettere qualche errore, come avvenne a Tantalo3 dopo che ebbe gli dei ospiti della sua tavola.
Non ci sembrava e non fu un atto contrario alla morale o alla natura, poiché eravamo innamorati, e lei diceva che non aveva deciso se lasciare maturare nel ventre suo il seme ricevuto in un tempo lontano, in un luogo remoto, da un uomo uscito dalla sua mente.
Tuttavia tre settimane più tardi tornò da quell’uomo, poi lasciò maturare il seme ricevuto da lui.
A me, che continuavo ad amarla, mandò, in ottobre, le fotografie della nostra estate che non poteva essere dimenticata, e non lo fu né lo sarà mai.
Vi aggiunse queste parole:
“Hej Gianni,
I have just got these photo of the last summer, memories of it.
The colours are not very good. Now my life is all right. I am married (2, 9) and happy. I love very much my husband and now we together only wait for our baby. I am always working as teacher in a middle school and I have much to do: 30 hours week only for lessons. But Saturday and Sunday I am free and I can see my man. Now he is working in another town. But in the spring we shall live again together in Yväskylä and in february we shall get the boy. I wish you the most happy time! Good bye.
Helena
Lì per lì ci rimasi male. Ma oggi penso che questa donna mirabile sia stata l’unica amata amante che non mi ha mai ingannato.
Il 20 agosto, quando ci separammo alla Keleti Pályaudvar, la Stazione Orientale di Budapest da dove partono i treni sui quali avrei visto salire in lacrime altre due finniche amate, e con le loro partenze avrei sofferto la fine di gioie tra le più luminose di questa mia vita mortale, Elena era afflitta, aveva gli occhi pieni di un mesto rimpianto anticipato, mentre i suoi capelli bruni bruni venivano scossi dagli ultimi venti di quell’estate lontana, e appariva rattristata, ma non contraccambiò il mio indirizzo. Disse che non aveva ancora deciso che cosa avrebbe fatto in Finlandia: avrebbe visto, ci avrebbe pensato, poi mi avrebbe fatto sapere. Aggiunse che aveva pure problemi di cambiamento d’alloggio. Versò anche un paio di lacrime.
Io non piansi. Pensai che quelle lacrime fossero per la vita mediocre cui forse temeva di andare incontro dopo i giorni pieni di mito poesia e pathos passati con me.
Non ero infelice poiché sapevo che avrei fatto tesoro di quel mese pieno di significati preziosi, lo avrei conservato nello scrigno dell’anima, ne avrei acquistato potenza4 e magari un giorno ne avrei pure ricavato parole ricche di bellezza e di forza.
Le dissi soltanto: “spero di incontrarti ancora”, ma ero quasi certo che non l’avrei vista più in questa vita terrena e mortale.
La stessa cosa capìi all’alba del 17 ottobre del 2011, un lunedì, quando salutai la mamma morente e partìi da Pesaro per fare lezione a Bologna. Sentivo che non le avrei più viste per chissà quanto tempo e comprendevo che era bene così. Elena non poteva trapiantarsi in Italia: non avrebbe avuto di che riempirsi la vita standomi a fianco senza un lavoro suo.
Saremmo stati entrambi infelici. Antivedevo questo e non piansi. Anzi, la guardai con occhi pieni di riconoscenza, grato alla vita di avermela fatta incontrare, a lei di avermi accolto, di avermi donato un mese di gioia.
La mamma novantottenne aveva avuto una serie di ictus da aprile in avanti e non ne poteva più di soffrire. Aveva smesso di mangiare da tre settimane.
Dopo la prima settimana le avevo detto: “mamma mangia, ti prego, altrimenti muori”
“A me non dispiace morire” rispose. “Ne ho paura, non credere che non ne abbia, ma stai certo che non mi dispiace”
“Dispiace moltissimo a me” replicai “io voglio che tu viva!”
“Ti sembra vita questa?” domandò.
Era stata indipendente e autonoma per oltre novantacinque anni e non sopportava di non esserlo più.
Risposi soltanto: “a me basta che tu non muoia, mamma”.
“A me non basta, ma ti ringrazio” concluse. Era contenta che io ci tenessi tanto alla sua sopravvivenza, ma non se la sentiva di continuare, siccome non era più vita la sua, assistita da due badanti, una di giorno, l’altra di notte, lei che fino a novantadue anni andava a fare la spesa in bicicletta e fino a novantacinque non aveva avuto bisogno di nessuno, nemmeno dei figli. Quando io e mia sorella la portavamo a cena fuori, le piaceva molto venire con noi al Pesce azzurro di Fano, ne era felice, ma non era mai lei a chiederlo. Io tornavo da Bologna tutti i mercoledì per cenare con lei. Mi a sorella veniva a prendermi alla stazione con la mamma poi si andava a Fano.
Una sera due fratelli, un uomo e una donna sui cinquanta anni, mentre parlavo con la madre mia vezzeggiandola e corteggiandola in quel locale fanese popolare per niente volgare, si avvicinarono e ci chiesero se eravamo madre e figli. In effetti ci assomigliavamo molto. Quando risposi “sì certo”, il maschio disse: “beato te, sei molto fortunato. Noi abbiamo perso la mamma da adolescenti”. Li ringraziammo e ne fummo contenti. La madre mia già ultranovantenne stava ancora bene. Poi nel 2011 si ammalò.
Una vita priva di autonomia non era vita per tale donna nobile e antica,
non le si addiceva.
Come non sarebbe stata confacente a Helena la vita che poteva fare in Italia.
Volere ancora con me le due madri benedette sarebbe stato egoismo mio.
A tutte due sono grato: una mi ha dato la vita e mi ha sostenuto fino a che ne ho avuto bisogno, l’altra mi ha reso più felice, più sicuro, più bello nell’aspetto, e più intelligente.
Martedì pomeriggio, quando dopo la scuola tornai da Bologna a Pesaro,
la mamma era morta da un paio di ore. Per lei invece ho pianto e mi succede di piangere ancora: con lei ho smarrito una parte grande della mia vita, perfino del mio stesso corpo . Mi consolai, mi consolo pensando di ritrovarla. In effetti la ritrovo dentro me stesso.
La baciai sulle labbra, cosa che non avevo mai fatto quando era viva, nonostante fosse, e sia, la prima delle mie donne, quella che mi ha partorito e che ho amato più di tutte le altre .
Note
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1 There is a special Providence in the fall of a sparrow (Hamlet, V, 2)
2 Cfr. Leopardi, Storia del genere umano.
3 Pindaro afferma che Tantalo era l'uomo più amato dagli dèi che lo onoravano frequentando la sua mensa; egli però non seppe smaltire la grande felicità: "se mai i protettori dell'Olimpo onorarono un uomo/mortale, era Tantalo questo; però/ di fatto non seppe/digerire la grande felicità, e con la sazietà attirò/un acciecamento pieno di prepotenza, e su di lui/il padre sospese un macigno pesante, /che egli desidera sempre stornare dal capo/ed erra lontano dalla gioia. (Olimpica I, vv. 54-61).
4 Che non è il potere, come la sapienza non è il sapere.
Bologna 21 febbraio 2026 ore 10, 27 giovanni ghiselli
p. s.
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