Questo episodio e il prossimo furono eventa, accidenti esterni, che mi hanno educato e, con il volgere delle stagioni, sono diventati dei coniuncta, qualità congiunte e intrinseche al mio essere umano, dotato di umanità.
La sera in cui Elena mi insegnò a essere onesto e buono con lei, con le mie donne future, con tutte le creature viventi, e con me stesso, era il quattro di agosto dell’anno di mia salvazione 1971. Con il suo comportamento nobile e buono mi ripulì della volgarità di cui mi ero macchiato quel giorno.
C’era una festa nella casina del tennis; eravamo in molti sulla terrazza del primo piano: Fulvio corteggiava la sua futura moglie con serietà, con un successo che gli sembrava progresso nella vita; gli altri maschi italiani, bevevano non poco e cialtroneggiavano molto, motteggiando non finemente le femmine straniere, in italiano. Si ballava, ma ogni tanto ci si riuniva in un angolo, l’angolo impoetico, anzi disumano, dei maschi frustrati, per schernire la gente, soprattutto le ragazze di altri paesi. Non era santa la danza, non si cantavano inni agli dei, peani o ditirambi. Nemmeno epinici si cantavano ma lugubri epicedi sul buon gusto e sulla moralità.
Parlando tra noi, designavamo le ragazze con epiteti impietosi e oltraggiosi: “il grugno da scrofa, la sfregiata, la vecchia, il cercopiteco dalla fronte inverecondamente bassa, la Megera guercia dall’unico occhio che strega, la pessima tra le Forcidi, la più feroce delle tre Erinni; poi la calva, la canuta, l’epilettica, la lebbrosa, la più consumata delle volpi, la più svergognata pantera dell’Università estiva di Debrecen”, secondo la consuetudine infame del maschio italiano sessualmente affamato e frustrato.
Un giovane mongolo di Ulan Bator applaudiva continuamente, freneticamente. Ogni tanto lanciava un incomprensibile grido belluino. Concluse la serata con le mani arrossate e del tutto sfiatato.
Un Samoiedo assisteva senza fiatare, con un sorriso da mummia. Sembrava comunque attaccato alla vita ancora più tenacemente di noi altri.
Noi italiani eravamo anche imbevuti dell’antifemminismo illogico e immorale della tradizione pseudocristiana[1], non cristesca dico, e pure di alcuni autori greci, non degli eccelsi quale Omero né dei tragediografi, una linea infamante le femmine umane raccolta e riproposta da diversi scrittori moderni malevoli verso la vita, per esempio il suicida Weininger, e il suicida Pavese che qualche anno prima era stato di moda.
“Chi si prende in casa una donna, si prende un ladro”[2]. “Sono un popolo nemico le donne”[3] e così via.
Infamare le donne, come dire male degli dèi, è odiosa sapienza.
Nelle scuole si dovrebbe insegnare qualche cosa sul rapporto tra i generi.
Cerco di farlo scrivendo. Corteggiare le donne fino a rendermi molto gradito è stato uno dei capolavori della mia vita e lo racconto per denunciare l’orrore della prepotenza ignorante che prelude alla violenza.
Questo capitolo è una denuncia di quanti non rispettano le donne, me compreso per alcune ore quella sera sciagurata.
Si irridevano dunque le ragazze e si rideva sguaiatamente, con allegrezza pazza e deforme. Lo “scellerato sesso”[4]veniva oltraggiato in vari modi.
Uno gridava con voce squillante e aria da trombettista della brigata: “cerco piteco, cerco piteco” alludendo a un paio di ragazze dall’aspetto non tanto bello che comunque facevano sesso senza difficoltà.
Il semicoro degli altri bruti rispndeva con l’antifona: “Trovo piteco, trovo piteco”.
E subito dopo: “scopo piteco, scopo piteco”
Quindi il corifeo: “schifo piteco, schifo piteco”.
C’era un colpo e un contraccolpo, e il vociare stupido si posava su altro stupido e cattivo vociare.
Poi tutto quel gruppo di gaglioffi imbestiati urlava un “peròòòò” di ripensamento, che riapriva l’orrendo canto nuziale, un imeneo zoofilo: “cerco piteco, cerco piteco. Rendiamo felici le scimmie!”.
E così via in un girotondo assolutamente bestiale.
Claudio, arrivato in ritardo, reduce da un incontro con il suo inesausto “porcone” diceva di volere rifarsi la bocca con una quaglia vergine e appena un po’ cicciosetta.
Il fetore di quel gridare raggiungeva la luna che i più profani arrivavano a sfottere, irridendone la castità violata dagli astronauti un paio di anni prima. “Che fai tu luna in ciel? Dimmi che fai, svergognata luna ” e giù due risate.
Beceri e sacrileghi assai. Io fingevo di vergognarmi e di dare a vedere un gesuitico sdegno. Provavo anche a dire: “ma no, quali scimmie? Sono gatte mammone, creature generose!”. Oppure cercavo di istruire un secondo coro cantando l’aria di Figaro: "Guardate queste femmine, /guardate cosa son. /Queste chiamate dee/dagli ingannati sensi/a cui tributa incensi/la debole ragion. /Son streghe che incantano/per farci penar, /sirene che cantano/per farci affogar; /civette che allettano/per trarci le piume, /comete che brillano/per toglierci il lume. /Son rose spinose, /son volpi vezzose, /son orse benigne, /colombe maligne, /maestre d'inganni, /amiche d'affanni/che fingono, mentono, /che amore non sentono, / non senton pietà. /Il resto nol dico. /Già ognuno lo sa"[5].
Mi divertivo assai. Ogni tanto, di nascosto e sottovoce, suggerivo battute infernali ai gaglioffi più osceni, se rinculavano per andare a bere altre palinke alla prugna, o “brugna” come dicevano quelli di Parma con un pun lascivamente allusivo
Ero uno sconcio demonio anche io, forse il più assatanato di tutti. Ma cercavo di coprire la mia nuda scelleratezza con scampoli di letteratura, e volevo sembrare tanto più raffinato quanto più, sotto sotto ero un vero demonio[6].
La bella e fine Elena mi osservava con cupa meraviglia. A un tratto la donna bella e fine trovò insopportabile quel comportamento volgare e cretino. Disse che era stanca e voleva andare in camera per riposarsi; più tardi, se si fosse sentita meglio, sarebbe tornata. Tanto quelle feste al casotto del tennis duravano fino all’alba. Non me lo chiese, ma forse sperava che la seguissi, che fossi stanco anche io di quei fescennini obbrobriosi fatti di lazzi plebei, battute volgari, offese crudeli lanciate vigliaccamente, anonimamente, in una lingua incomprensibile alle ragazze dell’Università estiva di Debrecen. Disse che se io fossi rimasto lì a lungo e lei non fosse tornata, ci saremmo visti il giorno dopo, negli intervalli tra le lezioni. Molto scortesemente non l’accompagnai, poiché provavo una curiosità perversa nell’osservare quegli anatemi pieni di risentimento contro le femmine umane, il sale della terra invero.
Veniva presa di mira questa o quella donna e, il coro empio e stonato, molto peggiore di uno stormo di rochi corvi gracchianti, ripeteva “la sfregiata, la culona cellulitica, appena scopabile[7], il labbro leporino, la tetta smunta, la sfigata di Debrecen”.
Non si finiva più: “è gobba, zoppa, debole di mente” gridava un semicoro indicando una bruttina assai.
E il secondo semicoro: “fuggiamo: come amante non varrebbe niente!”
Il più studioso e addottrinato, Luigino, un diavolo truccato anche lui, se ne vedeva tre insieme non proprio avvenenti che parlottavano tra loro anche perché nessuno le invitava a ballare, alludeva alle Forcidi[8] dicendo: “a voi basta un occhio solo tra tutte e tre, un solo dente! E magari aggiungeva, battendo le palpebre con aria indolente: “Gebt mir das Auge, Schwestern dab es frage!”[9]. Poi aggiungeva con un sorriso mellifluo: “datemi quel dente vi prego: mi è venuto un po’ di appetito”.
Io, l’arcispietato, aggiungevo: “non siete voi le vecchie ragazze già nate con chiome canute, che trine in alterna vicenda, usate soltanto un occhio cisposo, un dente cariato soltanto?”[10].
E giù due sghignazzate. Ma noi due raffinati, l’etero assatanato e lo sdilinquito cinedo, no, noi non ci si scompisciava dalle risate. Facevamo sghignazzare gli altri con sovrana noncuranza, con signorile sprezzatura. Ogni tanto lanciavamo occhiate stanche e annoiate. Volevamo distinguerci dai visi rossi degli altri, alterati dall’alcol.
Io osservavo incuriosito e divertito, finché, pur nella mia stolta ed empia ingratitudine all’ottimo e massimo dio che ha creato le donne proprio come sono fatte e che per giunta mi aveva donato la bella Elena, a un tratto ebbi un senso di fastidio prima, poi di nausea e vergogna; ma non tanto, come avrei dovuto, per ragioni morali, quanto per una questione di stile, di gusto che sentivo marcio e velenoso, quasi fisicamente e fin dentro la bocca; perciò cercai e trovai l’occasione per cambiare attività.
Cominciavo a capire che il tempo passato in quel modo e il caos cui mi ero associato distruggevano la parte migliore di me.
Mi accorsi che una ragazzina francese, conosciuta solo di vista e di nome, una diciottenne bellina e fine, Josiane[11], mi stava guardando con occhi pien di simpatia. L’amabile esca del suo sguardo crepitava di vita e di grazia vivace. Mi sorrideva quasi ammiccando.
“Per niente timida - pensai - sana come un pesce, liscia come una susina e magari pure lasciva”.
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[1] “Il cristianesimo diede a Eros del veleno da bere: egli non ne morì, ma degenerò in vizio” Nietzsche., Di là dal bene e dal male, Aforismi e interludi, 168.
[2] Questo è Esiodo, il caposcuola.
[3] Questo è Pavese che, non per caso, si è ammazzato, come Weininger.
[4] Cfr. Ariosto, Orlando furioso, 27, 119.
[5]Mozart-Da Ponte, Le nozze di Figaro, IV, 8.
[6] Cfr. Shakespeare, Riccardo III, I, 3. -And seem a saint, when most I play the devil
[7] Non mancavano le ragazze di Berlino est, ma Angela Merkel non c’era; all’epoca era una giovanissima comunista, anche piuttosto carina. Questa nota allude a una battutaccia di Silvio Berlusconi sulla cancelliera tedesca.
[8] Sono le figlie di Forco: tre sorelle orribili che avevano un solo occhio e un dente solo tra tutte e tre.
[9]Datemi l’occhio, sorelle, perché veda! Goethe, Faust, II, 2, Notte di Valpurga classica Peneio supreriore (v7981)
[10] Cfr. Goethe, Faust II parte, atto III Davanti al palazzo di re Menelao a Sparta (versi 8734-8735)
[11] La incontrerò di nuovo nel 1974, come racconto in un episodio della storia di Päivi.
Bologna 21 febbraio 2026 ore 19, 30 giovanni ghiselli
giovanni ghiselli
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